Avere vent’anni: DREAM THEATER – Six Degrees of Inner Turbulence

L’ultimo grande disco dei Dream Theater e l’ultimo disco “da band” pubblicato dai Nostri. Pur amando Octavarium e apprezzando molto anche gli ultimi due dischi, infatti, il primo resta a tutti gli effetti una compilation senza un fulcro, mentre gli ultimi, pregevoli, album non arrivano di certo ai livelli del passato. Six Deegrees of Inner Turbulence, al contrario, è un disco estremamente coerente anche nel suo essere “bipolare” e in parte freddo, riuscendo ad essere, nel primo CD, incredibilmente contemporaneo e ad omaggiare le proprie radici nella lunghissima e omonima suite che dà il nome al disco. Questa netta divisione ha fatto storcere a molti il naso all’epoca dell’uscita e per moltissimo tempo il disco è stato – ed è tutt’ora – molto sottovalutato, in particolar modo con riferimento alla prima parte, osteggiata da tanti, pur essendo aperta da uno dei brani più celebri e giustamente celebrati dei nostri, quella Glass Prison che è, senza girarci intorno, un pezzo semplicemente perfetto.

Gli altri quattro brani che compongono il disco però non sono da meno, rappresentando il tentativo riuscito e mai più ripetuto di suonare un progressive contemporaneo anche a livello di suoni e di produzione. Il segno più tangibile di tale scelta è The Great Debate, una delle composizioni più complesse e nervose del gruppo, ma anche Blind Faith e Misunderstood (impreziosita da una delle migliori prove in assoluto di James LaBrie) convincono pienamente.

Completamente agli antipodi il secondo cd, interamente occupato da una suite di 40 minuti divisa in otto parti, in cui di moderno vi è solo la tematica – ben delineata a dire il vero – delle psicopatologie sempre più presenti nella nostra società. Per il resto la suite è un’ottima sintesi di quelle che sono state le maggiori influenze per i Dream Theater nel corso della loro carriera, dai Rush (che dal vivo venivano omaggiati esplicitamente sul gran finale inglobando l’ultima parte di 2112), ai Genesis e Peter Gabriel (come nell’omaggio davvero accorato di Solitary Shell), nella quale la band riesce comunque ad esprimere al meglio la propria personalità. Elementi che emergono con forza anche a distanza di 20 anni, quando il disco sembra davvero uno spartiacque con ciò i Dream Theater avrebbero pubblicato successivamente, riuscendo a conquistare una fetta di pubblico sempre maggiore, ma con risultati che, personalmente, reputo sempre meno soddisfacenti fino alla separazione da Portnoy. (L’Azzeccagarbugli)

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