Un variopinto passo indietro: GOJIRA – Fortitude

In un certo senso sono contento che i Gojira abbiano inaugurato un nuovo corso, poiché L’Enfant Sauvage mi piacque pochissimo, al contrario dello spiazzante e per alcuni sconcertante Magma. Quest’ultimo era un disco dritto, quadrato, che andava per la sua strada: rinunciava a parecchie peculiarità del suono dei Gojira o le teneva in disparte, eppure, nella sua identità così contraddittoria, era talmente efficace da rivelarsi composto con la precisa volontà di ottenere quella determinata alchimia, e nient’altro.

Facile ipotizzare che i Gojira avrebbero volentieri potuto far evolvere quel concetto, ma, si sa, Magma fece parecchio “rumore” in ambedue i sensi. La risultante è un passo indietro: Fortitude, ovvero l’album più variopinto possibile. Qualche tempo fa ebbi modo di gustare l’anteprima Another World – a proposito, bello il video – e di constatare come fosse carina ma non decollasse a sufficienza. Per rendere meglio l’idea, Another World è attualmente una delle mie due o tre preferite in Fortitude – e questo è di per sé un bel guaio.

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L’album parte parecchio bene. Una sorta di paragone papabile mi vien da farlo coi Sepultura di metà anni Novanta (leggasi Chaos A.D.) in una forma scarica, aggiornata e personalizzata agli usi e costumi dei quattro di Bayonne. I riff sono quelli e il suono stesso ne eredita alcuni tratti portanti, essendoci Andy Wallace dietro entrambi i titoli. Certi Sepultura a dire il vero fanno capolino sui primi tre pezzi, dopodiché l’album cala irrimediabilmente, di pari passo alle sue radicali evoluzioni. La parte centrale è un delirio di mercatini etnici come quello del Lungarno Ferrucci, dove vogliono rifilarti in tutte le maniere questi flauti sudamericani che non saprai mai dove mettere perché hai già saturato casa con cacate cinesi varie comperate su Amazon. Un bel guaio anche quello.

La fortuna di questo Fortitude è il serbare un paio di carte felici per il prosieguo della scaletta. La prima nonché più ambigua è The Chant, forse l’unica a ricordarmi Magma, un po’ allungata col brodo ma pur sempre giocata su una melodia vincente; il problema è che alla lunga annoia pure lei, come se un brano potenzialmente da tre minuti fosse stato diluito a morte. L’altra è Into the Storm, probabilmente la migliore del disco in virtù del recupero del suono standard dei Gojira: atmosfere Neurosis, riffoni Meshuggah e melodie sparate alla Strapping Young Lad, il tutto suonato da quattro ottimi interpreti tra cui spicca il batterista Mario Duplantier. Tre dischi nascosti in uno, in sostanza, un po’ come accaduto agli ultimi Napalm Death i quali preferirono mescolare e stratificare anziché puntare sull’identità.

Gojira-Fortitude

Il primo “paragrafo” è efficace: la solita denuncia ambientalista è dappertutto, ma almeno emerge una limpida capacità di coinvolgimento. Il secondo è una gran rottura di coglioni senza che vi si palesino una direzione o un punto d’arrivo, ed è seguito da un terzo atto prevedibile come un rigore tirato forte e centrale a mezza altezza. Lì la palla entra ma non è quella la parte di Fortitude su cui avrei fondato il disco: è semmai la prima, la brillante scopiazzatura dei Sepultura attuata comunque meglio che dai Cavalera Conspiracy (e, ironia della sorte, ricordate chi fu ospite su Inflikted?) e con maggior personalità di quanta gli ultimi e acclamati Greene e Kisser siano riusciti a spremerne da Quadra e affini.

A somme tirate, credo che Fortitude rappresenti la peggior pubblicazione firmata Gojira assieme a L’Enfant Sauvage; loro comunque un disco davvero brutto non riusciranno mai a farlo, potendo disporre di un armamentario letale pur se utilizzato puntualmente al 50% del potenziale. La furia dei Gojira è molto spesso mitigata, ed il controllo delle atmosfere e delle melodie è altrettanto spesso annacquato da un nefasto dosaggio delle ripetizioni e delle tempistiche. È il metodo utilizzato dai quattro francesi a mandare frequentemente in vacca tutto quanto, specie quando fanno troppi calcoli a scapito della spontaneità e della linearità. Magma era uscito fuori così. E un disco così a metà, così in bilico, non serve veramente a un cazzo se non a far riaffiorare qualche rimpianto di troppo. (Marco Belardi)

One comment

  • I Gojira mi sono sempre piaciuti, molti pezzi dal disco girano sulle mie playlist ma il già sentito aleggia. Del resto il già sentito e il già visto sono una costante del mio quotidiano, comincia la mattina presto e dura per parecchie ore e la musica non c’ entra un cazzo.

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