Avere vent’anni: il canto del cigno dei JUDAS ISCARIOT

Acqua sotto i ponti dall’ultimo album ne era già passata parecchia. E mr. Akenathen, che io considero un’eminenza grigia del black metal, uno che in questo contesto ha saputo vivere come pochi altri al mondo, già da un po’ centellinava le sue composizioni come fossero un Petrus invecchiato vent’anni (non sto parlando dell’amaro, per i meno addentro al mondo dell’enologia). Tra il 1999 – anno in cui uscì Heaven in Flames – e il 2002 erano uscite pochissime tracce inedite, anche se Judas Iscariot sul mercato è sempre stato presente in modo abbastanza regolare: ma il rarissimo e costosissimo 4-way split con Krieg, Macabre Omen e Eternal Majesty contiene i quattro pezzi della demo del 1993 con la mera aggiunta di una strumentale nuova di zecca intitolata Outro, e già il nome dice tutto, quindi musica già uscita anni addietro; lo split con i Weltmacht altro non è che la stampa in cassetta di Heaven in Flames; Under the Black Sun è un album dal vivo uscito in origine solo in vinile, di cui ora penso esistano anche altre versioni perché era diventato un oggetto venduto a prezzi privi di logica; To the Coming Age of Intolerance è un sette pollici split con i Krieg e contiene solo una cover di un pezzo dei Crimson Evenfall (Winterheart, per i più curiosi). Tirate le somme, l’unica opera degna di menzione in questo lasso di tempo è Dethroned, Conquered and Forgotten che però è solo un EP da venti minuti, per quanto pregevoli. Tutto il resto è materiale per completisti e collezionisti, i quali hanno comunque avuto ragione, visti i prezzi a cui sono arrivati questi titoli.

Tutto il materiale che in questo lasso di tempo è stato in lavorazione ha visto la luce nel 2002 in tre uscite differenti, pure affiancate dall’uscita per Sombre records della ristampa in vinile del disco d’esordio del 1996 The Cold Earth Slept Below in versione completamente riregistrata e riarrangiata. Di fatto tutto un altro disco, che io forse per affezione considero inferiore – e di molto – alla versione originale. Del resto, se oggi gli Iron Maiden riregistrassero Killers siamo certi che non verrebbe fuori una cagata? Certi dischi vanno bene così come sono perché sono usciti con quei mezzi in quegli anni, metterci mano a posteriori spesso fa più danni che benefici.

Fu così che nel 2002 vide la luce l’ultimo full album To Embrace the Corpses Bleeding, 38 minuti di musica furiosa che ripresero quanto già si era potuto ascoltare nell’EP sopracitato uscito un paio d’anni prima. Il riffing è più articolato ma gelido, schizofrenico, vagamente più melodico del solito, le canzoni hanno intrecci e stacchi che prima erano alieni alla musica dei Judas Iscariot e le parti vocali sono meno estreme, più rauche, come se nel tempo Akhenaten avesse imparato ad esprimere odio e disgusto evitando semplicemente di sgolarsi ma cercando di dare alla sua voce un connotato demoniaco in modo più credibile. Alla batteria c’è di nuovo quella macchina da guerra di nome Cryptic Winter e il disco ne risente più che positivamente. L’iniziale I Awoke to a Night of Pain and Carnage e la mediana (contenente persino qualche arrangiamento minimale di tastiera) In the Valley of Death, I Am Their King sono due brani lunghi un po’ più di sei minuti, ma tutti gli altri pezzi sono brevi, diretti, stilettate di vento freddissimo in faccia e puro odio riversato contro l’ascoltatore. Nessuno dei nove brani di To Embrace the Corpses Bleeding va escluso dall’elite dei migliori brani black che mente umana abbia potuto concepire: quando si parla di black metal puro, vero, essenziale, l’unica vera musica del Male, è in dischi come questo che bisogna cercare. Akhenaten avrebbe avuto ancora molto da dire in ambito black metal, ma poi le cose andarono in modo diverso, come quasi tutti sanno. Il vero motivo del suo abbandono repentino della scena black metal mondiale, una scena nella quale lui era diventato punta di diamante, lo conosce solo lui e non credo andrà mai in giro a raccontarlo.

A fianco di questo capolavoro uscirono due EP: il sette pollici March of the Apocalypse, stampato da Sombre records in (credo) 300 copie e contenente due pezzi risalenti al suo passato remoto, mai prima d’allora ultimati e immagino tenuti fuori dal full length perché stilisticamente troppo differenti dalle composizioni di quest’ultimo. I due lati del vinile s’intitolano rispettivamente Anti-Last Episode e Anti-EGay, giusto per ribadire il suo punto di vista sulla scena in modo neanche tanto malcelato. Armageddon e Extinction sono due brani duri anche se lentissimi per lo standard compositivo di Judas Iscariot, cadenzati, thrasheggianti nell’impostazione, sinceramente spiazzanti se uno li paragona alla sua produzione complessiva. Corretto però che li abbia fatti uscire dall’anonimato, in un certo senso ci rafforzano l’immagine di Akhenaten come musicista eclettico in grado di cimentarsi con discreto successo anche con stili musicali non particolarmente consoni alla sua storia.

Storia che si conclude con il successivo EP Moonlight Butchery, uscito se non ricordo male nel tardo autunno, l’ultimo suo disco contenente pezzi nuovi e che assume l’aspetto di una sublime ricapitolazione di tutto quanto ha avuto il piacere di comporre negli anni, tutto quello che è stato e lo portò ad essere un’icona del black metal: la title-track è un brano lento, cadenzato, triste fin nel midollo, accompagnato a tratti da lunghe tastiere malinconiche, riff semplici anche arpeggiati, basso in bell’evidenza come in tutto il disco. Death’s Hammer è più dinamica e va accelerando fino alla sezione sparatissima finale, Benevolence Crucified più o meno è sulla stessa falsariga e infine la conclusiva Conjuring Hell’s Fire termina in bellezza con il classico assalto frontale post-darkthroniano per il quale Judas Iscariot va giustamente apprezzato. Nei primi tre brani alla batteria c’è Proscriptor degli Absu, mentre il pezzo più feroce lo suona di nuovo Cryptic Winter. Con Moonlight Butchery termina la storia artistica di un gran gruppo del quale io un po’ sento la mancanza, genuino come pochi, convinto e coinvolto al 100% riguardo a quanto diceva e portava avanti anche – perché no? – a livello culturale. Una cultura di nicchia, rivolta non alle masse ma alle poche persone interessate a comprenderla nella sua interezza senza paraocchi.

Midnight Frost (To Rest with Eternity), l’EP uscito nel 2003 che viene cronologicamente considerato come ultimo episodio discografico di Judas Iscariot, in realtà contiene i tre pezzi della prima demo Heidegger e due remake di brani già apparsi in The Cold Earth Slept Below. Niente di inedito, essendo tutti pezzi che nel tempo si aveva già avuto occasione di ascoltare. Il vero canto del cigno fu dunque Moonlight Butchery, uscito in versione vinile 10 pollici per No Colours records e successivamente anche in CD. Sono passati 20 anni, sembra ieri. (Griffar)

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