Torce umane dal South Carolina: DEMISER – Through the Gate Eternal

Sempre che nel frattempo non siano arsi vivi, ritengo i Demiser un quintetto particolarmente interessante. La foto promozionale a mia disposizione li ritrae mentre agitano torce, a notte fonda, su un letto di foglie secche, l’equivalente di lasciarsi cadere ai piedi uno Zippo acceso standosene su una pozzanghera di benzina. I cinque, o nel peggior caso i superstiti ustionati degli stessi cinque, sono debuttanti e firmano il loro primo album Through the Gate Eternal, che definirei un ibrido fra più scuole di metal estremo a loro volta ibridate col caro thrash vecchio stampo.

Ho durato non poca fatica ad approcciare con Through the Gate Eternal, ma alla fine mi ci sono persino affezionato. La title track apre la scaletta ed è pure un po’ indigesta, o almeno lo è finché quell’armonizzazione alla Slayer a due terzi della durata non decide di ravvivare – da sola, ci tengo a precisarlo – l’intera faccenda. A seguire, non uno ma ben tre brani da urlo. C’è Offering, un manifesto degli anni Ottanta fra Slayer e i figli Demolition Hammer, con tanto d’arrangiamenti di batteria curatissimi ad aprire le danze; e poi Deathstrike, con linee vocali prese un po’ in prestito da Thrash the Redeemer dei Nocturnal Breed, oserei la loro Ausgebombt per quelle ritmiche up-tempo vagamente alla Motorhead, stavolta messe sopra allo speed metal oltre che condite da un tiro particolarmente ispirato. Poi Raw Fucking Vomit, che giustifica l’utilizzo del nomignolo blackened thrash se proprio occorre etichettare e connotare i Demiser, con una presenza del black metal più lampante che citazionista; un elemento che ritroveremo anche in Unholy Sacrifices. Ma è Raw Fucking Vomit il pezzone, probabilmente il migliore del lotto intero assieme a Demiser the Demiser. Se mai il titolo di quest’ultima fosse balzato ai vostri occhi, sappiate che il loro cantante si fa precisamente chiamare così, sia nei crediti sia – ne sono certo – ogni volta che si presenta, mezzo arso vivo, allo sportello postale.Through-the-Gate-Eternal-Cover-Art

Non c’è alcuna concessione alla debolezza in Through the Gate Eternal, eppure ho dovuto entrare nella loro logica, faticare, dubitare. Non so se sia dipeso dalle loro caratteristiche principali: una produzione particolarmente pulita, ad esempio, con una batteria che mi ha fatto ripensare a certe raffinatezze un po’ svedesi e un po’ anche americane, in quest’ultimo caso già apprezzate negli Absu di Proscriptor. Il batterista dei Demiser, all’anagrafe metallica Infestor, è letteralmente un mostro e nonostante ciò gli avrei preferito un mezzo cialtrone limitato allo sfasciare il rullante, ad utilizzare due fill di numero e prendere fuoco sul rinsecchito fogliame autunnale. Infestor è di troppo, direi, ma una volta che ce l’hai è chiaro che ne fruirai nel miglior modo possibile. Cacciare via uno come Infestor sarebbe un infimo gesto riconducibile a quei colloqui di lavoro in cui non ottieni il posto perché sei troppo qualificato. Lui non sarebbe tuttavia di troppo se la scuola Demolition Hammer, o Slayer, finisse per prevalere sul metal estremo di Raw Fucking Vomit; anzi, probabilmente risulterebbe un valore assolutamente aggiunto ai taglienti riff già presenti in arsenale, armati e pronti all’uso.

Perché mi lamento di questo? Perché il presente è un sogno oppure un incubo, a seconda del lato da cui lo si osserva. Vent’anni fa nemmeno avrei ipotizzato che nel 2021 ci sarebbe stato tutto questo blackened thrash, o war metal, o black/death, in un’era nella quale i giovani ben presto si aduneranno nelle piazze per inneggiare alla libertà di incularsi il proprio pastore tedesco e poter instaurare con esso un rapporto amoroso consensuale e privo di barriere. E invece abbiamo a disposizione un’infinità di metal estremo ispirato agli anni Ottanta e che, come ho approfondito nel pezzo sugli Stress Angel, agisce in tutta libertà artistica, discografica e bellamente imprecatoria. Una cosa, questa, che negli anni Ottanta non poté affatto concretizzarsi, al netto dei soldi che giravano e delle influenze che gravavano dall’alto sui gruppi stessi. Il metal estremo di oggi è allo stato brado, approfittiamone.

La conclusione finale è che c’è di meglio in questo filone, dai Craven Idol agli Stress Angel passando per i melodicissimi e ruffianissimi Bewitcher. Ma come lamentarsi di un album che si conclude con la pazzesca cavalcata di Warfuck Demon Lust, se solo per un discorso riconducibile all’omogeneità dei pezzi e ad un batterista troppo tecnico per starsene qua dentro? Lunga vita e tute ignifughe a questi qua. (Marco Belardi)

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