L’oscura immensità della morte: RAMMSTEIN – Zeit

“C’è una parte di me che ha sempre sedici anni”, cantava Phil Anselmo in Goddamn Electric, il verso che meglio riassume la gioia dell’essere metallari. La peculiarità dei Rammstein è quella di essere, ed essere sempre stati, l’antitesi di tale spirito. Una band fin troppo adulta, che aveva esordito quando i suoi membri avevano già tutti più o meno trent’anni, trattando tematiche difficili in modo difficile, spesso ermetico, volentieri ambiguo. La dolorosa problematicità germanica che irrompe in un genere a trazione anglosassone; anche questa un’antitesi. Quando rimetto su per l’ennesima volta The Number of the Beast o Seasons in the Abyss rivivo le sensazioni del ragazzino che ero quando li ascoltai la prima volta e mi ricordo di non tradirlo mai (più). Quando risento Filosofem o Hail to England ritorno in quei territori dell’immaginazione dove mi rifugiavo da adolescente. I Rammstein, invece, crescono con te per farti sempre più male, non fanno che riportarti alla realtà nel modo più brutale possibile. A vent’anni non li avrei mai definiti uno dei miei gruppi preferiti. Oggi, a quaranta, lo sono. E un disco come Zeit è davvero difficile da apprezzare se non si è giunti a un punto della vita nel quale ci si inizia a porre seriamente il problema della propria mortalità.

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Il tema del trapasso è sempre stato centrale nell’heavy metal, e sarebbe superficiale asserire che lo sia in modo astratto. Il death metal però ti consente di esorcizzarlo, ti ricorda che riguarda tutti e non ci puoi fare nulla e che, anzi, devi essere contento che difficilmente creperai nei modi granguignoleschi evocati nelle liriche dei Cannibal Corpse. Il doom, nel suo profondo afflato cristiano, cerca di convincerti che hai un’anima immortale. Zeit prende a martellate le sovrastrutture che da millenni ci servono per fare pace con il nostro inesorabile destino.

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Un filo rosso attraversa l’intero album, a partire dalla splendida title-track: invecchiare è un tormento, dover morire è orribile e, soprattutto, quando si muore, si muore soli. E vale anche per i brani apparentemente leggeri. OK è il classico pezzo immediato e danzereccio di argomento sessuale, sulla scia di Pussy e Sex, dove però, gratta gratta, non c’è molto di gioioso e l’amplesso è soprattutto coazione a sfidare quell’entropia alla quale saremo costretti a soccombere. Dicke Titten, con la sua marcetta militare e il titolo goliardico (“Tette grosse”) è una deprimente storia di solitudine con protagonista uno scapolo disposto a piegarsi a tutto in cambio di quella compagnia femminile che la vita gli ha negato. Gli fa da contraltare l’io narrante di Lügen, che immaginiamo padre di famiglia di mezza età che poggia la sua serenità su un’impalcatura di menzogne. Per sottolineare il concetto, Lindemann ricorre all’autotune, in una simil-ballata dall’andamento in crescendo, modulo compositivo che torna più volte in un disco dai toni spesso torpidi e sommessi (un altro esempio è la straziante Meine Tränen, uno dei picchi emotivi di Zeit, dove a raccontarsi è un altro scapolo intrappolato in una convivenza con l’anziana madre, dalla quale continua a patire abusi psicologici) ma non troppo sbilanciato sull’elettronica, come era stato a volte Rosenrot. I momenti più aggressivi e diretti, dal canto loro, recuperano una freschezza che nell’Lp precedente era spesso latitata. La beffarda Zick Zack, uno degli episodi più pop, trainata dalle tastiere di Flake, che, con i chitarroni più in secondo piano, diventa mattatore e regista. O Angst, che è diventata la mia preferita e sono arrivato ad ascoltare anche per dieci volte consecutive.

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La coerenza tematica si riflette in una scrittura sorprendentemente compatta, come non era forse dai tempi di Sehnsucht. Tutti i dischi successivi furono incentrati sui singoli e risultavano, per questo, diseguali. Lo stesso Reise, Reise era bellissimo perché quasi tutte le tracce erano potenziali hit. E l’omonimo del 2019, che usciva dopo un silenzio decennale, era stato preceduto da due singoli pazzeschi sui quali era stato investito tantissimo (anche economicamente, considerando il sontuoso video di Deutschland) ma il prosieguo non era certo all’altezza. La differenza sembra stare nel fatto che, riunitosi per pubblicare a ogni costo qualcosa che fungesse da segno di vita, il gruppo ha finito per ritrovarsi sul serio. Ed è tornato, dopo un intervallo piuttosto breve, con tante cose da dire e un’ispirazione che è raro riscontrare in musicisti che ormai vanno per i sessanta. Non solo non c’è una canzone debole ma non c’è una canzone che non abbia un ruolo da indispensabile tassello in un oscuro mosaico che colpisce per organicità e costanza qualitativa, dove nessun pezzo finisce per spiccare davvero perché non c’è un pezzo che non sia all’altezza, cosa che si può dire di pochissimi dischi dei Rammstein, forse solo dei primi due. In quest’ottica, Zeit è il miglior disco dei Rammstein dai tempi di Sehnsucht. Mi è entrato sotto pelle come non accadeva da tempo immemore e non se ne andrà molto presto. Anzi, potrebbe perseguitarmi per sempre.

Cercatevi le traduzioni dei testi, sennò vi perdete molto. Vale per tutti i dischi dei Rammstein ma per questo vale ancora di più. (Ciccio Russo)

7 commenti

  • Grande stima per la citazione di Carlotto

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  • Grandissimo album, direi più che altro il migliore dai tempi di “Reise Reise” che considero il loro massimo

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  • Angst è l’antitesi di We are the world, e ne avevamo bisogno.

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  • È un disco che cresce in maniera lenta ma inesorabile, dove nessun brano sembra sovrastare gli altri (anche se Zeit e Angst sono palesemente a un livello superiore), ma dove però ogni traccia ha il suo qualcosa da dire. Concordo sul precedente, che ho riascoltato pochi giorni fa con tutta la discografia, bene la prima metà poi il calo è piuttosto vistoso. Ora sto in frenesia per vederli a Torino con biglietto comprato eoni fa.

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  • Complimenti. Recensione scritta con intelligenza e sentimento. Bellissima come questo Zeit.

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  • Pensavo che i nostri uscissero con una simil-fotocopia del disco del 2019 (non sarei stato scontento, nel caso), hanno tirato fuori il coniglio dal cilindro invece. Mi ricorda Rosenrot, che amo, nelle atmosfere. La tripletta angst – dicke titten – lügen mi stende. Ho iniziato ad ascoltare metal nel 2001-2002, Mutter è uno dei primi dischi metal che ho sentito, mi commuove vederli tornare così dopo anni in cui sembrava che si stessero spegnendo piano piano

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