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Avere vent’anni: PLACEBO – Without You I’m Nothing

28 ottobre 2018

Non so sinceramente cosa possa pensare dei Placebo la generazione venuta dopo la mia. La band di Brian Molko è estremamente legata al suo tempo, e quindi difficilmente comprensibile se quel tempo non lo si è vissuto. Già era complicata da contestualizzare, dato che se ne è sempre parlato come gruppo inglese anche se i due membri fondatori erano due mezzi apolidi sradicati (Molko e Olsdal si conobbero in una scuola d’altissima borghesia in Lussemburgo, ma avevano storie personali e origini di difficile identificazione). Di certo ebbero un fortissimo impatto soprattutto sulla musica inglese, appena reduce dal britpop, che all’epoca stava cercando nuovi modi di estrinsecare la propria sensibilità al di fuori dell’epica mod e dell’immaginario da ragazzotto in camicia azzurra che beve birra nei pub di legno guardando la Premier League; e i Placebo furono una via di sfogo che pescava all’altra faccia della medaglia del pop inglese, quella fino a quel momento snobbata dai gruppi che si erano affastellati sulle copertine di NME: David Bowie, Depeche Mode e il goth rock, quest’ultimo apertamente omaggiato nelle tematiche e nell’immagine. I Placebo arrivarono al momento giusto, o, pure, furono il detonatore che diede il via a qualcosa che covava sotto le ceneri. Non ci si aspettava altro, e il loro successo fu incredibile. 

Già l’omonimo di due anni prima aveva fatto un certo botto, ma sapeva ancora di Inghilterra dei primi anni Novanta. Io all’epoca di Without You I’m Nothing ero agli ultimi anni di liceo, e i due singoli Pure Morning ed Every You Every Me erano finiti in tutte le compilation su cassettina che ci si passava tra di noi. Poi quell’estate andai qualche settimana a Londra, e bazzicando per rock club vidi con i miei occhi l’humus in cui i Placebo avevano trovato ragion d’essere. Non ho mai smesso di ascoltarli, ma nonostante ciò ogni volta è come ripiombare a fine anni Novanta; anche per quanto riguarda i dischi dei primi anni Duemila (Black Market Music e Sleeping with Ghosts), che poi sono i loro migliori. È peraltro incredibile come il figlio di un ricchissimo banchiere come Brian Molko sia riuscito a comporre qualcosa di così semplice, efficace e in ultima istanza proletario, se si contestualizza la cosa alla massa di adolescenti di periferia inglese sempre a rischio di finire nell’alcolismo o nella tossicodipendenza. Anche Julian Casablancas degli Strokes era un multimilionario ma la sua band era il non plus ultra del fighettismo; i Placebo invece no. E il suono notturno, sofferto e dimesso di Without You I’m Nothing è qualcosa per cui ci sentiamo di essergli per sempre grati, anche perché non c’è mai stato qualcuno che avesse suonato come loro, e che sia stato capace di pizzicare quelle particolari corde del nostro animo allo stesso modo. Without You I’m Nothing non è il loro album migliore, ma sentivo comunque il bisogno di esprimere tutto ciò. (barg)

7 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    28 ottobre 2018 11:36

    piacciono molto alla mia compagna…io ho provato ad ascoltare qualcosa, ed a parte qualche brano veramente bello (la title-track cantata con Bowie è da brividi), non è che mi facciano veramente impazzire. Li vidi al Rock in Roma un par d’anni fa, e dopo un’ora e passa di concerto avevo come l’impressione di ascoltare sempre la medesima canzone.

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  2. fredrik permalink
    28 ottobre 2018 11:42

    Mi sarebbero pure piaciucchiati come musica, ma appena sento la voce di molko tolgo la sicura alla luger.

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  3. 28 ottobre 2018 15:27

    Concordo in pieno col tuo discorso, che si può riassumere in poche parole: nella loro musica si sente la droga. Certo, ci sono la patina glamour, la sessualità ambigua, le crisi d’identità. Ma io ci sento soprattutto lo scazzo del giorno dopo, il down chimico che ti schiaccia per terra, la noia di vivere tra un colpo e quello successivo.

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    • Andrea permalink
      29 ottobre 2018 17:27

      Concordo: più che altro un preciso periodo storico si può accostare a particolari situazioni in cui prendi qualcosa per sopportare una mancanza che ti sta consumando. Come un pomeriggio domenicale d’inverno dopo una sbronza pesante del sabato : in pigiama, seduto sul divano a fissare il nulla, ascoltando un disco che ha i tuoi stessi sbalzi umorali delle ultime 24 ore, e che non ti sa consolare

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      • Andrea permalink
        29 ottobre 2018 17:30

        Più che A un preciso periodo storico, non “più che altro”…

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  4. sghembol permalink
    29 ottobre 2018 08:23

    non credo di aver mai ascoltato un loro disco per intero ma ricordo che avevano quei singolini perfetti per la rockoteca del fine settimana (io a que’ giorni bazzicavo il cencios a prato e un par di canzoni a sera ce le piazzavano sempre). con tre pinte doppio malto in corpo me le ballavo proprio di gusto. ma per quanto mi riguarda non ho mai avuto voglia di andare oltre quei due o tre singolini.

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