Recuperone di fine anno vol. 3: sconforto e mestizia

Questa volta andiamo a riprendere alcune uscite dell’anno in campi più sludge e post-qualcosa, quindi generi che lasciano di solito meno spazio a sentimenti positivi e costruttivi tipo la sete di vendetta nei confronti dei nemici del Vero Metallo. Prevalgono invece lo sconforto, la mestizia, la melanconia, il fango (morale e non), lo scazzo, l’oblio, quelle cose così. Non credo siate dei buontemponi in cerca di cose leggere, comunque.

Sin dalle prime note Folium Limina dà una sensazione di già sentito. Le atmosfere post e molto lente, il violino elettrico, la voce femminile, una generica aura stregonesca e vittoriana. Paiono proprio i SubRosa. Ehi, ma gli OTOLITH sono i SubRosa, o meglio ne sono quattro quinti o quattro sesti, non ho capito. Manca all’appello la cantante principale, Rebecca Vernon. Si aggiunge invece il bassista dei Visigoth. Che però non ci porta nulla della sua altra band. Così Folium Limina è praticamente al 100% quello che vi sareste aspettato da un nuovo album della band di origine. Tutto ok, quindi? Insomma, la formula è talmente particolare e statica che a reggerla un’ora un po’ si fatica, anche perché le linee vocali non sono (più) il piatto forte della casa. Pensare che i The Keening, il progetto di Rebecca Vernon, l’unica SubRosa a non essere confluita nei The Otolith, hanno finora pubblicato un solo, splendido brano strumentale per pianoforte soltanto, A Shadow Covers your Face, una specie di Teardrop dei Massive Attack come la destrutturerebbe Thom Yorke. Ma senza gorgheggi. Splendida, un grado zero, una pagina completamente bianca da cui ripartire con una nuova storia. Gli Otolith invece dal romanzo precedente hanno ereditato tutto, personaggi, ambientazioni, lessico. Solo che la trama non pare più a fuoco e l’attenzione del lettore precipita. Per lo meno la mia.

Siccome le Gallhammer mi fomentavano parecchio (a voi no?), quando venne fuori un duo femminile giapponese dedito allo sludge doom più sporco e psichedelico fui contentissimo. Per partito preso, per il concetto. In a Bizarre Dream è ormai il terzo album delle BLACKLAB ed è grezzo e scoglionato come meglio si conviene. Infatti di scazzo grunge ce n’è a pacchi, e più Melvins che Hole o L7. Anche hardcore, ma quasi stoogesiano. Le due di Osaka fanno un gran baccano, per essere due: Yuko Morino stratifica chitarre grasse, urla e sbraita, e Chia Shiraishi dietro le pelli bastona che è un piacere, scuola Dale Crover. Già, appunto, tantissimo Melvins, due brani come Evil 1 e Evil 2 provengono da lì. Poi pure sorprese come Crows, Sparrows and Cats, ritmi motorik per un convoglio con a bordo Laetitia Sadler degli Stereolab a condividere gli oneri dietro al microfono. Letteralmente: non è una metafora per dire che il pezzo ha una vena psichedelica. Poi Lost torna a viaggiare su territori grunge sabbathiani. Poi ancora psichedelia, poi ancora sludge. Poi Collapse che come finale hardcore e ai limiti del death metal (certi Sepultura non lontanissimi) chiude i giochi in bellezza. Come sempre, finisci per avvicinarti a un gruppo giapponese per questioni di costume e invece rimani invischiato in dischi fichi, visionari ma lucidi. Raccomandate. Pubblica la londinese Heavy Sounds.

È infine andiamo a recuperare anche Proceed degli andalusi ORTHODOX. Io non li avevo più seguiti da un pezzo. Dopo l’esordio con Gran Poder e lo svarione di Amanecer En Puerta Oscura li avevo proprio abbandonati (la musica drone/sludge/jazz non è proprio intrattenimento). Scopro ora che mi sono perso ben cinque dischi prima di mettere in cuffia questo Proceed. Cosa mi sono perso forse me lo dirà qualcuno di voi. Io vi dico che ero partito prevenuto e che mi aspettavo un po’ una rottura di coglioni. E invece no. A me Proceed piace. Piace perché sta a metà dei due dischi che conoscevo, quindi più conciso, concreto, ma anche vario, ché certe libertà jazziste se le prendono sempre. Per il resto dissonanze, mazzate doom, tanto Melvins pure qua, ma tipo con Tom Araya a urlare. Tutte quelle suggestioni da Semana Santa, processioni incappucciate, vabbè, son suggestioni. Ma loro giravano incappucciati quando non era ancora una moda. E però la dilatazione da deserto assolato c’è eccome, altroché. Invece certe dissonanza e certi ritmi sono quasi post/hardcore, quasi Hydrahead, vedi Rabid God e Starve. La dimensione psichedelica di The Son, The Sword, The Bread o di The Long Defeat non è invece quella del viaggione fisico o psichico, ma dell’oblio senza appigli, della depressione sotto un sole assassino. Proceed è per me un bel disco. Non c’entra forse nulla con Close, ma volendo forzare un po’ c’è un filo, un approccio prog e mediterraneo alla materia doom. Ma forse sono solo suggestioni. (Lorenzo Centini)

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