National Day of Slayer

Il primo National Day of Slayer è caduto, per ovvie ragioni, il sei giugno 2006, in modo che le ultime cifre di ogni numero messe in fila formassero il tanto amato “number of the beast”, 666: Hail Satan! \m/ \m/ Quella sera ero a un concerto degli Shellac (un gruppo che, quanto a misantropia, misoginia, crudeltà e cinismo, non ha nulla da invidiare a Kerry King quando si sveglia con la luna storta), e lungo la strada del ritorno – tre quarti d’ora di cammino lungo strade frequentate esclusivamente da camionisti e puttane – il mio fedele Discman con sistema antishock di 11 secondi macinava per l’ennesima volta i solchi di Seasons in the Abyss; da allora ogni sei giugno, non importa dove mi trovi, cosa stia facendo o che piega abbia preso la mia vita, riascolto in sequenza tutti i dischi degli Slayer, ed è quello che dovreste fare anche voi.
Ma il primo National Day of Slayer è speciale: c’era quel senso di solennità che si respira in occasione di ogni “prima” ricorrenza ufficiale, e gli strilli a caratteri cubitali e i banner disseminati praticamente in ogni pagina web del globo non facevano che aumentare il sentimento di comunanza. Ci si sentiva sul serio parte di qualcosa, qualcosa di bello, di giusto, di condivisibile anche restandosene chiusi tra le quattro pareti della propria stanza, tutti idealmente uniti a celebrare la metal band più estrema, capitale e importante di sempre, e vaffanculo chi la pensa diversamente e non ha mai capito. Soprattutto, il primo National Day of Slayer era speciale perché, fino ad allora, gli Slayer – musicalmente parlando – non avevano sbagliato niente; ogni disco, ogni riff, ogni strepito del cileno più blasfemo del mondo erano chiodi conficcati a forza dentro la bara della sanità mentale, del rassicurante, del politicamente corretto e degli amanti di Cristo. Erano spine nel fianco di Dio. Dischi fiacchi e sciatti come Christ Illusion e il recente World Painted Blood dovevano ancora uscire. Intendiamoci: roba che comunque farebbe scappare via piangendo qualsiasi altra band sulla faccia della terra. Ma che diventa stanca ripetizione e tristo amarcord quando rapportata alla storia passata degli Slayer, storia senza la quale probabilmente nessuna testa metal oggi avrebbe ragione di esistere, ma proprio nessuna nessuna, inclusi voi che leggete e io che scrivo. Ma non è proprio il caso di recriminare quando comunque esistono album del tenore di Show No Mercy, Haunting the Chapel, Hell Awaits, Reign In Blood, South of Heaven, Seasons in the Abyss, Divine Intervention, Undisputed Attitude (l’unico disco di cover possibile), Diabolus in Musica e God Hates Us All. Dal 2006 e per sempre, il sei giugno è forse l’unica festività che abbia un senso celebrare, la dimostrazione più lampante di quanto sia meglio regnare all’Inferno piuttosto che servire in cielo.

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