Avere vent’anni: GOJIRA – Terra incognita

Credo che spesso ci si scordi quanto siano stati importanti i Gojira nell’universo metal durante il primo decennio del terzo millennio. O, perlomeno, io lo faccio, forse complici i primi passi falsi iniziati con The Way of All Flesh nel 2008, continuati e peggiorati con L’enfant sauvage, e terminati solo con l’ultimo Magma, con il quale nel 2016 hanno finalmente cominciato a risalire la china – vedremo come andrà con il prossimo Fortitude, previsto per il 30 aprile 2021 e anticipato da un paio di singoli che lasciano ben sperare.

Ad ogni modo, essendo io stesso un metallaro formatosi nel nuovo millennio, non vi nascondo che il primo Terra Incognita e il successivo The Link sono stati ascolti fondamentali per me; così come per molti altri, d’altronde, a giudicare dai posti apicali ai festival, i tour mondiali e la quantità enorme di metallari non più tanto giovani che li segue appassionatamente – anche se questi sono arrivati soprattutto in concomitanza della commercializzazione del loro sound, cominciata con From Mars to Sirius. Se ci pensate, il loro miscuglio di sonorità prese da Fear Factory e Meshuggah (che oggi ci hanno tanto stuccato causa djent) allora era ancora lungi dall’influenzare ogni sottogenere immaginabile – persino i Decapitated più claustrofobici dovevano ancora venire. Poi i francesi sono finiti per essere considerati un gruppo da radical chic poser, ma sinceramente non me ne capacito neanche troppo, in particolar modo se penso ai loro esordi.

Le tematiche ecologiste e ambientaliste forse giustificano questa visione superficiale, ma Terra Incognita è in realtà un album abbastanza diretto che, se pure pesca chiaramente a piene mani dai due gruppi citati pocanzi, lo fa altrettanto vistosamente dal death e dal groove metal del lustro precedente. Le sviolinature progressive e le atmosfere più ispirate ai Tool che caratterizzeranno i due album a cavallo del decennio per fortuna non erano neanche un pensiero all’epoca. Inoltre, la loro musica non era neanche troppo cervellotica, dato che qualche bel riff, reso ancora più memorabile dai ritmi sincopati e dai controtempi quanto bastano, lo si trova eccome in canzoni come Clone, Deliverance, Fire is Everything e Space Time (che peraltro contiene in nuce, concentrate come il pomodoro, le sonorità degli album a venire).

In conclusione, credo che ciò che funziona di più in quest’album, dopo tutto, è proprio questo: per i Gojira, in certo qual modo antesignani di questa tendenza cui il metal più estremo ha cominciato a sottrarsi solo di recente, certi stilemi non sono il fine ultimo della loro musica, ma semplicemente un mezzo. Per quanto mi riguarda, rimango convinto che, se negli ultimi dieci anni non si fossero persi con la cadenza delle pubblicazioni oltre che con la loro qualità, ora staremmo parlando di uno dei più importanti gruppi del nostro amato genere per importanza e fama, nel bene o nel male. (Edoardo Giardina)

One comment

  • Per me i fratelli Duplantier sanno il fatto loro, mi sono sempre piaciuti dal primo ascolto. Tecnicamente sono inattaccabili, tutto il resto ( sono francesi, sono radical chic e altre cazzate ) sono chiacchiere petalose. Vive la France

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