Finora il disco black metal dell’anno: SETH – La Morsure de Christ

Michele Romani: Per quanto mi riguarda i Seth sono uno dei più grandi misteri legati al controverso mondo del black metal: hanno avuto tutto per essere annoverati tra i grandi del nome del genere, ma invece sono sempre rimasti legati ad una dimensione prettamente underground. Non so se il cantato in francese li abbia in qualche modo limitati, certo è che faccio fatica a capire come siano stati così poco considerati due dischi straordinari come il primo Ep e quel capolavoro di Les Blessures de L’Ame. Dopo quei due primi lavori, la band francese è andata un po’ a singhiozzo, pubblicando altri tre full, intervallati da lunghe pause, che però non hanno mai raggiunto il livello dei primi due. Questo almeno fino alla pubblicazione di questo nuovissimo La Morsure du Christ, che, senza averne sentito solo mezza nota già si aggiudica il premio di copertina dell’anno, una spettacolare immagine di Notre-Dame in tutto il suo splendore avvolta dalle fiamme.

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Bastano i primi secondi della titletrack d’apertura per accorgersi subito di come la creatura del chitarrista Heimoth sia tornati agli antichi splendori, puro melo/symphonic black metal suonato coi controcazzi che ricorda molto da vicino le atmosfere del primo full, con quel tocco un po’ aristocratico del cantato in lingua madre che è sempre stata l’arma in più della band transalpina. Tastiere onnipresenti senza essere mai invadenti, riff ispiratissimi ed un gusto per la melodia che poche band black metal al giorno d’oggi possono vantare di avere. Il giro iniziale di chitarra iniziale di Metal Noir, un po’ alla primi Alcest, è una delle cose che ascolteresti a ripetizione senza mai stancarti, così come altrettanto clamorosa è la più meditativa e cadenzata Sacrifice de Sang, in cui emerge tutta la loro sapienza nel sapere armonizzare sapientemente parti più melodiche e classico BM sinfonico vecchia scuola di metà anni 90. Altro picco assoluto è Hymne au Vampire (act 3), il brano che ripropone più di tutti le sonorità di Les Blessures de L’Ame, essendo una sorta di continuazione dei primi due inni presenti in quel disco, e in cui trovano spazio anche sporadiche parti cantate in pulito di grandissimo effetto.

Veramente un grandissimo ritorno, e una nota di merito va data indubbiamente alla Season of Mist, etichetta che non ho mai particolarmente amato ma che, devo dire, ultimamente sul black metal (And Oceans, Mork Gryning e naturalmente questo La Morsure du Christ) non ne sbaglia una.

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Griffar: Permettetemi un breve premessa. Immagino che tutti quelli che tra voi apprezzano il metallo nero abbiano già sentito nominare i francesi Seth, gruppo oramai storico non solo per la loro longevità. A mio parere Les Blessures de l’Ame, il loro full di debutto che seguiva un già stupendo EP foriero di una classe ben oltre la norma, è secondo solo a Witchcraft degli Obtained Enslavement nella speciale classifica dei dischi più strepitosi di sempre nel contesto del symphonic black metal. Per il terzo posto c’è un assembramento, come va di moda dire oggi, per i primi due posti no: ci sono loro due e poi, ad una certa distanza, tutti gli altri. Ma è già ora di tornare sulla strada maestra, perché io sono qui per cercare di convincervi a tirare fuori del denaro dai vostri portafogli e versarlo in quelle dei Seth (una parte) e della Season of Mist (l’altra) in cambio di tre quarti d’ora di musica da panico. A questo serve questo articolo. Per le classifiche c’è tempo.

Consapevoli di aver realizzato nella loro carriera un disco che non è azzardato definire UNICO, e che, come spesso succede per quelle band (Obtained Enslavement compresi) che pubblicano qualcosa di talmente enorme da non avere alcuna possibilità di essere superato, gli ha fatto più male che bene (ok, L’Excellence è ancora un signor disco, Divine X è carino e nulla più, quelli dopo lasciamo perdere), credo che ad un certo punto sia loro che noi abbiamo pensato che i Seth fossero persi, finiti. Una band che avrebbe potuto vivere solamente di ricordi. Oggi però abbiamo tra le mani La Morsure du Christ che ci mette al cospetto della più bella delle verità: non era vero niente.

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Dopo ben ventitré anni da quel disco che li ha fin da subito proiettati nel firmamento del black metal, i Seth ritornano sui loro passi con quello che meglio di tutti gli altri hanno saputo fare. C’è stata secondo me una concomitanza di eventi che ha messo Alsvid e Heimoth (gli unici due elementi sopravvissuti della line-up dell’epoca) di fronte alla loro storia: il primo è stato il tour per il ventennale di Les Blessures de l’Ame risuonato per intero (se volete, il risultato lo trovate su uno spettacolare doppio vinile che immortala uno dei concerti), e quanto è straordinario quel disco e quanto vale per la storia gli si dev’essere parato innanzi come un sole che esplode, uno shock di adrenalina pura. Qualcosa di simile a quando ti risvegli da un lungo sonno profondo e ci metti un po’ di tempo a capire dove cazzo sei, e quando è successo a loro hanno esclamato stupiti: ”Ehi, ma questa musica la abbiamo scritta noi!”. E poi l’incendio della cattedrale di Notre Dame. Non lo si evince solo dall’artwork. Deve aver fatto scattare una scintilla rimasta latente per troppo tempo. Ovvio che, per dei blackster francesi, l’evento abbia avuto un impatto emotivo maggiore rispetto a noi che l’abbiamo visto da lontano ed abbiamo comunque pensato che il male stesse prendendo il sopravvento (basta guardare fuori dalla finestra, di segnali ce ne sono a iosa).

Si sono guardati in faccia e si sono accorti che quello che è stato fatto una volta poteva essere ripetuto. Il risultato è La Morsure du Christ. Non c’è più Faucon Noir come bassista e principale songwriter, e non c’è neanche Vicomte Vampyr Arkames alla voce, ma Saint Vincent lo sostituisce egregiamente: del resto nemmeno lui è un novellino, visti i suoi trascorsi negli industrial/black Blacklodge e soprattutto The Arrival of Satan, protagonisti di un black legions metal totale, da scoprire e riscoprire.

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Pronti via ed è subito titletrack, che comincia con una sventagliata di riff a velocità spaventose nei quali si intende subito quale sarà il cammino che la band vuole farci intraprendere insieme a loro. Alsvid era già mostruoso 23 anni fa, immaginatevelo oggi con un quarto di secolo di pratica alle pelli in più. Quando accelera su parti già in blast mi fa saltare per aria, credo che al momento sia il batterista più veloce di tutto il black metal, secondo solo a TT in quanto a tecnica pura, almeno per quanto possiamo sentire sui dischi. Ma il disco non si regge solo sui funambolismi di Alsvid, perché tutto l’insieme è di una compattezza e di una solidità pazzesca: anche il secondo brano Metal Noir è un assalto frontale e, più si va avanti con l’ascolto dell’album, più ci si rende conto di quanto le partiture siano complicate, con ogni strumento perfettamente amalgamato agli altri, e di come l’intero sia maggiore della somma delle sue parti.

I due chitarristi intrecciano riff dall’altissima tensione, quando si lanciano a mille all’ora non c’è nessuno che possa stargli dietro e, nei rallentamenti inseriti qua e là per diversificare i pezzi e renderli più godibili, usano spesso melodie arpeggiate – talvolta persino acustiche – che si intrecciano fino a farle sembrare come suonate all’unisono. Sono importantissime anche le tastiere, che seguono la strada tracciata dalle chitarre ricamando partiture che avrebbero la strada spianata pure se godessero di vita propria, mentre altrove diventano protagoniste assolute regalando pura magia. Nessuno degli strumenti prevale su un altro, in sede di composizione ed arrangiamento è stato fatto un lavoro ENORME per ottenere un risultato di questo livello. Il primo pezzo che oltre alla violenza totale include elementi importanti di atmosfera pura è Sacrifice de Sang, nel quale gli effetti che riproducono un rituale occulto sprigionano malignità pura credibile, appassionante. Non sono i soliti samples buttati lì a cazzo di cane, ed inoltre rendono merito a Saint Vincent, protagonista dei vocalizzi ritualistici, e alla sua capacità tecnica ed interpretativa di come si deve cantare un brano black metal di forte impronta satanica (cioè il black metal propriamente detto, così en passant).

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Nel complesso tutti i sette brani sono ben oltre i livelli che si suole considerare “eccellenza”, perché, pur non essendo questo un concept album, si ha quasi l’impressione di stare ascoltando la colonna sonora di un lungometraggio, come se i Seth avessero voluto prenderci per mano e portarci diritti in mezzo alla catastrofe, in mezzo alla cattedrale che stava bruciando, i demoni in festa, il male che prevale, Le Triomphe du Lucifer (il titolo del brano che chiude il disco, un pezzo dall’impatto stupefacente che si chiude con tristissime note di organo a sottolineare che tutto è finito, tutto è distrutto, ed hanno vinto i cattivi). È un disco molto cinematografico che pareggia il suo predecessore, al quale è palesemente legato per atmosfere e quantità di cattiveria, e dal quale è difficilissimo se non impossibile estrapolare un brano migliore degli altri. Per il momento sono propenso a dire che quello che più tra tutti mi fa venire i brividi (o me li fa venire più a lungo, per essere precisi) è la lunghetta Les Océans du Vide, sette minuti di maestria pura. L’unica cosa che manca a Le Morsure du Christ è un pezzo oltre l’orizzonte che invece su Les Blessures de l’Ame c’è (parlo di …A la mémoire de nos Frères), ma quelle sono opere d’arte che ti vengono una sola volta nella vita. È l’unico difetto che ha, non c’è il pezzo che in una scala da uno a dieci vale 11, qui valgono tutti “solo” 10. Mi vengono le lacrime agli occhi a riascoltare qualcosa di così maledettamente perfetto da parte loro. È come tornare indietro nel tempo.

Però, come scrisse Stephen King, ci sono cose che dal passato a volte ritornano. Anche se ci sono voluti ventitré anni, i Seth, quelli veri, sono di nuovo tra noi, e come allora sono sempre molto, molto cattivi. Là fuori ci sono solo mostri.

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