O tempora, o mores: VEXED – Culling Culture

Leggendo le mie recensioni, potreste ipotizzare che io viva in un immaginario obsoleto fatto di ordinazioni al tavolo di piatti retrò come la pizza Bismarck con l’uovo al centro, il marengo o quei tondeggianti profiterole che qui in Toscana chiamiamo bongo. O che sia rimasto a quei vecchi bar dove si trincava una spuma bionda immersi in un misto di fumo di Marlboro ed esalazioni anticristiane provocate dai cross di Carnasciali proiettati nell’adiacente saletta del biliardo. E invece persino io ho avuto un mio personale corso evolutivo, ma è stata la musica, specie quella attuale, a raffinare il carburante che mi stimola e mi spinge ancora ad assaporare i classici e le loro imitazioni. Non è dunque una coincidenza che io arrivi ad ascoltare un album come Culling Culture, ma è pura curiosità per ciò che abbiamo oggi e per quel che potremmo ereditare un domani. Ecco il motivo per il quale, da fervente appassionato di thrash metal, finisco per non perdermi certe uscite ideologicamente destinate a un pubblico col quale potrò spartire al massimo il seggiolino di un autobus.

Ad essere totalmente onesto ho letto Vexed e subito pensato “thrash tecnico, fra Sadus e Vektor. Come in Essi Vivono, con i giusti occhiali avrei potuto leggere “INCULATA, MARCO, INCULATA”.

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Un quarto di secolo fa era comune che capitasse. Nel 1996 contraevo una devastante forma intestinale a causa di una pizza ai frutti di mare avariati ordinata in via Pisana e, mentre intorno a me infuriava il karaoke e le milfettone scandiccesi facevano esplodere i bottoni delle proprie camicette sui classici di Fausto Leali, dall’altra parte del globo si mischiavano il rap al thrash, il gothic al death, l’estetica da Intervista col vampiro al retaggio estremo norvegese. Voi, a ragion veduta, penserete che a un certo punto tutto si sia livellato. E invece la cosa è andata avanti, magari rallentando, ma non fermandosi mai. Come il magma che ha raggiunto i pendii meno scoscesi d’una montagna: farà meno spavento, ma brucerà comunque ogni verde pascolo e addio mucche. Si tratta solo di scovare la giusta alternativa in un’epoca che ha saputo rimettere il walkman e il vinile nelle vostre case, e la domanda sarà: di preciso cosa vuole la gente? In tutta risposta, l’addetto ai lavori punterà, spogliato di ogni pudore, a ottenere la forma più appetibile e ruffiana possibile dal filone musicale più dissonante che ci sia: il djent.

L’unica conclusione a cui giungo è che l’ascoltatore odierno ricerca l’estremo in una musica che di estremo non ha più niente. Nei Vexed c’è sia la musica più rumorosa e dissonante che quella più appetibile e melodica; partendo dai riffoni dei Periphery, a un certo punto prestabilito irrompe qualcosa che ricorda i Lacuna Coil e altre entità del panorama attuale. Sebbene gli stessi Lacuna Coil giochino da una vita sul contrasto fra due voci opposte, qui è un’unica attrice ad attuare il protocollo, proprio come nei Jinjer . Si fanno collidere due ideologie del tutto estranee, e, se un concetto del genere risalta, è solo perché molta musica mainstream odierna manca di amalgama. 

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Non ne critico la costruzione a tavolino, perché noi della generazione della Bismarck la costruzione a tavolino ce la portiamo appresso dai dischi del 1990, con la differenza che l’imprinting e il passare del tempo hanno reso immortali alcune fra le uscite storiche più ruffiane, per non dire disoneste. Oggi alla musica non viene concesso alcun tempo supplementare o rodaggio, motivo per cui se funzioni da subito ok, altrimenti sei da buttare e avanti col prossimo. Al contrario, i singoli di allora potevano funzionare anche per poco, ma avevano sempre un fortissimo impatto: e qui casca l’asino, perché, giunto al termine di Culling Culture, non ne ricordo un solo ritornello.

Inoltre chiunque si cimenti oggi nella musica rock, o metal, difficilmente sarà una rockstar o un individuo ai margini della società come lo erano i Motley Crue anni prima dell’affermazione commerciale: per molti questo aspetto sarà del tutto ininfluente, ma in realtà è una delle poche cose che contano, e infatti la società attuale non la approva né la prevede.

Oggi il compito del musicista è doppiamente arduo, e più cercherà di innovare, o sfondare, più gli risulterà arduo a causa della longevità della musica, delle modalità di fruizione e di tutto quanto il contorno: sono i tempi ad essere sbagliati, spingendo gli stessi gruppi a sbagliare purché confezionino un prodottino tale da non nuocere gravemente all’etica e alla salute. Poi chiaramente c’è chi ci mette del suo. Come la Napalm Records, mia antagonista concettuale storica, e il metodo sul quale essa costruisce i suoi autoproclamati “UK’s most exciting new talent”. I quattro appaiono come tre forcaioli dell’ITIS Meucci di Soffiano accompagnati da una seriosa maestra munita di righello tritadita in stile Lindsay Schoolcraft, stavolta bionda, con un face morphing fra Kate Winslet e Layne Staley bloccato all’incirca a due terzi del processo. Per quanto l’estetica mi interessi generalmente poco, è come se quella foto promozionale mi rimettesse in faccia i summenzionati occhiali di Essi Vivono: capisco subito che andrà tutto a rotoli.

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La natura dell’esperimento? Vedere se si riesce ad attirare un pubblico più vasto delle infinite orde di metallari amanti del djent con la calcolatrice in mano: in questo terreno scosceso puoi ancora creare un mainstream, dall’altra parte il campo è stato già arato e dissodato dagli Evanescence e da tanti, troppi altri trattori. E allora giungo alla conclusione che è tutta colpa degli amati anni Novanta, in cui si cominciò a denigrare il classico pur d’ottenere di più, estremizzando prima nel senso della lentezza e poi nel senso del rumore. In quell’epoca si attuarono alcune scelte prescindendo dal gusto e dalle conseguenze. Sono gli attuali consumatori dell’era dell’usa e getta a volere qualcosa di forte ed immediato, il più rumoroso e dissonante possibile ed anche molto melodico. Qualcosa che, giunti alla fine, non lascerà loro niente di niente se non la voglia di conoscere un altro gruppo e riempire quella mezz’ora con un cocktail a longevità zero.

Arrivo a meditare su questi aspetti perché, pur avendo una curiosità scimmiesca, resto di base un nostalgico. Ho una curiosità matta di vedere come vanno a finire quegli affannosi tentativi cominciati nei Novanta, di vedere fin dove scenderà quel lento magma che si divora tutto il buono e il luccicante verde di cui ho ricordo e in cui ho felicemente pascolato. E, se otto volte su dieci i tentativi osservati vanno a vuoto, la nona sarà un trionfo cui dedicare copiosi applausi. La decima è però quella che mi mette più paura di tutte: è la buona volta che qualcosa di tronfio ed inspiegabile finisce per piacere puntualmente a tutti, ai metallari con la calcolatrice in mano e ai metallari disattenti che vogliono solo il singoletto da metabolizzare in fretta e furia. E i Vexed gli assomigliano tantissimo. (Marco Belardi)

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