La finestra sul porcile: 1899

1899 è la nuova e attesissima serie dai creatori di Dark, Baran bo Odar e Jantje Friese. Talmente attesa da esser stata cancellata poco dopo la messa in onda della prima stagione. Costantemente presente nella top ten dei più visti di Netflix, non si può certo affermare che stesse andando male o che non avesse suscitato curiosità.

E qui apro parentesi: è comune diceria che Netflix cancelli le sue serie originali un po’ a caso, andando a puntare il mirino proprio in direzione delle più fortunate, talentuose o redditizie. La realtà dei fatti è che una serie televisiva ad alto budget o fa veramente il botto, o, proprio a causa dell’alto budget, fallisce. Una serie televisiva ad alto budget non può concedersi il lusso d’esser carina e basta. Per Netflix, che guarda solo alle entrate ed alle uscite, oltre che all’Inclusione, direi che non c’è sei politico che tenga. E nemmeno il sette, se si è investito tanto. 1899 doveva uscir fuori ciambella col buco, e non ha lontanamente replicato gli entusiasmi suscitati da Dark.

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Che poi la stessa Dark era un bel dilemma. A me personalmente è piaciuta, ma è una storia che avrebbe potuto esser ristretta in metà del tempo complessivo (comunque tre stagioni, non sette, ma le ho trovate faticose), concludendosi peraltro in un terzo atto eccessivamente epico e ridondante per i miei gusti. 1899 è negli intenti la stessa cosa – squadra che vince non si cambia, ma un film già visto lo stai rivedendo – e i suoi problemi nascono certamente qui. Personaggi tutti scritti alla stessa maniera: scoglionati, monoespressione e in taluni casi tendenti al suicidio, con qualche cosa da nascondere, imbottiti di antidepressivi prima dell’avvento dello Xanax e via discorrendo. Metà trama serve per approfondire la sessualità di alcuni di loro, i quali successivamente saranno barbaramente abbandonati; due di loro ad esempio paiono andare incontro a un ruolo cardine prima che gli accada il seguente fatto:

“Come in una lotta classista, i ricchi stanno sopra e i poveri stanno sotto; a dividerli, una scala, posta sul ponte e chiusa da un’inferriata gestita dagli ufficiali. All’inferriata i due si incontrano, si dichiarano e si fanno vicendevolmente una sega col fragore del metallo che sbatte fragoroso a ogni smanettata. L’inferriata diviene il tabù che si infrange, la rottura delle barriere”.

Se pensate di aver già capito perché abbiano cancellato 1899, sappiate che i motivi sono altri.

Un abbozzo di trama: una nave che trasporta migranti dal Vecchio al Nuovo Continente (metà dei quali non è normale o ha combinato qualcosa di orrendo; l’altra metà fa numero e non spiccica una sola parola) si imbatte in un segnale proveniente da un’imbarcazione analoga, fabbricata dalla stessa compagnia e scomparsa qualche tempo prima. No, non è Alien. Anziché fottersene, il capitano dall’espressione accigliata (già visto in Dark, con il cappuccio in testa e l’espressione accigliata) abbocca come fossimo in Alien: Covenant e dirige la rotta sul tratto di mare ove ipotizza, tutt’altro che col favore dell’equipaggio, di ritrovarla. La scena dell’attracco al relitto in deriva è probabilmente il momento più bello dell’intera serie. Altrove, il solito galantuomo in giacca dell’inferriata ne afferra un secondo, un borghesotto coi baffi, e gli entra dentro. Ma a noi interessa l’attracco: a Baran bo Odar preme però giustificarsi con Netflix che è tutto socialmente e moralmente nella norma e al passo coi tempi grazie alle suddette e succinte sottotrame. In seguito all’attracco si entra nel ginepraio, il che è una coltellata al cuore di coloro che avevano approcciato 1899 alla ricerca di un qualcosa d’avventuroso e banalmente ignoto. Altrove, Baran bo Odar ci ricasca: un altro borghesotto, eterosessuale, fa cilecca con una morettina discreta (la Mathilde Ollivier di Overlord) che si scopre essere parecchio interessata a un clandestino di colore. Ancora altrove, viene usato uno scarafaggio per aprire le porte, c’è una piramide nera, un controller digitale, gente che comincia a star male. La colpa è del bambino. Il bambino ha l’espressione effettivamente parecchio cattiva. DI COLPO NON SCOPA PIU’ NESSUNO, dunque si capisce che la storia presto ingranerà oppure che è bell’e finita.

Da Dark ritroviamo altri concetti forti, come il presentare in un secondo momento figure di natura sfacciatamente malvagia che si dimostreranno in un certo senso risolutive. Ma proseguire nella trama significherebbe massacrarvi di spoiler, e vi accennerò a una sola cosa: Machete III – Kills Again… in Space.

Tornando al discorso originario, 1899 è Dark senza quella capacità di immersione alla Twin Peaks, il che è tipico della serie televisiva impegnativa che quasi ti rende uno degli abitanti del luogo (Linden). Sei sottoposto alla tortura mentale di dover conoscere i cazzi di tutti i personaggi scritti dagli ideatori, eppure stai al sadico gioco e non arretri di un centimetro. Arretri se le cose sono fatte male, se non addirittura malissimo, come avvenne nel kinghiano Under the Dome. In 1899 i personaggi sono praticamente tre, eppure ne vengono caratterizzati una ventina i quali non servono a niente fuorché a tingere la serie di sessualità e carica erotica, oltre che parlarci della “immigrazione di allora” nel contesto delle “due navi” di cui si va narrando. Nella prima stagione di Dark sbattevamo su una pletora di personaggi inspiegabilmente tutti uguali, e la cosa prendeva forma, oltre che pieno significato, nella seconda parte, fino quasi a renderli i nostri vicini di casa, tanto bene li conoscevamo nelle varie linee temporali, o, infine, mondi. Qui la magia non riesce a ripetersi. Forse non si ha nemmeno il tempo di farlo e troppe cose sono accennate e poi lasciate in balia degli eventi, perché se Baran bo Odar avesse cazzeggiato un altro po’ sul gossip non si sarebbe mai giunti a una conclusione. E chissà quanto lontana lui se la immaginava, dato che sin da subito fu stabilito che Dark si sarebbe concluso dopo tre intensi atti.

In conclusione dico che 1899 è una serie carina, assolutamente guardabile, meno emotivamente pesante di Dark, e che la preferisco così: chiusa da un cliffhanger, senza un prosieguo che ci avrebbe portati chissà dove o quando, ripetendo i fortunatissimi cliché che resero celebri i racconti attorno a quella centrale nucleare immersa nella boscaglia europea. Se poi speravate che Netflix sganciasse altri cinquanta milioni basandosi sul fatto che è generalmente piaciuta, beh, quell’inferriata lì non salterà mai. Nemmeno se ci infilate il cazzo. (Marco Belardi)

4 commenti

  • “In 1899 i personaggi sono praticamente tre, eppure ne vengono caratterizzati una ventina i quali non servono a niente fuorché a tingere la serie di sessualità e carica erotica, oltre che parlarci della “immigrazione di allora” nel contesto delle “due navi” di cui si va narrando”

    Non mi stupirei se fosse stata proprio Netflix ad aver fatto pressione affinché si forzassero certi elementi. A pensarci, “Dark” era fin troppo “pulita” da certa roba.

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  • #duhoglioni

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  • sono molto indietro con la serie (ho ancora in sospeso le ultime 3 di Dahmer e devo dare ancora un occhio al Signore degli Anelli di Amazon), ma su Dark, eccetto la prima stagione, l’ho trovata molto sopravvalutata, dove si fanno dei giri enormi per giungere all’unica conclusione possibile dopo tutto il bordello che era stato tirato in piedi. Concordo con il Belardi che si poteva condensare meglio…su questa non ho niente da dire, se non che difficilmente la vedrò, visto che già il tempo per vedere serie è poco, e dedicarlo a qualcosa che non ha fine, mi rode parecchio…

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  • Ho visto Dark e mi sono risparmiato la terza stagione. Pipponi inconcludenti e quello strano sentore che “apriamo mille sottotrame che non chiuderemo mai”. La cosa che mi è rimasta più impressa è il poster “Sei Dabei” nella stanza da letto di non mi ricordo chi.
    1899 non sapevo, prima di iniziarla a vedere, che era degli stessi sceneggiatori di Dark. Ho avuto i miei primi sospetti quando ho visto la faccia del Kapitano del Cerberus. Appena iniziata, non lo nego, mi ha attirato proprio la resa grafica e concettuale del mondo fin de siècle. I maroni comunque hanno iniziato a disintegrarsi proprio nel momento in cui, dopo le pippe mentali e reali, si comincia a capire che non è una serie sui tabù sessuali di fine Ottocento, che pure sarebbe stato interessante. Poi, quando hanno cominciato a sgattaiolare come sorci in gallerie che si aprivano alla cazzo di cane sbucando da un posto all’altro c’è stato lo scardinamento totale del sacchetto.
    Come metafora delle classi sociali, “La nave” di Gaber era più avanti, e anche più divertente.

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