Un po’ di lavoro per Crocodile Dundee: FLOTSAM & JETSAM – Blood in the Water

Col nuovo Flotsam & Jetsam ho dovuto portare molta pazienza. Dovetti portare pazienza anche nel 2018, quando uscì The End of Chaos, perché sentivo di dovermi trattenere, riascoltarlo e convincermi che potevo metabolizzarlo un po’ meglio; alla fine, dopo sette od otto ascolti, scrissi esattamente quello che avrei scritto dopo averlo sentito una sola volta: The End of Chaos era bellissimo e chiunque se ne sarebbe accorto subito.

Stavolta le prime impressioni sono state fra le più negative: altra copertina di merda, e sfido la band dell’Arizona a riuscire a vendere una t-shirt ufficiale ritraente la copertina di uno degli ultimi dischi. Torna l’abominevole creatura di Doomsday for the Deceiver, o almeno mi sembra proprio lei, solo che stavolta è immersa come quei coccodrilli che fanno la posta ai grossi mammiferi dell’Africa centrale che si abbeverano nelle pozze fangose e odoranti morte. Non torna Michael Spencer, bassista negli ultimi due lavori e che, storicamente, ebbi modo di conoscere sullo storico Depths of Death dei Sentinel Beast.

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Considerazioni a freddo: i Flotsam & Jetsam si stanno evolvendo ancora. Hanno messo del tutto in disparte il clima freddo e oscuro che caratterizzò Dreams of Death e appunto The Cold, hanno dimenticato l’attitudine da sala prove di Ugly Noise e anche il suono arido e impostato sulle ritmiche del magnifico album omonimo che, per certi versi, voleva camminare su passi paralleli agli Overkill. Con The End of Chaos hanno preso e riazzerato coraggiosamente tutto, imponendosi di suonare un metal classico di gran classe, ora decisamente thrash, ora poco o niente, ma sempre e comunque alla ricerca di grandi linee melodiche. È come se i Flotsam & Jetsam avessero capito che la loro arma letale fosse la melodia: del resto le chitarre di Michael Gilbert le abbiamo associate alla melodia sin dai tempi di Doomsday for the Deceiver, ed Eric Knutson è uno dei principali cantanti thrash metal tali da potersi ritenere “cantante di razza”: una lista non lunghissima, ma che certamente include Mark Osegueda, Ron Rinehart, John Bush e qualcun altro a vostro piacimento. Uno dei nomi meno chiacchierati della lista, purtroppo, è proprio quello di Knutson. È come se gli ultimi Flotsam & Jetsam fossero costruiti sulla sua innata capacità di modulare la voce, di esprimersi, di predare il ritornello vincente con la stessa voracità con la quale quella cosa nelle loro copertine tirerebbe giù nella fanghiglia un’antilope impala, rotolando e lacerando, squarciando e bestemmiandole in viso. Da questi ottimi presupposti nasce l’ennesima forma assunta dai Flotsam & Jetsam.

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Blood in the Water è principalmente un album power metal, con pochi riferimenti alla vecchia scuola americana, a dire il vero, e qualcosina in più di carattere nostrano. Certamente è un album possente, e pur di darsi ulteriore tono fa ampio sfoggio delle linee di batteria di Ken Mary, ex Chastain.

Il problema di Blood in the Water è proprio la batteria, onnipresente. Mixata alta, prodotta malissimo: dimenticate il mix alto di South of Heaven con quegli abili passaggi sui rulli e una disarmante semplicità di fondo. Quel mix non fu scelto a caso, e accompagnò l’album degli Slayer più orientato all’heavy metal sottolineandone appunto le ritmiche e facendo sì che il muro di chitarre non risultasse più un muro. In Blood in the Water una scelta simile appare come un autentico controsenso: non solo dispone di una batteria totalmente priva di dinamiche ed eccessivamente prodotta, ma la mette in vetrina a discapito dei reali punti di forza dell’album, cioè voce e chitarre. Ken Mary qui affossa Knutson e Gilbert, li sposta in sordina, e bisogna compiere uno sforzo disumano per riuscire a goderseli un minimo.

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Per il resto troveremo una scaletta sufficientemente varia da accontentare tutti, con pochissimi episodi orientati al thrash metal, il power metal puro di Grey Dragon e due potenziali singoli piazzati all’inizio. A proposito della title track in apertura: fa cominciare l’album con una delle sue melodie migliori, poi il batterista prende a riempire il pezzo con doppia cassa, cassa spezzata, fill aggressivi e poco creativi e che il produttore si sforza di far suonare peggio che si può. Un singolo non può suonare così, e certe volte i batteristi, specie quelli bravi, dovrebbero imparare a suonare semplice e in funzione della canzone come tanti grandi degli anni Ottanta facevano: domandate a Tommy Aldridge, Cozy Powell o Vinny Appice se cazzeggiassero altrettanto. E domandatevi cosa sarebbe accaduto se mai si fossero azzardati a coprire il cantante o il chitarrista solista, così, tanto per fare più chiasso possibile e appesantire la struttura melodica dei brani. Li avrebbero dati ai coccodrilli.

Bell’album in conclusione, anche se ci ho messo un po’ ad apprezzarlo. Certamente inferiore all’omonimo di cinque anni fa e a The End of Chaos, questo Blood in the Water ci riconsegna comunque i Flotsam & Jetsam in splendida forma, seppur alle prese con i soliti problemi consolidati: copertine impensabili e una produzione che tanto era stata libidinosa nell’omonimo e tanto più suona oggi falsata dall’abuso di tecnologia. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Non l’ho ancora sentito ma anche the end of chaos in cd era molto faticoso da ascoltare a causa della compressione eccessiva, infatti poi ho preso il vinile, tutta un altra storia, infatti anche di questo ho ordinato il vinile, appena mi arriva vediamo se ha lo stesso problema

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  • Comprato, perché mi piace sostenere chi se lo merita. Soldi spesi bene e disco che cresce esponenzialmente con gli ascolti. D’accordo con te sui difetti anche se il cd suona molto, molto meglio dei medesimi brani sentiti su Spotify. In generale: Jacob Hansen va bene per produrre gli Evergrey, non un disco power thrash. Lo so che costa uno sproposito registrare in analogico, però magari non è del tutto vero. Altrimenti non mi spiego come una band come i Djevel, con un budget presumibilmente ridicolo, tirino fuori un suono accuratamente analogico o che comunque suona analogico, tipo le migliori produzioni Grieghallen studio, firmate Pytten.
    Hai ragione su Ken Mary, bravo eh, per carità, ma malato di eccessi narcisistici. Tanto per tornare sul disco che mi sta mandando in fissa da un mesetto: sentitevi la prestazione di Bard Faust su Tanker som rir natten. Un mix perfetto di semplicità e ricercatezza al servizio dello sviluppo dei brani. Una goduria assoluta.

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