Italianochitarra [Michele Romani]

(ItalianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

LITFIBA- Sogno Ribelle (1992)
Come nel caso dell’esimio collega Lorenzo Centini che aveva nominato Re Del Silenzio, anche io nel nominare i Litfiba non scelgo un vero e proprio album ma una compilation, Sogno Ribelle, la prima raccolta ufficiale del gruppo fiorentino. Non sono uno di quelli (e ce ne sono parecchi) che considera Pelù e soci solo nella sua incarnazione post-punk/darkwave dei primi straordinari lavori, anche perché li ho scoperti nella loro versione più rock proprio con questa raccolta, che presenta un solo inedito (Linea d’Ombra) e tutta una serie di brani del periodo 1985-1989 risuonati in maniera quasi hard rock, con la chitarra di Ghigo assoluta protagonista. Adesso so che per qualcuno bestemmierò, ma reputo alcuni di questi suonati nella nuova versione addirittura superiori all’originali, parlo in particolare di Corri (il finale è assolutamente da brividi), la pazzesca versione solo chitarra e voce di Eroi Nel Vento o ancora l’incedere quasi ipnotico di Bambino, tutti brani che hanno ricevuto una linfa vitale notevole rispetto alle già ottime versioni precedenti.

TIMORIA – Viaggio Senza Vento (1993)
C’è stato un periodo in Italia (sembra una vita fa) in cui la parola rock italiano non era per forza associata a quella macchina da soldi chiamata Maneskin, ma a tutta una serie di band che, soprattutto nella prima metà degli anni ’90, uscirono fuori dall’underground ritagliandosi uno spazio di tutto rispetto nonostante le mille difficoltà, perché è inutile ricordarvi quanto fosse complicato fare rock in Italia e soprattutto cantarlo in italiano. I Timoria da Brescia erano una di queste, che, dopo un primo il discreto ma troppo “cantautorale” per i miei gusti Storie per Vivere (erano finiti addirittura a Sanremo), pubblicarono nel ’93 Viaggio Senza Vento, il loro capolavoro indiscusso, un concept album basato per l’appunto sul viaggio interiore di un tossicodipendente di nome Joe, dalla deriva iniziale fino al “riscatto” finale. Il genere è un hard rock molto influenzato dalle band più metalliche di Seattle, tanto che qualcuno li aveva addirittura definiti i Soundgarden italiani; forse un paragone un po’ avventato, ma ciò non toglie che pezzi come Senza Vento, Il Mercante dei Sogni o Sangue Impazzito (uno dei più bei pezzi italiani di sempre) sono di assoluto valore, pur con una preparazione tecnica abbastanza scadente se escludiamo la straordinaria voce di Renga, che poi ha fatto la fine che ha fatto. Quest’ultimo e Omar Pedrini in seguito avrebbero scazzato sembra per una questione di donne, e il sostituto Sasha Torrisi purtroppo non era minimamente ai livelli del predecessore, tanto che si sciolsero di lì a poco.

CROWN OF AUTUMN – The Treasures Arcane (1997)
Sono convinto che, se questa piccola gemma del metal nostrano fosse uscita in un periodo diverso, avrebbe avuto molto più risalto di quanto effettivamente ha avuto. Diciamo che l’incidere per una piccolissima etichetta nostrana come la Elnor Records non li ha certamente aiutati (anche se il particolarissimo package del disco a forma di scrigno era veramente notevole), ma la sfiga maggiore è stata quella di uscire nel periodo della nascente ma già imperante moda power dell’epoca che aveva fagocitato tutto, gruppi, case discografiche e riviste (tranne una col punto esclamativo finale). In questo contesto si inserisce un giovane milanese di nome Emanuele Rastelli, che dopo l’ottimo demo demo Ruins dà vita a questa meraviglia intitolata The Treasures Arcane, un disco complicatissimo da racchiudere in un genere perché contiene veramente di tutto: black metal melodico, un certo tipo di gothic, folk, vaghissimi influssi power (dati soprattutto dalla batteria del session Matt Stanciou dei Labirynth) ed un’atmosfera generale fantasy/cavalleresca che raramente mi è capitata di sentire così chiaramente in un disco. A me hanno sempre ricordato vagamente i primissimi Empyrium, soprattutto nelle parti solo tastiera e voce come nella prima parte di Nocturnal Gold, tre minuti sognanti che ti portano con la mente in epoche dimenticate. La band risulta oggi ancora attiva, ho provato ad ascoltare le ultime cose ma purtroppo della magia di questa meraviglia di disco rimane poco o nulla.

CANAAN – A Calling to Weakness (2002)
Questo è il disco più deprimente che abbia mai ascoltato. E fidatevi, ne ho ascoltati parecchi nel corso della mia vita. Però nessuno ha mai raggiunto i livelli di A Calling To Weakness, opera quarta dei Canaan, band milanese nata dalle ceneri dei Ras Algethi, uno dei pochi gruppi italiani a cimentarsi in un genere come il doom a tinte funeree. Al contrario nei Canaan non c’è alcuna parvenza di metal, ma ci sono influenze a tutto tondo dalla dark wave ottantiana e da un certo gothic novantiano, che creano un’atmosfera crepuscolare data soprattutto dai testi senza speranza di Mauro Berchi, una sorta di visione disincantata di fronte allo scorrere del tempo. Davanti a pezzi incredibili come Prayer for Nothing, The Forever Passion (la mia preferita), Un Ultimo Patetico Addio c’è solo da stare fermi immobili, bere tre-quattro bicchieri di vino ed assistere senza speranza al lento incidere della vita. Ringrazio Matteo Cortesi e il fu Fabrizio “Er Doom” Socci (una prece, ndbarg) per avermelo ai tempi consigliato.

ALEXIA – Fun Club (1997)
Alessia Aquilani in arte Alexia è stata senza dubbio una delle protagoniste della gloriosa dance italiana degli anni ‘90, quando l’Italia dominava il mondo con artisti e DJ che ricordiamo un po’ tutti. Personalmente prima di fare una scelta di campo e buttarmi nella metalz ho passato circa un paio di anni totalmente in fissa con queste sonorità (conservo ancora qualche Discomania Mix in casa) oramai totalmente dimenticate a parte in alcuni paesi dell’Est Europa (Russia in particolare) dove vanno ancora per la maggiore. Alexia era sicuramente uno dei simboli di quel modo di fare musica dance: brani immediati ma comunque mai banali, caratterizzati da quel tipico tappeto di tastiere in sottofondo un po’ progressivo/malinconico tipico degli anni 90. Il disco praticamente è tutta una sfliza di hit senza soluzione di pausa, Me and You, Virtual Reality, Another Way, The Summer is Crazy (insieme a Children e Better Off Alone nella top 10 assoluta dei pezzi dance di sempre) che hanno fatto ballare praticamente tutti in quel periodo. Col tempo Alexia abbandonerà la dance e il cantato in inglese intraprendendo totalmente un’altra strada, anche se ancora oggi non disdegna concerti all’estero con soli pezzi di quello straordinario periodo.

MARLENE KUNTZ – Il Vile (1996)
Fino alla fine degli anni ’90 i Marlene Kuntz sono stati indubbiamente una delle migliori realtà musicali italiane, questo almeno fino a quando non arrivò quell’atroce singolo con Skin, il successo commerciale e i dischi successivi che purtroppo ne furono una netta conseguenza, con un sound sempre più melodico e ammorbidito. La massima espressione di quel periodo precedente fu sicuramente Il Vile, uscito due anni dopo l’ottimo ma ancora acerbo per certi versi Catartica, disco trainato da quel pezzo generazionale che risponde al nome di Nuotando Nell’Aria. I quattro di Cuneo li vidi dal vivo in un concerto infuocato al Forte Prenestino proprio nel tour de Il Vile, il disco della piena maturità stilistica della band, ancora pesantemente influenzato dal riffing di Thurston Moore dei Sonic Youth ma comunque molto più personale, e soprattutto con una registrazione a dir poco perfetta. I suoni di chitarra e di basso di questo disco sono la perfezione assoluta, e si intersecano alla perfezione con le tipiche liriche introspettive e piene di doppi sensi di Cristiano Godano. Un pezzo meraviglioso come L’Esangue Deborah poche band italiane sono in grado di scriverlo, questo poco ma sicuro.

PROZAC+ – Testa Plastica (1996)
I Prozac+ rimarranno per sempre uno dei concerti più assurdi a cui mi sia mai capitato di assistere. Era la data romana del  tour di Acido Acida ed avevo accompagnato una mia amica fissata con loro, nello stesso posto (il mitico Frontiera) dove qualche giorno prima avevo visto dei Tiamat ubriachissimi supportare il mai troppo compreso A Deeper Kind of Slumber. Fatto sta che la sempre ottima audience romana, appena il trio di Pordenone esordì sul palco, cominciò a proferire epiteti non proprio lusinghieri nei confronti della bassista (scomparsa di recente) e della cantante, tanto che finito il primo pezzo il chitarrista se ne uscì con un: “Se siete venuti per le figa meglio se ve ne andiate affanculo”. Giuro che in vita mia non ho mai visto nessuno essere ricoperto di sputi come il povero Gianmaria quella sera, a cui va però dato atto (in pieno spirito punk) di aver continuato come nulla fosse. Non sono proprio un amante del genere, ma non so perché il pop-punk dei Prozac+ mi ha sempre intrigato moltissimo, soprattutto in questo disco che considero più sincero e diretto di quello contenente l’insopportabile Acido Acida. La cosa che mi ha sempre attirato dei Prozac+ era il contrasto tra le melodie tutto sommato abbastanza gioiose e le liriche che declamavano emarginazione e riferimenti alla droga neanche troppo velati, e pezzi come Niki, Pastiglie, o la tristissima Rendimi La Vita sono esplicativi in tal senso.

VM. 18 – st (1995)
Chiudiamo questa retrospettiva con un disco che originariamente non avevo inserito. Senonché, dopo un po’ di pulizie casalinghe, mi sono ritrovato una vecchia TDK con da un lato i V.M.18 e dall’altro Contro Ogni Tempo dei Movida di Mario Riso, diventato abbastanza noto per aver fondato il progetto musicale/sociale Rezophonic. Se questi ultimi si cimentavano in un hard rock influenzato molto dal grunge dell’epoca, il disco dei VM.18 è veramente una bomba totale, roba che veramente ti chiedi perché sia passato così inosservato. Pure le informazioni sul gruppo latitano parecchio, tranne che fossero una sorta di join venture tra vari personaggi di spicco della scena lombarda dell’epoca e che Vasco Rossi se li era addirittura portati dietro come gruppo di apertura nel tour degli Spari Sopra. Come dicevo il disco spacca dall’inizio alla fine, musicalmente risente di quel tipico suono panterizzato di metà anni ’90, anche se molto meno compresso rispetto a quello del contemporaneo The Positive Pressure degli Extrema, per intenderci. I pezzi sono in italiano e sono tutti molto diretti e abbastanza orecchiabili, con una registrazione a dir poco perfetta e liriche totalmente misogine (leggetevi il testo di Nella Carne), roba che Pete Steele levate proprio. Il gruppo si è riformato nel 2011 per qualche data sporadica per poi ricadere totalmente nell’oblio. (Michele Romani)

9 commenti

  • Per quanto riguarda i Litfiba concordo che Corri, Bambino e in generale i pezzi di Litfiba 3 siano più riusciti in questa versione, più che altro perché quello fu uno splendido album funestato da una produzione a dir poco atroce. Eroi nel vento, pezzo wave capolavoro, in questa versione arena rock perde tutto il suo fascino a mio avviso, soprattutto per la voce di Pelù che aveva abbandonato il tono declamatorio degli esordi per mutarsi in tutti quegli uuuuahhh, uuuueeehh che probabilmente doveva farlo sentire molto “ruack” ma lo ha reso macchiettistico. Avendo vissuto l’infanzia e l’adolescenza tra la periferia di Milano e la provincia cremonese non esiste per me disco più generazionale di Viaggio senza Vento, che davvero fotografa in maniera perfetta il paesaggio Lombardo di quegli anni. Degrado urbano, solitudine e tossidipendenza, l’orizzonte limitato e la riservatezza tipica dei lombardi, il microcosmo degli oratori di paese con le sue compagnie. Ma anche la sublime bellezza della campagna lombarda, con i suoi filari di pioppi e canali immersi nel silenzio e nella nebbia per gran parte dell’anno, o l’allegria sincera delle fiere agricole e delle innumerevoli osterie. Rispetto a trent’anni fa anche la nebbia è ormai scomparsa, fagocitata dalla cementificazione e proliferazione dei comparti della logistica,tristezza infinita.

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    • che bel commento… non condivido del tutto sui litfiba mentre ti dico ancora complimenti sulla parte dei timoria. sono veneto, anzi bellunese, quindi non ho vissuto quell’ambiente, ma lo hai descritto in modo che mi sembrava di sentire il disco in sottofondo

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  • Alexia, così de botto, senza senso

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  • C’ero anche io al concerto dei Tiamat al Frontiera e se non erro erano anche previsti i The Gathering che per qualche motivo saltarono la serata. Bei tempi il Frontiera, vicino casa e dotato di una programmazione spettacolare.

    Per i Litfiba, io li conobbi con Terremoto tramite un compagno di classe delle medie. Gran disco, bello anche il successivo Spirito dai suoni più acustici, ma il capolavoro dalla loro reincarnazione Rock è Colpo Di Coda. LIVE spettacolare.

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  • Coraggioso Michele, c’hai messo dentro quella sana merda che ognuno di noi custodisce in qualche cazzo di armadio privato. Però dio cane, che le versioni abominevoli di Sogno Ribelle siano meglio degli originali proprio no. No.
    Forza Roma, sempre.

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    • “abominevoli”, ed eccoci di nuovo con la polarizzazione capolavoro/merda tipica dell’internet

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      • Le influenze wave e post-punk che Gianni Maroccolo aveva iniettato nel suono dei primi Litfiba erano già divenute inconsistenti in Litfiba 3 (album che segna una rottura interna alla band irreparabile); per poi evaporare del tutto in seguito al suo abbandono. Per chi come me è cresciuto con quei Litfiba è stato scioccante sentirli trasformare in qualcosa di completamente diverso, nei suoni, nell’attitudine, nel gusto per gli arrangiamenti e per i testi (sempre più banali). Per cui Sogno Ribelle l’ho sentito come il tentativo di ripulire e dare in pasto alle masse brani che erano tutta un’altra cosa. Tra l’altro Ghigo Renzulli è tutto tranne un fine arrangiatore. Ridare evidenza alle chitarre non significa migliorare un brano. E sì, lo ripeto: per me è stato un abominio sacrilego risuonare quelle canzoni con quelle scelte.

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    • @Fanta: Ma nessuno dice che le hanno migliorate, né discute la tua ricostruzione tecnica e storica dei mutamenti attraversati dai Litfiba e dal loro sound, che ritengo assolutamente corretta, come corretta è la spiegazione del perché (si poteva più sinteticamente dire “vendere di più”). Certo, se intendi abominevole dal punto di vista ideologico allora ci può stare, ma la versione di Eroe nel vento solo chitarra e voce non puoi negare che sia bella, la rifiuti appunto solo in quanto diversa da prima… mentre io, che i Litfiba li ho scoperti nel ’93 e quello che avevano inciso prima lo ho ascoltato tutto insieme, adoro entrambi i gruppi (perché son due gruppi diversi, poco da fare). Chiedo scusa per il pippone ;)

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      • Infatti immaginavo una configurazione di ascolto a ritroso come quella che riguarda anche Michele. E in effetti non può essere la stessa cosa rispetto al mio vissuto. Ecco forse sono stato un po’ drastico ma siamo sempre nel novero della soggettività per fortuna. Ciao Bonzo, a presto

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