Avere vent’anni: marzo 2006

CANNIBAL CORPSE – Kill

Marco Belardi: Rob Barrett era tornato ma questa volta aveva preso il posto di Jack Owen. Un bel casino, perché quel tipo lì c’era sempre stato. Comunque il suo sostituto aveva un curriculum di tutto rispetto, dai Malevolent Creation al primissimo e stupendo album dei Solstice. Pure gli Hate Plow, per dirla tutta. Alla produzione, un altro cambio: non più Neil Kernon bensì un colosso del death metal come Erik Rutan. Su di lui potremmo aprire una parentesi, perché dieci anni più tardi, o poco più, Pat O’Brien, l’altro chitarrista, combinerà un bel casino giochicchiando in quartiere coi suoi fucili d’assalto, liberando il suo posto proprio in favore di Erik Rutan. Ma non dilunghiamoci su questo. Kill è l’ultimo album dei Cannibal Corpse in cui non si percepisce reale stanchezza, nonostante questi non spostassero di una virgola il proprio comparto sonoro. Avoglia a dire che The Wretched Spawn aveva una struttura più asciutta e ammiccante al thrash metal, i Cannibal Corpse in seguito a Vile e Bloodthirst (per quello che mi riguarda, i loro due ultimi classici in discografia) si erano messi totalmente a sedere e questo a noi continuava ad andare benissimo. Ci bastava solo un altro capitolo, un altro pezzetto della loro sadica musica, ed eravamo contenti. Questo fino a Kill, grossomodo. Perché dal seguente Evisceration Plague un po’ di stanchezza cominciammo forse a percepirla. Bellissime Five Nails Through the Neck e le prime due in scaletta.

VREID – Pitch Black Brigade

Michele Romani: Dei Vreid avevo già scritto su queste pagine ai tempi del loro esordio Kraft del 2004, specificando anche come fosse il primo e unico capitolo della loro discografia ad avere ancora qualche reminiscenza degli Windir del compianto Valfar. A partire da questo Pitch Black Brigade, infatti, la band di Sogndal comincia ad intraprendere un percorso più personale, composto per circa il 90% del lavoro da un classico black’n’roll (quanto mi sta sul cazzo questo termine), genere che nei primi anni 2000 – non so per quale oscuro motivo – aveva preso parecchio piede in Norvegia. Dico il 90% perché il restante 10% è composto dai nove minuti dalla splendida Hengebjorki, non a caso l’unica che non c’entra nulla con tutto il resto, tanto che credo sia una sorta di omaggio a Valfar, viste le marcate similitudini con la sua purtroppo estinta creatura. Per il resto Pitch Black Brigade è un onesto disco di black metal rockeggiante; a riascoltarlo oggi non è neanche così pessimo come lo consideravo vent’anni fa, ma francamente, a parte pochi sporadici momenti, appare un po’ troppo monocorde e incompiuto.

LIVIDITY – Used, Abused and Left for Dead

Griffar: Ho già ricordato che i Lividity furono insigniti del massimo dei voti (evento rarissimo) dalla eminente rivista tedesca Ablaze in occasione del debutto The Age of Clitoral Decay, ho ribadito che anche il secondo album …’Til Only the Sick Remain è di pari livello e oggi celebriamo il ventennale del terzo Used, Abused and Left for Dead – il quale sia detto en passant ha un disegno di copertina che io mi chiederò per tutta la vita come abbia fatto a non essere censurato, i Cannibal Corpse lo furono per molto meno – che vede il gruppo di pervertiti pornogoregrinder americani smanettare sulla manopola della velocità dei brani portandola da “assurda” a “omicida”. Abbandonate quasi tutte le parti più groovy e meno distruttive, ciò che resta è brutal/grind purissimo in blast beat e doppia cassa sbriciolasassi per la quasi totalità dei circa 38 minuti del disco. Come non menzionare alcuni dei titoli più poetici? Raped for Rent, No time for Lube, Stench of Virginity… Per loro i porno snuff sono un’ossessione, raramente parlano d’altro, ma sempre in tono umoristico e scherzoso, perché chiunque prendesse sul serio i testi dei Lividity sarebbe decisamente un disagiato. Ascoltare tutto il disco è una prova fisica, di quelle impegnative, stremanti, e la quasi totale assenza di sample priva il malcapitato ascoltatore pure di quelle brevi pause per prendere un po’ di fiato. La voce è nuovamente in decomposizione totale e le liriche lunghe e mitragliate acuiscono il senso di velocità e violenza. Ritmiche serrate, quasi tecniche, stop’n’go, parti schizzate… Difficile chiedere di meglio a un disco di questo genere.

THEATRE OF TRAGEDY – Storm

Barg: La definizione stessa di colpo di coda è questo disco qui, in cui i Theatre of Tragedy ribattono alle bassissime aspettative generate dalla combinazione disposta di due fattori che avrebbero spezzato le gambe a qualsiasi altro gruppo, ovvero l’abbandono della cantante-simbolo e i postumi di un disco malriuscito che aveva peraltro visto un’evoluzione stilistica radicale accolta malissimo dai fan. Storm si rimette in carreggiata con una facilità disarmante, spogliandosi di ogni orpello modernista presente nella doppietta MusiqueAssembly e contemporaneamente presentandosi con uno stile sobrio e asciutto, valorizzato da una produzione cristallina, perfetta per un disco del genere. Emblematica in questo senso è la scelta della cantante, Nell Sigland, dotata di una bellissima voce che però utilizza in modo molto misurato: sostituire un’icona come Liv Kristine era impossibile, quindi si è cercato di prendere qualcuno che si potesse mettere al servizio dei pezzi. Dal canto suo, Raymond prosegue sullo stile degli ultimi album, con quel cantato “a macchinetta” molto ritmato che qui ci sta a pennello. Il risultato è un gran bel dischetto di gothic metal senza fronzoli, con pezzi indimenticabili come Silence, Voices o Exile che rappresentano tutto quello che un gruppo di questo genere poteva ambire a scrivere nel 2006. Purtroppo rimase un unicum nella discografia dei norvegesi di Stavanger, che dopo un ulteriore album pochi anni dopo si sciolsero, purtroppo senza mai più ritornare sui propri passi.

MANES – [view]

L’Azzeccagarbugli: A distanza di tre anni dal capolavoro Vilosophe, che tuttora resta uno dei lavori del filone avantgarde norvegese più liberi, inclassificabili e riusciti in assoluto, i Manes tornarono sul mercato con un EP, se possibile, ancor più anomalo e alieno che, da un lato, anticipa la svolta più elettronica che sarebbe arrivata, un anno dopo, con l’ottimo How The World Come to an End, dall’altro rappresenta un unicum nella discografia dei Norvegesi. In apertura una sulfurea e sinistra cover dei 16 Horsepower, tre “remix” di Terminus (rispettivamente RMX, De Constructus e Dei Profundis) che scarnificano e trasformano in “altro” il brano originale, tra richiami agli Scorn, alla warp e a una certa d&b, e tre brani originali tra cui spicca la folle The Neoflagellata Revision: inizialmente un brano pop quasi “da classifica” che si apre inaspettatamente in un industrial danzereccio clamoroso. Un EP di trentatré minuti che, ogni volta, sembra sempre più assurdo della precedente e che conferma il valore e la personalità di una band che avrebbe meritato molto più successo, anche solo a livello di critica.

IBEX THRONE – Total inversion

Griffar: La cosa più bizzarra di Total Inversion, secondo e ultimo album degli Ibex Throne, americani di Salt Lake City, è che dura 55 minuti. Il pezzo più corto è da 5’20”, Ritual of Cursed Bloodlines che chiude il macello va oltre i 10. Perché ciò è bizzarro? Perché è ben più che inusuale che un disco di fast, raw black metal tendenzialmente minimale preveda brani così lunghi, perché ciò presupporrebbe una complessità delle partiture che di fatto non esiste. Essenzialmente tutto il progetto ruota su una riproposizione dei DarkThrone più intransigenti più o meno ibridato con la grezza brutalità di gruppi cattivissimi americani tipo Krieg, Judas Iscariot, Kvlt ov Azazel, Black Funeral. Musica distruttiva all’ennesima potenza quindi, di quella cattiva, brutale, blasfema e genuinamente perfida, sgradevole sia concettualmente che artisticamente. Black Metal puro, nel pieno della sua essenza. I rari momenti non distruttivi sono solo illusori, ciò che prevale è il costante e più crudele macello. Più o meno come sul loro primo eponimo album, che è lo stesso macello solo più sintetico perché è più stringato. Non per tutti, ma per gli amanti del raw black è più che consigliato. Gli Ibex Throne non esistono più da molto tempo, purtroppo.

VENOM – Metal Black

Marco Belardi: Quando uscirà questa roba ero ai limiti del priapismo, perché avevano rigirato il titolo di Black Metal e io, ventitreenne, regredii in un istante all’adolescenza. Tipo quelle cose che succedono in cucina quando vogliono farti mangiare qualcosa che detesti, ma te lo presentano con le parole giuste. Cronos fa questa cosa anche oggi, basta sentire il loro nuovo singolo Lay Down Your Soul in cui, sottolineo, non c’è niente a livello di contenuti, è solamente una enorme presa per il culo. Ma l’ha intitolato in quel modo, e, nell’intitolarlo in quel modo, avrà attratto l’attenzione di un sacco di gente. Metal Black lo ricordo lungo fino agli spasmi, come tutti i loro dischi da Cast in Stone in poi. Solo che Cast in Stone aveva The Evil One, una delle canzoni più belle dei Venom, quella con il bestemmione nel testo. Metal Black, che pure era carino in molte sue parti, era trascurabile se non addirittura indecente in molte altre sue parti. Il vantaggio era che era paraculissimo, che non erano del tutto finiti fuori tempo massimo, e che Mantas giocando su un altro campo da gioco non aveva ancora cominciato a scrivere cosette sostanzialmente più interessanti delle sue. Per un fatto di cuore preferirò sempre i Venom, quelli autentici. Ma per un fatto di onestà dovrò ammettere che quelli autentici sono crepati alla pubblicazione di Resurrection, l’ultimo con la triade originale, l’ultimo, al netto dei suoi difetti, in cui ebbero il coraggio di provare a dire qualcosa di genuino.

JOE SATRIANI – Super Colossal

Cesare Carrozzi: Ammetto che l’ultimo lavoro di Satriani ad essermi veramente piaciuto è Crystal Planet del lontano 1998. Gran disco, amici. Super Colossal lo segue a distanza di otto anni e altri tre cd (Engines Of CreationStrange Beautiful Music e Is There Love In Space?) che evidentemente sono stati un filo troppi ed hanno lasciato il nostro nullo-crinito chitarrista un filo spompato, visto che Super Colossal davvero non è nulla di che, un lavoro blando, poco ispirato, fiacco e di certo lontanissimo dai fasti di un tempo. Peccato.

MYRKWID – Part II

Griffar: Soltanto poche sintetiche righe per celebrare il compleanno di Part II del progetto solista/parallelo Myrkwid, facente capo al solo Malthökk, personaggio impegnatissimo nella scena musicale come già ebbi modo di scrivere in occasione del ventesimo di Part I tre anni fa. I sette brani effettivi riprendono la numerazione del disco d’esordio, sono in taluni casi un po’ meno violenti che in passato, più evocativi e più “suonati”, nel senso che pur non essendo eccessivamente complicati o contorti si evolvono su trame meno spiccatamente raw black e risultano essere nel complesso più melodici. Visto che ne avevo già parlato, immagino che se avete gradito il primo album vi sarete già procurati anche gli altri due, comunque una rinfrescatina alla memoria non guasta mai; e intanto gli anni d’attesa per un nuovo disco sono diventati tredici…

IMPALED NAZARENE – Pro Patria Finlandia

Ciccio Russo: Penultimo disco con la formazione a cinque (Jarno Anttila, rimasto l’unico membro originario insieme al cantante Mika Luttinen, avrebbe lasciato dopo il successivo Manifest) e ultimo lavoro davvero inattaccabile dei finlandesi pazzi. Viene rinnegata la svolta melodica e maideniana coincisa con l’arrivo alla seconda chitarra di Alexi Lahio prima e del suicida Somnium poi. I pezzi tornano oscuri, negativi e ferocissimi ma del recente passato rimangono una coscienza dei propri mezzi e una tecnica esecutiva accresciute, una produzione più nitida e la capacità di scrivere brani violenti e sguaiati e tuttavia capaci di restare piantati in testa. Prendete l’iniziale Weapons to Tame a Land o la notevole One Dead Nation Under Dead God, dove, confermandosi uno dei gruppi più scorretti di sempre, prendono per il culo gli americani per la faccenda dell’uragano Katrina. Uno degli album più classicamente black metal degli Impaled Nazarene, per quanto le componenti punk e motorheadiane avessero riconquistato spazio.

QUEENSRYCHE – Operation: Mindcrime II

Barg: Avevo iniziato il ventennale sul Keeper III dicendo che dare un seguito a un proprio vecchio disco è un’operazione tendenzialmente deprecabile. Non saprei come meglio cominciare il ventennale su questo Operation: Mindcrime II, opera di un gruppo che non azzeccava un album da parecchio tempo e che cercava disperatamente di rimettersi in carreggiata. Qui Geoff Tate e soci riprendono le fila dell’antico concept e in qualche modo tentano di recuperare quelle atmosfere, anche pedissequamente tramite la riproposizione di determinati passaggi. Il risultato è meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, specie nella prima parte del disco, con alcuni pezzi che si lasciano tranquillamente ascoltare; la seconda parte invece è parecchio moscia e ostentatamente teatrale, e taglia le gambe all’intera operazione, a parte la comparsata di Ronnie James Dio in The Chase. Come noto qui manca DeGarmo, e il suo sostituto non è all’altezza: era prevedibile, certo, ma poteva comunque essere meglio di così. Alla batteria c’è il carneade Matt Lucich, che si limita al compitino e peraltro non risulta neanche in formazione. Non so esprimermi riguardo alla continuazione del concept narrativo perché, molto sinceramente, non l’ho approfondito. Per il resto è il classico disco che si finisce a riascoltare rigorosamente a pezzi e mai per intero, anche perché dura un’ora.

DARK LUNACY – The Diarist 

Edoardo Giardina: The Diarist per me è il miglior album (forse giusto a pari merito con The Day of Victory) dei Dark Lunacy. Finalmente il gruppo di Parma mette a sistema quanto di buono già fatto sentire con Devoid e Forget-Me-Not in un bellissimo concept sull’assedio di Leningrado, episodio della Seconda guerra mondiale che vide le truppe sovietiche resistere alle truppe dell’Asse per quasi tre anni a difesa di quella che oggi è tornata a essere la città di San Pietroburgo. Musicalmente rimane il death melodico di stampo svedese accompagnato dagli archi ormai tipici della band di Mike Lunacy. Si perde anche qualche manierismo e ingenuità che aveva caratterizzato i precedenti. Il risultato è un album maturo, serio, solenne e tagliente. Nessuna canzone sembra essere fuori posto, neanche gli intermezzi come l’omonima The Diarist, e la tripletta iniziale AuroraPlay Dead e Pulkovo Meridian è già sufficiente a far apprezzare l’album. La formula si asciugherà ulteriormente con The Day of Victory del 2014 (altro concept a tema sovietico, con l’intermezzo nel 2010 di Weaver of Forgotten) che personalmente trovo ancora più epico – a scapito della drammaticità che invece caratterizza, giustamente, The Diarist.

BESATT – Black Mass

Griffar: Sempre assai prolifici (ma l’album più recente Supreme and True at Night risale al 2021, sarà successo qualcosa?), nel 2006 i polacchi Besatt pubblicano il loro quinto album Black Mass, tutto ciò contornato da varie altre uscite tra EP e split. L’opera è abbastanza sintetica, trentacinque minuti circa, ed è un nuovo capitolo di quanto abbiamo potuto gradire nei precedenti episodi della loro discografia: quando tirano all’impazzata sono ferocissimi, ma non disdegnano lo stacco più meditato, il passaggio thrash, il riff messo apposta per essere memorizzato e ricordato dopo molto tempo. Indubbiamente questi artisti sanno come si scrivono brani black metal di alto livello e come si monta la scaletta di un album. Registrato e prodotto più che dignitosamente (un po’ asettici i suoni della batteria, specie ad alte velocità), i Besatt non abdicano dal proporre tematiche di genuina blasfemia e anticlericalismo spostandosi anche su altro, come nella lenta ed arpeggiata Suicidal Ritual oppure in Son of Pure Viking Blood, dedicata a Quorthon ed ispirata nella partitura dai Bathory più epici.

DAYLIGHT DIES – Dismantling Devotion

Michele Romani: I Daylight Dies ebbero una discreta eco ai tempi del loro ottimo esordio No Reply del 2002, uno dei tanti figliocci di Brave Murder Day dell’epoca che però vantava almeno due-tre pezzi straordinari, pur nella loro estrema derivatività. Per questo Dismantling Devotion le cose non è che siano cambiate più di tanto, la produzione è sicuramente più curata rispetto all’ esordio e si nota una certa maturazione stilistica della band, all’interno della quale oltre alle immancabili influenze vecchi Katatonia si sentono rimandi anche ai Paradise Lost e soprattutto agli ultimi October Tide: prendete uno a caso dei loro ultimi tre lavori e rimarrete sorpresi da come suonano praticamente quasi identici. È un disco sicuramente di meno facile assimilazione rispetto al primo, anche perché i brani sono tutti mediamente più lunghi e articolati, ma non potrà non piacere a tutti i nostalgici del più classico melodic doom death metal vecchia scuola.

RAISE HELL – City of the Damned

Marco Belardi: La definitiva deviazione sul thrash metal dei Raise Hell col tempo assunse una forma ancor più citazionista, perché vennero aggiunti elementi che li ricollegavano in maniera plateale all’heavy metal anni Ottanta. In pratica, un gruppo che aveva prodotto un album bellissimo come Holy Target, non appena si sentì dire che ricopiava i Dissection, si mise a produrre tutt’altro e a ricopiare tutt’altro. Ai Raise Hell è sempre mancata personalità, e, se ci ripenso, Holy Target era stato assolutamente il loro album di maggiore personalità. Perché non era così vicino ai Dissection come si andava dicendo. Solo che queste affermazioni, che erano un po’ onnipresenti, devono avere causato un tale danno all’autostima di questi ragazzoni svedesi, da indurli al completo suicidio artistico nel giro di pochissimi anni. Not Dead Yet, la title-track del loro secondo lavoro, è l’unica altra canzone interessante che gli ho sentito realizzare in seguito. City of the Damned appartiene a un periodo nero in cui non ne combinavano una giusta neanche a porta vuota. C’è il thrash metal, come in Like Clowns We Crawl, e la successiva Reaper’s Calling col suo attacco serioso lascia intendere che forse fosse quella la direzione da prendere: meno citazionismo, un po’ più oscurità, cattiveria, qualunque cosa non lasciasse intendere i rinnovati Raise Hell come un cazzeggio del sabato sera dopo il bar. Veramente poca roba, per come tutto era cominciato.

FUNERAL PROCESSION – Schmerz aus Licht

Griffar: Tedeschi anche loro, sebbene attivi da molto più tempo (circa metà anni Novanta), i Funeral Procession giungeranno al debutto ufficiale sulla lunga distanza solo nel maggio 2006 con l’album omonimo, piuttosto celebrato per il suo ibridare il thrash tedesco della prima ora con il black norvegese dei gruppi più blasonati; un prodotto che mira a riproporre stilemi classici senza eccedere in barocchismi inutili: voce, basso, chitarre (anche pur raramente acustiche), batteria e pochissime, sporadiche tastiere. Tuttavia, nel marzo dello stesso anno i Funeral Procession pubblicarono un EP apripista uscito dapprima solo in vinile in una confezione lussuosa limitato a 99 copie poi anche in CD, sempre limitato e contenente nella confezione un adesivo con il logo della band e una lametta da barba, immaginate per quale motivo e quale scopo. Già, perché Schmerz aus Licht è puro depressive black metal di quello monotono, cadenzato che paga pesante pegno a Burzum; un riff semplice, incessante, martella ipnotico per i primi otto minuti fino ad uno stacco di chitarra acustica e tastiere molto oscure che dura circa un minuto, ad esso segue una fiammata velocissima in blast e tremolo picking che si estingue dopo poco riportando il pezzo – che in totale dura 16 minuti – su un riff nuovamente semplice e cadenzato diverso dal precedente che accompagna il brano fino alla fine. In pratica musica che con quella dell’allora imminente album c’entra abbastanza poco, e che ha indotto in errore molti blackster di quei tempi i quali pensarono in massa che i Funeral Procession non fossero altro che l’ennesimo progetto DSBM che copia i Burzum. Mai fidarsi delle apparenze. Ad oggi la band è ancora attiva sebbene l’unico full sia ancora il succitato e dopo di esso abbiano pubblicato solo un EP e tre split, l’ultimo dei quali risale al 2022.

RAGE – Speak of the Dead

Cesare Carrozzi: Ultimo capitolo della formazione più amata dei Rage dopo quella classica a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, con Manni Schmidt alla chitarra e Chris Efthimiadis alla batteria. Alla fine vent’anni fa Mike Terrana decise di essere stufo dell’egocentrismo di Victor Smolski e abbandonò i Rage senza guardarsi indietro, e considerato che pure la seconda volta che gli capitava di avere dissapori con un chitarrista (la prima fu con nientemeno che Yngwie Malmsteen periodo Seventh Sign) probabilmente non voleva più saperne di avere a che fare con qualcuno che voleva decidere lui da solo per tutti, specialmente nel contesto di un gruppo vero e proprio e non nell’album solista di qualcuno. Certo, anche Terrana deve avere il suo bel caratterino, ma c’è da dire che lo stesso Peavy, che è fondamentalmente un tranquillone, durò qualche altro anno prima di cacciare Smolski dal gruppo e, sostanzialmente, rifondarlo da zero. Che poi Speak Of The Dead è un buon lavoro, certamente paga l’essere uscito dopo Soundchaser (che rimane il capolavoro della formazione con l’estroso batterista americano) ma è comunque un disco solido, comprensibilmente meno ispirato del precedente seppur piacevole. Diciamo che la suite iniziale è un po’ prolissa e a tratti appesantita da barocchismi e talk box, ma la traccia che da il titolo all’album (title track non lo scriverò MAI), Turn My World Around, Full Moon, Soul Survivor e insomma tutta la seconda metà del disco merita ampiamente. Se vi piacciono i Rage e quella formazione specifica vale la pena di rispolverarlo.

PLACEBO – Meds

Barg: Quello che penso dei Placebo l’ho scritto estensivamente per il ventennale di Without You I’m Nothing e non c’è bisogno che mi ripeta. Per questo Meds sarò invece molto stringato: è bruttino, moscio e noioso per la maggior parte, e rappresenta la conclusione definitiva del periodo d’oro della band inglese, che non si riprenderà mai più. Solo due pezzi belli, emblematicamente messi come apertura e chiusura: la traccia omonima e Song to Say Goodbye; tutto il resto è indegno di essere messo a paragone con quanto avevano fatto prima.

CHELMNO – Under our Cemetery

Griffar: Nel pieno del risorgimento black/thrash metal dei primi anni 2000 non poteva mancare un tocco d’italianità, qualcuno che anche da noi facesse sentire la sua voce. Ci pensarono i bellunesi Chelmno ad urlare ai quattro venti che anche qui in Italia si suonava black metal con poderosi inserti retro-thrash come Satana comanda. Dopo una demo eponima uscita nel 2003, esordirono in marzo 2006 con il full di debutto Under our Cemetery, uscito per la defunta Hearse records di Nicola Solieri in 500 copie in CD e ristampato in vinile diversi anni più tardi. Sul retrocopertina i brani indicati sono sette, ma intro ed outro sono parte effettiva di As the Vampire… (il pezzo di apertura) e There is nothing more che chiude il disco; sono ordunque cinque le tracce per mezz’ora di musica grezza e aggressiva come e più di quella risorta in Norvegia grazie a gente come Aura Noir e Tsjuder, con riff gustosi e grintosi quanto basta per non eccedere in estremismi fuori tiro e rifuggendo contemporaneamente smielature di glucosio puro. Ne consegue che Under our Cemetery è una chicca, il più classico dei prodotti di nicchia che non attrarranno mai il grande pubblico; ma chi ha il piacere di scoprirlo in seguito non potrà che parlarne bene e consigliarlo agli amici. Attivi tutt’ora, i Chelmno hanno pubblicato solo altri due titoli, gli album Horizon of Events (2010) e Decadence of Ego uscito l’anno scorso.

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