In Nomine Doomini vol. 11: professori, angeli caduti ed anacoreti

Fa un certo effetto a metterla così, ma questo è il primo volume della rubrica dedicata al riff lento dalla dipartita dell’Angelo delle Tenebre. No, non è il caso di spendersi in altri necrologi. Piuttosto non cessiamo di offrire tributo ogni giorno ai quattro di Birmingham e al loro cantante storico (ma anche a tutti gli altri musicisti che hanno preso parte alla loro avventura appena terminata definitivamente) continuando ad ascoltare i dischi loro e di tutti quelli che a loro devono qualcosa di più che un riferimento o un riff. Oggi c’è il menù epico, epic doom, quindi non proprio ortodossia sabbathiana, ma sempre gente che non ci si allontana moltissimo. Semmai si rifà ancor di più ai Candlemass. Come a dire: ai discepoli tra i più brillanti.

Chi proprio deve averli sentiti tanti, gli svedesi, sono gli americani PROFESSOR EMERITUS. Da Chicago, Illinois, come i Fer De Lance, dove sono confluiti proprio l’ex cantante e l’ex batterista dei qui presenti. A Land Long Gone è il nuovo album, il secondo in assoluto ma il primo con la nuova formazione. Lo stile è epic doom senza guizzi, senza sporcizia, senza sussulti, se vogliamo. Un po’, un po’ tanto, il disco viene penalizzato dalla produzione troppo asettica e pulita. Il timbro di Esteban Julian Pena, più emulo di Dickinson che di Marcolin, affossa le melodie, già non memorabili, coi suoi volteggi non irresistibili. Ma il difetto più grande è che A Land Long Gone non ha idee da mettere sul piatto, né una sua propria personalità. Ancor peggio, non ha canzoni memorabili: attecchiscono alcuni passaggi melodici, ma non perché irresistibili, anzi. Anche con lo strumentale le cose non vanno meglio: riff poco riusciti, armonizzazioni di chitarre che ammosciano e ritmica col pilota automatico. Non sono questi i dischi che consiglierei a qualcuno che volesse iniziare a capire come ci si possa esaltare con certe chicche epic doom. Della diaspora sappiamo, insomma, quale parte avesse le idee più feconde.

Non ricordavo granché gagliardi anche i croati ELUSIVE GOD, candlemassiani il giusto anche loro. Invece Ambis ha le sue carte da giocare e mi pare un miglioramento rispetto a quanto ricordi del precedente. Non cerca la fedeltà ad un ideale nostalgico e suona moderno ma non perfettino, con un basso metallico che gorgoglia e bei riff, qui sì, bene in evidenza e incastrati a sostenere le strutture dei pezzi. Qualche dissonanza slayeriana (Šapat Propasti), qualche quasi-blast beat e la faccenda si sposta spesso in territori più inquietanti, quasi quelli in cui rimestavano un tempo gli argentini Dragonauta (doom, ma con South of Heaven sempre in testa). Nota forse poco importante, ma che fa colore: il disco è tutto cantato in croato, cosa che potrebbe interessare qualche appassionato delle vecchie scene più o meno rock jugoslave (c’è qualcun altro?). Ma il disco è moderno e (relativamente) fresco. Voce meno dickinsoniana rispetto al disco precedente, resta pulita e retorica ma si ammanta di atmosfere fosche. Riff e dinamiche dialogano particolarmente bene (Ples Demona). Una copertina bella, con angelo caduto accecato dalla luce, completa il quadro. Fidatevi, non inventa nulla, ma è un disco che si guadagna i suoi ascolti.

Maggiormente ortodossi e candlemassiani gli ANCHORITE, che giustamente sono svedesi, anche se hanno il cantante maltese dei Forsaken al microfono. Però son svedesi parecchio, e sul suono varrebbe un po’ quanto detto per Isole e Avatarium. In pratica, l’impressione è che la scena dei connazionali degli Abba e dei Roxette si facciano forti (giustamente) di quanto capitalizzato da Edling e compagni (ma anche dai Sorcerer). Così il loro doom epico è già bello instradato per temi, strutture, riff, melodie. Nulla di male, anzi. Il doom degli Anacoreti è ben solido, si apre a paesaggi che tendono al maestoso, più che al mesto. Che è una gran cosa, no? Ma la domanda è: mi piace Realm of Ruin, il loro nuovo album? Sì, senza particolari entusiasmi. Certo, ripercorrere le strade dei Sabbath di Martin (The Apostate’s Prayer) è cosa buona e giusta. Variare con buone accelerazioni heavy (Room in the Mirror) è pure cosa sacrosanta. Complessivamente il disco non esce molto, né esce molto la personalità dei quattro, se c’è. Un album decisamente buono, a tratti pregevole, complessivamente trascurabile. Salvo che non siate completisti di tutto quanto possa riportarvi in mente i fasti del doom svedese del passato. Solo, scusate: fate qualcosa per quel suono perfettino, calibrato, pulito, innocuo. Anche il doom ha bisogno di un suono più vero di così. (Lorenzo Centini)

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