Avere vent’anni: WINDIR – Arntor

Maurizio Diaz: Riguardo ai Windir non sono oggettivo. Per quanto mi riguarda sono uno dei gruppi migliori della storia e Arntor è il loro disco a cui voglio più bene: per diversi motivi, sia sul piano estetico che nostalgico e personale, perché è in un certo senso il primo disco black che mi ha fatto prendere il genere tremendamente sul serio. Il folklore, e le storie raccontate tramite una musica che risente necessariamente delle influenze della natura maestosa della Norvegia, suonato e registrato con il minimo indispensabile. Praticamente uno dei punti più alti del genere e una delle pietre angolari che hanno indicato la direzione del folk metal, che molti hanno frainteso. Lo conobbi troppo tardi, quando nei primi anni dell’università mi furono passati da un amico, mettendomi subito al corrente della triste storia di Valfar e che in certo qual modo mette subito a nudo quel senso, che aleggia sui dischi dei Windir, di perdita e di ricerca di un qualcosa che non può essere ottenuto, e che trova ristoro solo nella solitudine di quei luoghi ora vuoti di quei miti e di quelle storie. Dopo aver sentito Arntor non sono più riuscito a farne a meno: ogni tot lo ascolto con regolarità, dall’inizio alla fine o a episodi, non importa, solo le prime due tracce valgono intere carriere, per non parlare della lunga suite Svartesmeden og Lundamyrstrollet, su cui non ho intenzione di trovare alcun aggettivo perché il disco lo dovete ascoltare. Quando andate in montagna, quando siete di fronte alla neve o al cospetto della natura, o ancora e soprattutto se mai andaste in Norvegia, dovete portarvi dietro questo disco, prendervi 46 minuti e ascoltarlo. Io in Norvegia ci sono stato e non solo mi è venuto un tuffo al cuore passando vicino al Sognefjord, ma sono tuttora convinto che se c’è qualcosa che descrive in maniera vivida quei posti è proprio questo disco. Ascoltatelo adesso, non importa se già lo conoscete a memoria, poi potrete pure tornare alle vostre normali occupazioni.

Michele Romani: Il nome dei Windir è indissolubilmente legato alla figura del compianto giovane polistrumentista Terje “Valfar” Bakken, che nella sua Sogndal (incantevole cittadina situata sul Sognefjord nel sud-ovest della Norvegia) diede vita a questo progetto nel lontano 1994. Dopo un paio di demo e il full d’esordio Soknarldar, disco piuttosto acerbo ma che già faceva intravedere enormi potenzialità, arriva come un fulmine a ciel sereno questo Arntor, un disco considerato all’unanimità il capolavoro dei Windir, che ebbe un fortissimo impatto sulla scena norvegese di quel periodo che faticava tremendamente a ritrovare una sua identità.

Fin dall’iniziale Arntor, Ein Windir si capisce di essere al cospetto di un disco per certi versi fuori dal comune, in cui ad un sound di chiarissima matrice black norvegese made in Grieghallen si uniscono sensazionali melodie di chitarra, armonizzazioni e giochi solistici che mai si erano sentiti prima in un genere come il black metal. Tutto questo ovviamente tenendo sempre ben presente la radicatissima componente folk che permea il disco, che non si basa tanto sull’utilizzo di strumenti tipici del genere (se escludiamo la fisarmonica presente nell’intro) ma proprio sulle melodie folkloristiche rilette in chiave black metal. Un legame strettissimo quello tra Valfar e la sua terra, basti pensare che tutto il concept lirico del disco è incentrato sulla figura di Arntor, antico contadino diventato guerriero per amore della sua patria e per difenderla (purtroppo invano) dall’usurpatore danese che si era impossessato del trono, il tutto decantato in saognamaol, un dialetto antico tipico della sua regione. Kong Hydnes Haug rappresenta un compendio perfetto del suono Windir: feroci attacchi in blast beat declamati da Valfar e inframmezzati da solenni tappeti di tastiere, anche se per arrivare al momento migliore del disco dobbiamo aspettare la successiva Svartesemden og Lundamyrstrollet, il miglior brano mai uscito dalla mente geniale di Valfar. Nove minuti di assoluta apoteosi caratterizzati da un riff portante quasi ipnotico, di una ferocia inaudita ma allo stesso tempo dannatamente emozionante: la parte che va dal minuto 6.15 al 7.00 è la cosa più evocativa in ambito black che abbia mai sentito, in coabitazione con l’intermezzo di synth in The Majesty of The Nightsky degli Emperor. Dopo un altro pezzo da novanta come la violentissima Saknet, a chiudere il tutto ci pensa Ending, con un riff iniziale che è un chiaro omaggio a Black Spell of Destruction di Burzum.

Arntor portò un vera e propria ventata di novità all’interno della scena black norvegese, ai tempi divisa tra sperimentazioni e ritorni al passato. I due dischi successivi continueranno sulla stessa lunghezza d’onda, senza però raggiungere le vette di questo capolavoro. Poi arrivò il fatidico 14 gennaio 2004, e il resto della storia la conosciamo bene tutti. Riposa in pace, Valfar.

 
 

4 commenti

  • Scoperti colpevolmente tardi anche da me.
    Classico disco che non gli puoi dire un cazzo, nella (purtroppo) ridotta discografia dei Windir io sono più legato a 1184, ma conunque tutta roba di altissimo livello.

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  • Ricordo ancora quando comprai il debut album, sono passati oltre 20 anni, ma come hai detto fu arntor a mostrare il meglio di windir,ho ricordi bellissimi dì quel periodo,non c’era internet come oggi e ricordo che andavo da un amico a fare scambi di ascolto. Arntor Resta x me uno dei 10 dischi norvegesi da avere

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  • Alberto Massidda

    Ma davvero si chiamano come il programma che ti dice lo spazio libero su Windows? (https://windirstat.net/)

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  • Recensioni azzeccatissime, i primi due album sono capolavori e Windir una pietra miliare del genere.

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