È un nuovo anno e su Netflix gira qualche film di guerra davvero carino

THE OUTPOST

Cominciamo con The Outpost, che Netflix sta sponsorizzando in merito alla sua presenza nella classifica dei più visti. C’è anche Orlando Bloom, ma non nelle vesti del protagonista. Trattasi dell’equivalente di Blu profondo in cui si ha Samuel Jackson, lo si paga con due spicci e lo si ammazza dopo mezz’ora di storia. Un paragone (assai pesante) che mi sovviene è con Black Hawk Down, non tanto per l’ambientazione sabbiosa e sassosa, né per la critica situazione in cui vertono i personaggi principali, quanto per l’estrema cura verso i particolari tecnico tattici. Ai limiti dello sparatutto in prima persona, ma mai caotico o videoclipparo, The Outpost ha come intento quello d’immergervi nella battaglia di Kamdesh, realmente verificatasi nell’estremo nord-est afghano, in cui l’avamposto americano di Keating (dal nome di uno degli sfortunati capitani, cioè per l’appunto Bloom) fu bersagliato dalle truppe talebane. Una base militare pressoché indifendibile, situata com’era in una sorta d’anfiteatro fra i rilievi dello Hindu Kush meridionale, che espose le milizie americane al costante tiro dei nemici appollaiati sulle creste pressoché a trecentosessanta gradi, e in particolar modo sulla parete nord. The Outpost ricostruisce con dovizia quei momenti, culminanti, dopo anni di avvicendamenti ai vertici e grossolana quanto inspiegabile burocrazia, nell’invasione della celebre data del tre ottobre, frutto di una fuga di notizie dovuta con tutta probabilità ad infiltrati fra le forze alleate locali. Un altro parallelismo con Black Hawk Down si riscontra nella presenza, al netto di un cast in tono minore (niente Ridley Scott, né Columbia Pictures), di numerosi personaggi inizialmente anonimi e ai quali ci si affezionerà, gradualmente e non senza qualche prevedibile perdita, grazie a una sceneggiatura frizzante e solo a tratti inverosimile nei dialoghi. Due ore di girato che mi sono goduto come fosse la puntata di un telefilm. Nel cast anche Scott Eastwood, avuto dal padre Clint all’età di cinquantasei anni, in uno dei ruoli principali. Un difetto di questo The Outpost? Non aver saputo gestire la presenza costante di quelle creste rocciose tutt’attorno alla base, e quindi non aver fatto capire che era l’ambiente stesso a essere la minaccia incombente, e non i talebani annidati un po’ ovunque. Ma glielo perdoniamo.

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NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

D’altra caratura e tono è invece Niente di nuovo sul fronte occidentale, un titolo che non associavamo al cinema dai tempi dell’omonimo con Iam Holm, Ernest Borgnine e Donald Pleasence. Consiglierei quest’ultimissimo omaggio al celebre scritto di Erich Maria Remarque (leggetelo una volta nella vita, il titolo originale è Im Westen nichts Neues) a coloro che hanno apprezzato alla morte Dunkirk e 1917, ossia certo cinema d’autore ambientato nelle guerre del secolo scorso in un approccio totalmente concettuale e visivo. Concettuale perché non descrive la guerra come qualcosa che aggrega valorosi patrioti (come nei sogni di Roberto Bargone, dove Enrico Paoli dei Domine, a petto nudo nelle colline sopra Colle val d’Elsa, affronta fiero i nemici del vero metal, decapitandoli uno ad uno) ma giovani reclute alla mercé degli eventi, non per questo dei codardi, che però mai avrebbero voluto trovarsi lì. Un realismo che è tuttavia contrastato dalla forte predisposizione alla fotografia, all’illuminazione impeccabile e ad altri concetti appunto da regia d’autore. Premesso che adoro Dunkirk (il mio preferito di Nolan assieme a Memento ed al Cavaliere Oscuro, contrariamente ai tecnicissimi pipponi mentali da dottorando ai quali ci ha abituato di recente) così come ho adorato 1917, Niente di nuovo sul fronte occidentale è per me stato una gradevolissima sorpresa a partire dall’agghiacciante sequenza iniziale, che ci catapulta nelle retrovie del recupero, ripristino e riutilizzo degli indumenti appartenuti ai caduti. Notevoli le sequenze di combattimento, su tutte quella coi mezzi pesanti verso le trincee degli imperi centrali, e notevole è la crudeltà con cui si approfondisce la storyline d’alcuni dei personaggi, inizialmente caratterizzati tutti allo stesso modo per poi avvicinarsi all’umanità e alle predisposizioni d’ognuno. Il suicidio in piazza con i commilitoni seduti a gustarsi una zuppa, oltre ad avermi un po’ scosso, mi ha offerto una valida e scenografica motivazione per convincere mia moglie a non cucinarmi più vellutate di carote o zucca in periodi piovigginosi come il qui presente: potrei perdere del sangue, ma so con relativa certezza che funzionerebbe. Toccante anche la vicenda di Paul Baumer e dell’amico Kat: occhio, però, alle fattorie e occhio soprattutto ai risoluti bambini autoctoni. Nel cast Daniel Bruhl, già cecchino in Bastardi senza gloria e qui nei panni nel diplomatico tedesco Matthias Erzberger il quale trattò l’armistizio delle ore undici di quel tremendo novembre. Meravigliosa riproposizione della vita e della morte in trincea, film tecnicamente impeccabile ma anche in grado di lasciarti di stucco e di farti riflettere su quei pochi metri di terreno guadagnati, e poi persi, su campi insignificanti che per anni comportarono ingenti perdite a famiglie e nazioni intere.

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LA BATTAGLIA DIMENTICATA

Infine La battaglia dimenticata, produzione olandese distribuita ancora una volta da Netflix. Dopo due film ottimi dal punto di vista storico e militare, eccone un terzo che getta le medesime basi (la resistenza locale nei Paesi Bassi occupati dai nazisti in ritiro dopo la batosta in Normandia: l’argomento, in teoria, c’era tutto) per poi perdersi dietro a una realizzazione tecnica eccessivamente patinata e a trecentocinquanta dinamiche amorose della beata minchia, oltre a risvolti politico/sociali d’altrettanti personaggi di cui ricordo solo Dirk (il ragazzino tinto alla Mustaine che lancia macchine fotografiche sui camion uccidendone l’autista). Al che ho interrotto e ho contattato lo Sciamano Bonetta, noto addetto in un centro commerciale d’elettronica, apparsomi in sogno già alcune notti prima per segnalarmi il malfunzionamento delle spazzole originali del mio potentissimo aspirapolvere Dyson. Lo Sciamano Bonetta, il quale non si manifesta fumando determinate erbe di notte nel deserto ma imprecando con determinate tonalità vocali, non ha tardato ad apparire e a portare consiglio. Tra veneti e toscani, per ovvi motivi, ci si aiuta anche a distanza. Il film nel frattempo andava avanti, ma mi ero già rotto i coglioni e riflettevo: sostituisco la spazzola con una compatibile da quindici euro? Faccio come quelli che comprano una Nikon D850 da tremila e passa euro e poi ci montano sopra un fondo di bottiglia della 7Artisans fatto con la plastica e i vetri delle Peroni? Oppure opto per l’originale? BONETTA CANE DIDXXX DIMMI. Il caso vuole che le spazzole da sole sul sito ufficiale non le trovo, e intanto c’è una bella sequenza con gli alianti, e potrei seguirla e gustarmela come la mezz’ora finale di Pearl Harbor Dimerda, ma questo film proprio non mi prende. C’è anche una scena con una discreta gnocca, proprio come in Pearl Harbor Dimerda. Ma ormai lo spettro di Bonetta ha la mia totale attenzione, e la sua visione onirica mi raccomanda di sostituire tutto il blocco che è pure in sconto su Amazon. Risultato: una migliore silenziosità, un ridotto attrito sul pavimento anche alla massima potenza, nonché sul parquet, e aspirazione riportata ai medesimi livelli di quando ebbi acquistato l’apparecchio cinque anni orsono. Certi toscani degli anni Ottanta provenienti dalle colline non avrebbero indugiato a infilarci dentro l’uccello, riducendolo in poltiglia per il pollaio. Un pezzo di ricambio sì costoso, ma, se considero che questo aggeggio è nelle stesse condizioni di cinque anni fa, spazzole escluse, sostituendo il blocco avrò garantiti altrettanti anni di utilizzo a meno d’una sfortunata avaria al blocco motore: anch’esso sostituibile al costo di una milza, annota la casa produttrice. Inoltre le spazzole equivalenti si dice facciano un gran rumore e che non assicurino la medesima efficacia; tanto varrebbe, allora, optare per un’altra aspirapolvere. Finisco insomma a riflettere se colossi tali e quali ad Apple o Dyson siano fatti di sola qualità o se siano una sorta di massoneria che ti appioppa un asciugacapelli a 450 euro perché tu credi ciecamente nella riuscita nelle funzionalità dei loro prodotti. È roba buona, ma, entrando in un qualunque negozio di case produttrici del quel rango, percepisci dal loro livello d’indottrinamento che sei venuto a trovarti in un covo di assatanati pronti a tutto. Intanto sparano a Marinus van Staveren, e non può farcela: pieno petto. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Benissimo. Pieno flusso di eventi, mediatici, reali, e mentali, e magistralmente raccontati

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  • Gundalf il Rozzo

    The Outpost me lo son visto e devo dire che inizialmente mi aveva fatto una gran bella impressione di merda. Per fortuna che nella seconda metà il film ingrana. La battaglia finale è davvero ben fatta. Del film Netflix di Niente di nuovo sul fronte occidentale ho sentito parlare bene pressochè ovunque.

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