ItalianoChitarra [Lorenzo Centini]

ENNIO MORRICONE Le colonne sonore originali dei film di Sergio Leone (1989)

“Quando devo sparare, la sera prima vado a letto presto” – il Monco

Se questa fosse una seduta psicoanalitica, partirei probabilmente dall’infanzia. Dalle videocassette registrate da mio padre coi western di Sergio Leone che periodicamente rimettevo su, in solitaria, a vedere e rivedere per l’ennesima volta. Di Per Qualche Dollaro In Più ero in grado di anticipare qualsiasi battuta fino a pochi anni fa. Prima allora che incontrassi l’epica sui testi scolastici o nei libretti di dischi metal, tutto partì dal Biondo, dal Monco, da Sentenza, Tuco, Ramon, l’Indio. Gesù santo, l’Indio, il cattivo migliore di sempre. E chiaramente da Ennio Morricone, e quindi da Rucher (chitarra), Dell’Orso (voce), Lacerenza (tromba), Alessandroni (fischio) e tanti altri, musicisti eccellenti, tecnici, rumoristi. Non sto certo a dirvi io nulla di nuovo. O di sensato, che non sappiate già. Questa musica è stata la musica della mia infanzia, più di tutte. Unita alle immagini, ma anche no. Tant’è che prestissimo me ne sono procurato un cd. L’epica, dicevo, l’etica ed il pathos (forse l’etnica, persino) che più di tutti mi hanno formato stanno tutti in questi film, soprattutto i primi tre, e nelle colonne sonore che forse più di tutti gli altri dischi che posseggo o che abbia incontrato mi hanno rivelato la straordinaria potenza emotiva ed immaginifica della Musica (per non parlare, poi, del Cinema).

LITFIBA – Re del Silenzio (1994)

“Resta una parte di me, quella più vicina al nulla” – Piero Pelù

Era il mio fratellone a portare i dischi in casa tra le mie elementari e medie. Portò anche questo qui, che i Litfiba erano il gruppo Rock più importante in giro. Contendevano le classifiche a Vasco. A me piacevano ovviamente la morriconiana Louisiana e Amigo perché erano western, a modo loro. Il resto forse per me era ancora troppo. Ma seguivo il fratellone, e meno male che l’ho fatto. Poi ho riconosciuto ne la Trilogia del Potere alcune delle musiche più belle di sempre, in Italia e no. Guai a chi mi tocca Pelù. E Gianni Maroccolo. E al basso in alcune c’è ovviamente lui, qui. Resta resta tuttora la colonna sonora che cerco in certi momenti più bui. Proibito il primo brano rock che mi sia piaciuto da subito per davvero. Ricordo l’imbarazzo sul vaffanculo che usciva dalle casse dello stereo coi miei in giro per casa. Mio padre che irrompe in soggiorno mentre io e mio fratello ascoltiamo Gioconda, chiedendoci sdegnato cosa cazzo stessimo ascoltando. Ricordo che la maestra cominciava a farci discorsi contro la droga. Io le dissi che ascoltavo una canzone contro l’eroina, Gira nel Mio Cerchio. La maestra propose di portarla in classe per cantarla in coro con tutti i compagnetti.

CONSORZIO SUONATORI INDIPENDENTI – La Terra, la Guerra, una Questione Privata (1997)

“Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito, per una irata sensazione di peggioramento” – Beppe Fenoglio / Giovanni Lindo Ferretti

E pensare che a Cccp e Csi ci sono arrivato a dodici anni cercando di capire cosa fosse il punk che vedevo citato nelle recensioni. Niente punk qua. Le versioni di brani fantastici contenute in questo disco sono ancora più fantastiche. Al basso c’è Gianni Maroccolo, ovviamente. Ma al di là della bellezza sbalorditiva di suoni e arrangiamenti, in questo live qui, a Ferretti devo anche di avermi introdotto a Fenoglio e con lui ad avermi insegnato che la propria moralità, anche ferma e convinta (“la mia piccola Patria sa scegliersi la parte”) è una questione un bel po’ più complessa e viscerale di quel manicheismo moralista, distorto e semplicistico del tipo “noi siamo i buoni, loro i cattivi” che va ora. Forse è vero che l’unica rivoluzione che abbia un senso è quella che comincia la mattina di fronte allo specchio (cit.), ma allora da che parte stare lo devi aver scelto un attimo prima, in solitaria, nel letto, guardando il soffitto. Alla fine è sempre e solo una questione privata. Mi sono sentito groupie dentro solo due volte in vita mia, incontrando i Los Natas al Sinister Noise una volta, e la seconda incrociando Ferretti anni fa, ma abbondantemente in era post-Gucci e Ferrara, alla Stazione Centrale, Milano. Gli ho porto la mano per stringerla. “A lei devo molto”. Me lo tenevo sulla punta della lingua da un bel po’ di anni.

MARLENE KUNTZCatartica (1994)

“Complimenti per la festa, una festa del cazzo” – Cristiano Godano

Montecchi e Capuleti della mia generazione erano Marlene ed Afterhours. Ed io ero per i primi, anche se i secondi sono invecchiati molto meglio e anche se poi ho capito che i Massimo Volume erano meglio ancora. Ma a 14 anni da compiere, un pomeriggio caldo, su MTV li vedo suonare dal vivo sei pezzi, con le Gibson martoriate e il china percosso con sadismo. Conciati come Nick Cave (e chi cazzo fosse Nick Cave non lo sapevo ancora). Qualcuno doveva pure introdurmi a un mondo di bava sui microfoni, distorsioni, riff epici di chitarra elettrica: Sonica! In fondo, molto più della versione italiana dei Sonic Youth che sono per i più. Festa Mesta dal vivo e MK su disco sono proto-metal. Un’altra cosa mi hanno insegnato: chiedendo di questo disco, Catartica, al mio negoziante di dischi di fiducia dell’epoca, al bancone c’era un capellone metallaro che con sufficienza mi fa: “questo era un disco, mica come ora che si sono venduti”. Era uscito da poco il secondo, Il Vile, niente al confronto di quello che hanno fatto poi. Che la parte migliore della discografia arriva al massimo fino a che non se n’è andato Gianni Maroccolo. Ma si sa, è sempre meglio il primo disco. Quando non, anzi, il demo.

FLUXUSPura Lana Vergine (1998)

Spiegami il mistero del sangue che si scioglie, Santa Emorragia, piena di grazia” – Franz Goria

Stavo entrando in fase grunge, con le prime amicizie adolescenziali, prime birre. Su una rivista c’è la recensione di questo disco parlandone come di un disco grunge. Esce per il Manifesto, dodicimila lire, me lo posso permettere, anzi, me lo faccio comprare da mia zia. No, oddio, Uomo Ghignante e Tutto da Rifare sono forse un po’ grunge per davvero, ma c’è tanto di più, il noise matematico degli Helmet (e chi cazzo fossero gli Helmet non lo sapevo ancora), il post-hardcore e l’hardcore e basta. Ci suona pure Cinotto dei Nerorgasmo e se ne era appena uscito Tax dei Negazione. La musica è bestiale, potentissima, fredda, sfaccettata. Concettualmente, l’impressione è che siano principalmente un prodotto di Franz Goria. La sua voce stridula ci ho messo troppo tempo a farmela piacere. Neutralizzate le barriere, ecco un disco stupendo per davvero, molto al di sopra dell’indie italiano di quegli anni (CSI a parte) e di quelli a venire, per coerenza, serietà, significato. Quando racconta l’Italia degli anni di Pasolini in Latte, Goria sta parlando anche di quella contemporanea (ora è persino peggio), un “paese sull’orlo della perdita totale di ogni difesa immunitaria“. Basti dire che il Teatro degli Orrori per un breve momento ci ha fatto sperare che si riprendesse questo discorso qui, Unsane e 120 Giornate di Sodoma, e invece era solo narcisismo. Lacrime di Sangue è l’harakiri commerciale più clamoroso. Classe è straziante. La classe operaia al paradiso alla fine non c’è mai andata e non ci andrà mai, se non con la TV. Intanto i vampiri hanno cambiato faccia.

SOTTOPRESSIONECosì Distante (1998)

“Cos’è questo distruggerli, distruggersi per poi risorgere ed ancora all’infinito” – Sottopressione

I liceali più rock che frequentavo si tingevano le unghie di nero, imitando Hammer e Ulrich, in anticipo su Fedez. Non è che riuscissi ad ammetterlo con leggerezza a voce alta, però a me Load e Reload già mi facevano schifo al cazzo, fatte salve una canzone o due. Mi piaceva Garage Inc. ma perché le canzoni non erano le loro, e le originali erano comunque meglio. Soprattutto mi stava sul cazzo la tamarraggine, che se volevo essere coatto, hinterland romano, non avevo bisogno delle chitarre elettriche. All’opposto ascoltavo i Sottopressione. Non Sotto Pressione degli Africa Unite, cacchio, no. I Sottopressione, Milano Hardcore. C’era un giro hardcore in città, la cassetta l’avevo raccattata tra i cuscini del divano del circolo anarchico dove si andava a provare. Una sola parola è degna di Così Distante, ed è PERFEZIONE. Ventidueminutieventisecondi a perdifiato, non un attimo di tregua, una coesione impressionante, una successione di urla e giri d’acciaio serratissima. MilanoHardcore non dimenticava Osservati dall’Inganno e Lo Spirito Continua. Anzi, li perfezionava. Ed il mio percorso a ritroso è partito da Così Distante. Veloce, forsennato, ma precisissimo, chirurgico, duro come la lama di un bisturi che affonda su squarci di esistenzialismo un po’ magniloquente ma sincero. Niente tamarraggine (no, niente Madball). E, anche se di un disco punk si tratta, una tecnica pazzesca. Pare sia registrato in presa diretta. Non avevo mica bisogno dei Metallica.

MISANTROPUSLp (2000)

“Wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-wha-WHA-WHAAA!!!” – Misantropus

È un pomeriggio buio e tempestoso a Via del Campo, Genova. Voglio uscire dal negozio della Black Widow con un disco. Chiedo i SunnO))) ed il tipo mi risponde con una smorfia, senza guardarmi. Non ce l’hanno. Provo cogli Electric Wizard. Stavolta è dispiaciuto, ma purtroppo l’hanno finito. Esitante, mi butto: “…e i Misantropus?”. “Conosci i Misantropus?” fa il tipo, esce da dietro il bancone, mi prende sotto braccio e mi conduce al bancone dove c’era un CD-R dei pontini Doom ad attendermi a prezzo più che pieno. Certo che li conoscevo. Avesse saputo delle sere, mentre i coetanei uscivano ingelatinati e le tipe in minigonna, che io andavo al sottoscala del circolo il Gatto di Aprilia a sentire i gruppi che arrivavano, portati in città da Andrea, Riccardo, Alessio, Roberto e gli altri. Tra i vecchi punk e gli ubriaconi della provincia (e Pepp’o Punk che veniva da Napoli per i concerti e si fermava a dormire sui divani), io parevo una buffa mascotte, informe, brutto e sgradevole come riesci ad essere a quindici anni. Lì una sera vidi i Misantropus, assieme ai the Black e a un gruppo crust di cui non ricordo il nome. Ok, il rock ed il punk li macinavo già. La cassettina di Black Sabbath girava già da un po’ nello stereo. Ma dal vivo ad aprirmi le porte degli Inferi furono quella sera i riff di Alessio Sanniti e le movenze inquietanti ed il basso profondo del fratello Vincenzo. Il primo concerto Doom non si scorda mai. Riemersi in superficie a fine serata, raggiunsi gli amici. Mi chiesero cosa avessi fatto, se mi ero divertito. Che ne sapevano loro, poracci.

GOZZILLA E LE TRE BAMBINE COI BAFFIL’Erba Cattiva Non Muore Mai (2003)

“Ma sarà sempre lo stesso ovunque te ne andrai, non esiste ancora un posto per noi” – Jack Cortese

AprilianoChitarra. Vengo da Aprilia, provincia di Latina. Un posto di merda come tanti. Ma vuoi mettere il culo di crescere coi Gozzilla. Imparare a pogare su Vermi suonata dal vivo in una stanza di 40 metri quadri, scaraventato sul muro dai tre energumeni che insieme a me componevano la mischia quella sera. Non avevo fatto a tempo coi Monkeys Factory, invece coi Gozzilla si, e coi Bone Machine, al primo concerto c’ero, sempre lì, in saletta. Appartenenza, forse la prima parola che mi viene in mente. Serate leggendarie e canzoni ancora di più. Al Bar dei Leoni, il disco precedente, da mandare a memoria. Poi uscirono con questo mini. Duro, veloce, ce n’era per tutti, per i “mangiamerda di sinistra”, per i fasci, per il clero. Amore invece per la birra, la libertà, il forcone, la papera ed il maiale. 100% Agro Punk. Ovunque te ne andrai è LA canzone, cantata tra me e me un milione di volte da quando ho lasciato la Palude e ogni volta che, con sentimenti contrastanti, ci sono tornato in visita.

NAPOLI CENTRALENapoli Centrale (1975)

“Campagna, campagna, comme è bella ‘a campagna, ma è cchiù bella pe′ ′o padrone, ca se enghie ‘e sacche d′oro, e ‘a padrona sua signora, casi ′ngrassa sempre cchiù” – Franco Del Prete e James Senese

Alla fine ho rimorchiato pure io e i Napoli Centrale in qualche modo c’entrano. No, questa non ve la racconto. Ma ero nella fase in cui ti perdi tra i dischi di prog italiano. Ci sarete passati pure voi. Solo che, a forza di fare lo sfigato musicofilo e l’intellettuale incazzato e asociale, poi finisci per trombarti il lavandino del bagno mentre passa Curtis Mayfield alla radio. E scopri i Napoli Centrale in un cesto di CD a prezzi regalati. Qua a dire il vero il prog è un concetto vago e il rock, nella forma classica, assente. Assente la chitarra, persino. Jazz freddo e scuro, funk, appunto, ma sporco di sangue e terra, campane a morto e cielo campano pumbleo. Il paradosso quindi è che anche se la musica è l’opposto del metal, qua c’è una pesantezza funebre (a volte mascherata da sarcasmo) che fa rabbrividire. Il paesaggio che racconta è squallido e desolato come quello di un’Agua Caliente o di una San Miguel, razziato dai padroni e dal vampiri capitalisti. James Senese, nero a metà, ma per davvero, ne è la voce disperata, ma le parole ed il pulsare sono di Franco Del Prete. Disco imperdibile, come anche Mattanza, prodotto da Bobby Solo, e Qualcosa Ca Nu ‘Mmore, dove non ho capito se Pino Daniele ci suona per davvero, ma per fortuna non ci canta.

2 commenti

  • Bella selezione… Non sapevo della compilation “Re del silenzio” ma la trilogia del potere rappresenta tre dei più bei dischi di musica indipendente mai usciti in italia grazie a San Gianni Maroccolo… sul dopo ho moltissimi dubbi. Anche “Pura lana vergine” è un caposaldo, come pure “Non esistere” che vedeva pure due ex-Negazione in formazione.

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  • Litfiba – 17 Re
    La Crus – La Crus
    De Andrè – Anime Salve
    Lucio Dalla – Lucio Dalla
    Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più
    Balletto di bronzo – Ys
    Death SS – Heavy Demons
    Novembre – Arte Novecento
    Zucchero “Sugar” Fornaciari – Blue’s

    Ovviamente sto parlando di quelli ai quali sono più legato, non c’entra nulla con i più belli, i più fotonici, i più il cazzo che ci pare.

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