Avere vent’anni: VIRGIN STEELE – The Book of Burning

Nel 2002 i Virgin Steele erano al massimo della fama. Venivano dalla doppietta micidiale dei due House of Atreus e, ancora prima, da Invictus: questi tre album avevano aperto una nuova fase della loro carriera e li avevano lanciati a livelli di notorietà che non avevano mai neanche lontanamente sfiorato prima, per quanto buona parte della loro discografia fosse di qualità assoluta. E il futuro sembrava quantomai roseo: un gruppo capace di reinventarsi a quel modo e di far uscire dischi del genere dopo quasi vent’anni di attività lasciava immaginare un prosieguo non dico a quel livello, ma almeno di rilievo. Le cose andarono diversamente, visto che già il successivo Visions of Eden (per il quale toccò aspettare addirittura il 2006) fu la classica doccia gelata che spense qualsiasi aspettativa, coi successivi album che fecero ripiombare il gruppo di David DeFeis nell’oblio, questa volta meritato.

Quindi The Book of Burning in un certo senso è il loro canto del cigno. Non è considerabile un disco vero e proprio, dato che di inediti ce n’è, se non mi sbaglio, solo uno (Hot and Wild). Il resto del disco si compone essenzialmente di versioni ri-registrate e ri-arrangiate di vecchi pezzi. Nello specifico ci sono otto pezzi tratti dai primi due album, che all’epoca erano irreperibili e fuori stampa, poi cinque sono tratti dal demo fatto uscire nel 1997 per il progetto Reunion of Steel insieme a Jack Starr e mai andato in porto. Per finire ci sono altri due pezzi, cioè Conjuration of the Watcher e The Succubus, scritti da DeFeis e pubblicati sull’unico album delle Original Sin, uscito nel 1986, gruppo speed tutto al femminile con la sorella dello stesso DeFeis alla voce. Poi, come detto, c’è Hot and Wild, che era stata scritta nel periodo di Noble Savage ma che non fu mai pubblicata.

In conclusione tutti i pezzi risalgono agli anni Ottanta, a parte quelli del demo dei Reunion of Steel. Partendo da questi ultimi, la prima cosa che mi viene da dire è che è veramente un peccato che il progetto non sia andato in porto. Rain of Fire ha un tiro micidiale, Hellfire Woman è pervasa di atmosfere luciferine ed è sorretta da un gran riff sabbathiano, e anche The Final Days ha parecchi bei spunti. Ottima anche la resa dei due pezzi firmati Original Sin, specie la bellissima Conjuration of the Watcher, qui posta in apertura, che sembra uscita da uno degli House of Atreus (e l’intento originario, a quanto pare, era di inserirla in qualche modo proprio nel primo dei due dischi). Come curiosità, tempo addietro Conjuration of the Watcher fu coverizzata nientemeno che da Proscriptor. Infine Hot and Wild, l’unica inedita, è un bel pezzone stradaiolo americano di metà anni Ottanta, che con i Virgin Steele di fine anni Novanta/inizio Duemila c’entrava pochissimo. Poco da dire sulle riedizioni dei pezzi dei primi due dischi: l’operazione può suonare blasfema, ma comunque risentire quelle canzoni con lo stile dei Virgin Steele dell’epoca è stato quantomeno interessante. Nello specifico A Cry in the Night, capolavoro immortale che chiudeva Guardians of the Flame, qui è proposta in una versione acustica che, per quanto diversissima dall’originale sia nello stile che nello spirito, farebbe venire gli occhi lucidi pure a Conan il barbaro.

Ironico che il canto del cigno dei Virgin Steele sia in realtà uno sguardo ad un passato lontano. Seppure io sia tendenzialmente molto contrario a queste operazioni di riproposizione di vecchi pezzi, i Virgin Steele dell’anno 2002 trasformavano in oro tutto ciò che toccavano. Sarebbe durata molto poco, e per questo The Book of Burning nel mio cuore mantiene un posto probabilmente non congruente al suo effettivo valore. Ma così è. Alziamo ora i calici alla voce di David DeFeis, uno dei motivi per cui sappiamo di aver ragione. (barg)

2 commenti

  • Bella la frase in chiusura. Che tristezza la fine che hanno fatto…

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  • Qualche mese fa DeFeis ha annunciato il nuovo album del gruppo, non so cosa pensare, già arrivare a comprare Nocturnes è stato tanto, il box set di 5 dischi (tra cui questo) con 3 cd di pattume quello no, non ce l’ho fatta.

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