Avere vent’anni: FLOTSAM & JETSAM – My God

I Flotsam and Jetsam sono un gruppo che spartisce gran parte delle proprie sventure con gli Armored Saint. Il senso è che, specialmente negli anni Novanta e in seguito al temporaneo abbandono di Michael Gilbert, i Nostri avrebbero potuto incidere qualsiasi cosa, seguire ogni tipologia di trend o approfondire uno stile dietro l’altro. Tanto nessuno se ne sarebbe accorto.

I Flotsam and Jetsam da Phoenix, Arizona, erano destinati all’indifferenza totale. Tanto che, in questa sorta di Rivincita dei Nerd che sono gli anni Dieci e Venti, li ritroviamo collocati in prima fila, a cazzo duro, proprio insieme a quegli Armored Saint che lo scorso anno ci hanno regalato il bellissimo Punching the Sky. Ma non dimentichiamocelo: questa rubrica si chiama Avere vent’anni. Ci troviamo dunque nel 2001, anno in cui, in territorio italico, gli Extrema confezionarono Better Mad Than Dead. Il thrash metal è in fase di ripartenza ma ancora si fonda sulle stranezze e sulle divagazioni capitategli in tutti gli anni Novanta. Soprattutto in America, la puzza dei Pantera è ancora fortissima e rimarrà tale per un tempo inferiore a quello temuto, dopodiché inizieranno a mancarci loro e, in proporzione minore, alcuni loro inevitabili cloni.

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Il 2001 è soprattutto l’anno delle Torri Gemelle: l’album esce in maggio e sono personalmente sorpreso che, soli quattro mesi più tardi, i cinque di Phoenix non siano finiti sul registro degli indagati per l’aver pubblicato una copertina raffigurante un arabo che incarna la morte, un elicottero che viene giù e un secondo velivolo appena schiantato al suolo, il tutto sommato a un cielo dal riverbero marziano e a una computer grafica che oserei definire “di merda”. Cosa dicevate dei Death SS?

Tornando alla musica, Eric Knutson non aveva trasformato i Flotsam and Jetsam negli ennesimi cloni dei Pantera, ma piuttosto in quel genere di musica che, se fosse stato affrontato dagli Extrema del 2001, non avrebbe sollevato alcun clamore o sciame bestemmiatorio. Rispetto a Unnatural Selection l’album suona più pieno, aggressivo. È più personale e godibile, anche se alterna brani ruffiani come Dig me up to Bury me ad altri troppo impegnati a perder tempo nella ricerca del groove perfetto e in vari quanto ossessivi cliché tipici del tempo. È un album a cavallo fra un’epoca e un’altra che doveva ancora finire di plasmarsi, e per questo suona fuori tempo massimo. Tutti noi (le sette o otto persone che nel 2001 avevano a cuore i Flotsam & Jetsam e non li ricollegavano al solo Jason Newsted) l’avremmo trovato più contestualizzato e fresco se collocato a ridosso di Cuatro, ma non andò così.

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A ripensarci, i Flotsam and Jetsam non hanno mai avuto una personalità costante, e questo li ha certamente penalizzati. Il loro punto di riferimento è sempre stato Eric Knutson, che, in quegli anni e per un breve periodo, mollò pure la nave per poi subito riprenderne il timone. Li preferirò qualche anno più avanti, all’epoca in cui i Nevermore già vivevano di rendita e in cui, guarda caso, Knutson assunse Travis Smith alla grafica e – pur senza ricalcare lo stile tipico della band di Dane e Loomis – ne volle importare la malinconia oltre all’essenza malconcia che impregnava tanta musica di quella fase d’avvio del nuovo millennio. Sempre indipendenti, ma mai del tutto autonomi, i Flotsam and Jetsam anche nel 2001 riuscirono a non sbagliare del tutto un disco nonostante vi fossero palesemente i presupposti per farlo: il meglio era già venuto alla luce, e una significativa e inedita parte di quel meglio doveva ancora intravedere la luce. Eccovi presentati i Flotsam and Jetsam di mezzo, quelli dei quali molte persone ignorano perfino l’esistenza, o semmai quelli dei quali chi non ne ignora l’esistenza si ritrova a metterne in dubbio la consistenza, l’utilità. In certi casi anche a ragion veduta. (Marco Belardi)

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