Il debutto dei BASTET tra Dokken e Angel Witch

Nonostante questo sia il loro primo album, i bolognesi Bastet si presentano al pubblico con un piglio e un curriculum tutt’altro che da debuttanti. Il nome al cui cospetto mi sono più volte ritrovato è quello di Mike Petrone, chitarrista e uomo al timone del progetto: precisamente un anno fa ebbi modo d’ascoltare i suoi Gengis Khan nell’album Colder than Heaven, un heavy metal bello velocizzato dai tratti vocali rauchi e barbarici. L’album in sé non mi convinse a fondo, sinceramente. Altra cosa in comune coi Gengis Khan, oltre a Petrone, è l’essere usciti entrambi su Steel Shark, neonata etichetta discografica avente sede in Francia.

A seguire scopriamo una ritmica completata da Simone Mularoni, già ammirato nei DGM e nel rhapsodiano scontro tra Conti e Lione del 2018, e da Fabio Alessandrini, giovane batterista degli Annihilator di cui ben parlai all’uscita del discreto Ballistic, Sadistic. Giacché tutto il mondo è paese, Alessandrini e il sopraccitato Petrone ebbero un ulteriore punto di contatto nei Vescera. Sì, proprio quel Vescera, quello che si scopava la moglie di Malmsteen, Amber Dawn. Della voce dei Bastet parleremo invece più tardi.

L’album inizia come un’esplosione, con l’accoppiata Lights Out più Heavy Changes che lascia presagire il meglio. Heavy metal incalzante di natura piuttosto americana, con una ritmica ben delineata e il basso in evidenza in una produzione i cui tratti sono vagamente riconducibili all’inizio degli anni Novanta. Prendete l’heavy metal elegante dei Dokken, o meglio ancora dei Queensryche pre-Mindcrime, e appesantitelo a dismisura: i riff restano quelli, la forma che assumono è certe volte europea (i tanto vituperati Angel Witch epoca 1985/1986 e i Priest) e non manca di strizzare l’occhio a certe accelerazioni ai limiti del power metal. Reckless, in particolar modo, fa proprio questo ed è una vera e propria voce fuori dal coro come lo è stata Ride the Dragon nell’ultimo Death SS. Noto, e la cosa mi spiazza, quanto l’heavy metal odierno sia divenuto una questione particolarmente eterogenea: non si fatica a rintracciare in ciascun gruppo riferimenti a due o tre scuole di natura del tutto opposta, mentre negli anni Ottanta il motto era tirare dritti per la propria scuola di pensiero e farne un vanto estetico più delineato. Sentire l’Inghilterra metallara e gli Stati Uniti dokkeniani scozzati nello stesso mazzo di carte non mi fa un effetto né negativo né positivo, ma direi che è assai ricorrente.

Veniamo ora al capitolo lasciato in sospeso: Nicoletta Gilli ha una voce potentissima, ma la sfrutta a pieni giri un po’ da cima a fondo, non concedendo pause né per sé né per noi. Reckless, con quella batteria in levare e quel metronomo, le si adatta pienamente. L’heavy metal elegante di Don’t Look Back lo fa decisamente meno. Nico Gilli sarebbe la voce ideale  se l’album dei Bastet suonasse alla primi Blind Guardian, o alla maniera dei Vicious Rumors più aggressivi, volendo, con ciò, rimanere entro i ranghi del paese a stelle e strisce. Dunque il concetto è il seguente: o Nico adatterà la propria e ottima voce allo stile dei Nostri, o finirà per esaltarla solamente in alcuni episodi, togliendo agli altri qualche ingrediente interpretativo assolutamente necessario.

Un debutto più che sufficiente, in definitiva, anche se la qualità indiscussa delle prime due canzoni la ritrovo più a sprazzi che in una porzione di scaletta capace di restituirci un senso di completezza. In attesa di capire se alcuni di loro proseguiranno come turnisti, se saranno rimpiazzati o se i Bastet manterranno per sé lo status di band ad ogni effetto, auguro loro di dar seguito all’omonimo album il prima possibile. Buon inizio, questo. (Marco Belardi)

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