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PYREXIA – Feast Of Iniquity (Unique Leader)

20 dicembre 2013

pyrexia-feast-of-iniquity-2013-570x570I Pyrexia, almeno all’inizio, sono sempre stati un po’ i cugini poveri dei Suffocation. L’esordio Sermon Of Mockery, classe 1993, resta un classico minore del death metal americano. Nulla, però, che all’epoca potesse reggere il confronto con la potenza di fuoco dei più illustri concittadini, che due anni prima avevano vomitato quel monumento di Effigy Of The Forgotten. Manco a farlo apposta, alla chitarra c’era allora un certo Guy Marchais, che aveva militato nella primissima formazione dei Soffoconi, dove ritornerà, per restarci, con Souls To Deny, il disco della reunion del 2004. Il secondo lp, il bruttino System Of The Animal, uscì quattro anni dopo, quando la fortuna commerciale del genere era ai minimi storici e noi della gioventù del male degli anni ’90 non si aveva orecchie che per il black metal e il death svedese. Il flop fu inevitabile e dei newyorchesi non si seppe più nulla fino all’alba del nuovo millennio, quando alcuni loro componenti (tra cui il chitarrista e leader Chris Basile, oggi unico superstite della line-up originale) si imbarcarono insieme a Trevor Perez – che, con gli Obituary temporaneamente sciolti, si stava annoiando parecchio – in quell’avventura un po’ sfigata che furono i Catastrophic, tentativo non troppo riuscito di innestare i riff alla Celtic Frost dei floridiani su una matrice brutal trucida, un esperimento che, peraltro, era già stato attuato in precedenza, con risultati decisamente migliori, dai Six Feet Under di Haunted, complice la presenza dell’altra ascia degli Obies, quel mattacchione di Allen West (chissà se Saul Goodman è riuscito a tirarlo fuori dal carcere, dopo quella faccenda della metanfetamina). I Catastrophic durarono lo spazio di due album, il secondo dei quali, Pathology Of Murder, uscì solo nel 2008, quando Basile se ne era ormai tirato fuori per rimettere in piedi con nuovi membri la sua vecchia creatura, con la quale aveva pubblicato l’anno prima il notevole Age Of The Wicked, che riportò un po’ in auge il nome dei Pyrexia. Anche questa volta, però, il gioco durò poco e un quarto full arriva solo oggi. Ma è valsa la pena di attendere, signori, perché questo Feast Of Iniquity è una fottutissima bomba.

Io non stavo più nella pelle già quando seppi che le parti di batteria erano state registrate da Doug Bohn (che suonò su Pierced From Within, l’indiscusso capolavoro dei Suffocation, per poi sparire praticamente nel nulla fino a oggi) e da quel gran figo di Dave Culross (ex tritapelli dei Malevolent Creation e oggi batterista dei… Suffocation, con i quali aveva inciso in passato lo splendido ep Despise The Sun: a ‘sto punto potevano chiamare pure Mike Smith, già che c’erano). Perché c’avessi tutta ‘sta fregola non saprei spiegarlo bene, dato che i Pyrexia, alla fine, non è che abbiano mai partorito chissà quali capolavori inarrivabili. Però in questi tempi cupi, dove dischi potenzialmente eccellenti come Kingdom Of Conspiracy degli Immolation o lo stesso Pinnacle Of Bedlam vengono massacrati da produzioni alla Death Magnetic, a noi vecchi scorreggioni per essere felici basta un sano, onesto disco vecchia scuola Usa senza troppe pippe, come è appunto Feast Of Iniquity. Oddio, vecchia scuola fino a un certo punto. I suoni restano fin troppo puliti e piatti per i miei gusti e anche l’impostazione dei brani è abbastanza moderna, spingendosi a volte in territori contigui ai Dying Fetus, tanto che una Panzer Tank Lobotomy potrà piacere pure ai giovinastri del deathcore. Tuttavia, tutto quello che posso desiderare da un album death metal americano questo disco me lo dà. Groove assassino, riff scapoccioni, accelerazioni spezzacollo, una voce imperiosa che traina i pezzi invece del solito gurgling monocorde e, soprattutto, un lavoro di batteria straordinario, avvincente e mai prevedibile. Feast Of Iniquity mi è piacuto così tanto perché è riuscito a toccare con una naturalezza devastante tutte le corde emotive che mi hanno fatto innamorare di questo genere, sensazioni fin troppo primordiali per venire espresse a parole. Le stesse per le quali mi ritrovo ora in piedi davanti alle casse a fare l’hand chop in stile Frank Mullen sul micidiale attacco di Wheel Of Impunity. Il miglior disco brutal death del 2013. Punto e basta.

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