SKUNK JUKEBOX: pallini nucleari in sospensione

George Fisher parrebbe pronto a compiere quel particolare salto per mezzo del quale, a un certo punto della carriera, taluni cantanti death metal desiderano fondare un qualcosa di tutto loro, di ritmato, di groovettone. Il che risulta un autentico fallimento in una percentuale ben superiore al 34.788% caro ai My Dying Bride. Se si considera l’abilità dell’ex Monstrosity nel cimentarsi nello spinning al black bass, o persico trota (nel link la foto della cattura) e se si considera la fine che ha fatto il suo predecessore Chris Barnes, forse sarebbe il caso d’evitare. Purtroppo l’album è già pronto e uscirà il 25 febbraio anticipato da due singoli che ho già avuto il modo di tastare, accertandone la più che relativa inconsistenza. La prima, Acid Vat, il solito lyric video con le particelle di Chernobyl in sospensione (maledetto il giorno che grafici e videomaker ci hanno pensato), ha l’aria di una scialba outtake della band madre: ricalcatene i repentini cambi di tempo, estrapolatene gli arrangiamenti orgoglio di casa (per i quali sarebbe stato denunciato senza mezze misure da Barrett e Webster) e avrete la banale Acid Vat tutta quanta per voi. L’altra attacca grosso modo come Summoning Redemption, e, sebbene detenga il primato di miglior singolo su due, vale una sufficienza striminzita. Il titolo è On Wings of Carnage e a un certo punto del video, tutto incentrato sugli strumenti di tortura, ritroveremo le fatidiche particelle nucleari del maledetto genio che le ha portate sul piccolissimo schermo. Stavo per omettere un particolare d’una certa rilevanza: la batteria fa schifo.

Omaggio ai macellai di tutta Toscana, in particolar modo il Cecchini, amico mio! da Panzano, è invece Flesh From Bone dei Vio-lence, dedicata alla disossatura delle pregiate carni nostrane. Avevo una paura bestia di ascoltare quest’ultima perché i Vio-lence sono per me un fatto di cuore, e, quando certe band ritornano e si concedono il lusso di fare anche schifo, è sempre doloroso: l’ultimo Heathen, per dirne uno, mi lasciò addosso un’indifferenza unica. Flesh From Bone invece è sorprendentemente perfetta. Nonostante la presenza sovrastante dei pallini bianchi dell’inverno nucleare (sovente li ritroveremo rossastri, dopodiché tornano bianchi: che libidinosi tecnicismi, perché cari programmatori non vi rimettete a giocare a Age of Empires II come quando avevate diciotto anni?) e nonostante i videoclip oggigiorno facciano categoricamente cacare (nello specifico vedremo figure impalate disegnate con lo strumento “figura rettangolare a mano libera” di Paint per cinque minuti e zero sette secondi), il qui presente singolone è davvero un bel pezzo e duole il fatto che troverà luogo all’interno di un semplice e striminzito EP previsto in marzo. La produzione è spettacolare e possiamo ammirare una vera batteria, con dinamiche tutte sue, strumento in carne e – per restare in tema – ossa che ultimamente andavo a osservare niente meno che al museo della Specola. Oltre ai piacevoli dettagli post-produttivi, completano il quadretto un assolo devastante e uno Sean Killian capace di portarci sulla soglia delle lacrime. Dopo tutto quel che Killian ha passato, eccolo che si ripresenta al microfono incazzato nero, e, se l’abbiamo sopportato o come nel mio caso adorato in Oppressing the Masses (ma quanto era bello l’attacco di Subterfuge?), sarà un po’ come ritornare a casa, stappare un Coca Cola, ingerire d’un fiato e attendere i boati.

Di stampo classico è l’ultima testimonianza di questa piccola ma sostanziosa carrellata di Skunk Jukebox. Sono particolarmente preoccupato dalla presentazione con cui l’accompagnano su YouTube, ossia “uscito in giugno, Helloween è l’album metal del 2021, una pietra miliare che i fan hanno atteso per decenni. La critica è unita nella cristallina opinione che questo capolavoro farà la storia del metal. A prescindere dalla cocaina che gira in certi uffici stampa, quantitativi che renderebbero bigotto un Pablo Escobar o un Miguel Angel Felix Gallardo, direi che è assurdo estrarre tanti singoli da un album in assenza d’un vero canale di promozione tale a spostare i dati di vendita (all’epoca era MTV, e se mi dite che oggi lo è YouTube coi suoi scarsamente roboanti lyric video coi pallini volanti realizzati con tredici euro allora siete distaccati dalla realtà). Mi preoccupai anche il giorno in cui i Metallica spremettero a forza tutti quei videoclip da Hardwired (che confesso: a me non dispiace), sebbene ad oggi ricordi solo quello che scimmiottava il black metal abbinato peraltro a una delle meno incisive canzoni di tutto quanto l’album. Segno tangibile del fatto che oggi si predilige in tutto la quantità in coppia con pubblicità cannoneggiante, la grafica di Out for the Glory (il pezzo, debbo ammetterlo, è carino) è di gran lunga peggiore di quella di Zerocalcare e il concetto è che un tipo triste, e dominato dal proprio famelico gatto rosso, grazie agli Helloween ritrova la felicità (oppure finisce per drogarsi tantissimo, dato che immaginerà una sequela di situazioni allucinogene oltre che del tutto irrealistiche, in una sorta di contesto fantasy non del tutto dissimile dal Mario Bros di Brazzers). Insomma, Zerocalcare. (Marco Belardi)

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