Musica da camera ardente #20

Riecco Musica da camera ardente, la rubrica che esce talmente di rado che ogni volta bisogna ricordare di che si tratta: qui si tende a parlare, senza una particolare logica o filo conduttore, di quelle sonorità meno convenzionali o comunque non direttamente ascrivibili al metal e non per forza riservate ad una nicchia di ascoltatori. Coerentemente a ciò, oggi dico la mia sul nuovo album dei Mogwai, ma voglio anche ricordare il primo album dei Lycia, che proprio quest’anno compie cifra tonda.

Il problema che personalmente ho da quando ascolto i MOGWAI è che l’ultimo disco mi sembra sempre il migliore in assoluto. Non me lo so spiegare ma penso c’entri una qualche affinità elettiva che ancora devo ben individuare o il saper toccare determinate corde inconsce che, in buona sostanza, mi inducono come prima reazione spontanea ad andarmi a riascoltare tutta la pregressa produzione. E così ho fatto ancora una volta, singoli e colonne sonore comprese, col risultato di individuare nuove sfumature che magari mi erano passate sopra la testa, oppure di presumere di aver trovato un filo conduttore nella loro splendida evoluzione artistica, il che mi fa sentire come l’astronomo che è inaspettatamente addivenuto alla comprensione dei Pilastri della Creazione. Cosa che chiaramente non è ma che, comunque, mi gratifica oltremodo. Come gratificante è anche l’ascolto di As the Love Continues, con le sue alternanze di colore e temperature, che vanno dal classico brano strumentale con le distorsioni corpose (tanto usate in sede live) e l’apertura melodica che gli dà quel più ampio respiro tipico dello stile degli scozzesi, quello minimale ove si predilige l’asetticità dell’elettronica, quello onirico di collegamento, fino al brano spiazzante, il singolone dalla forma-canzone più tipicamente post-rock, che è anche cantato ed è piazzato nel mezzo a contrasto per ricordarti che loro sono sempre i numeri uno indiscussi nel fare quella roba lì. Mi riferisco alla stupenda Ritchie Sacramento.

E allora parliamo dei singoloni. Questo continuo solleticare i nostri pruriti rock primordiali è pur sempre una caratteristica che è stata costantemente presente nella passata e recente produzione dei “quattro di Glasgow”. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, fino ai primi due/tre album dalla dimensione musicale più facilmente identificabile, è obbligatorio dover citare la altrettanto splendida Party in The Dark del precedente miglior album di sempre Every Country’s Sun, che sortiva precipuamente lo stesso effetto della succitata Ritchie Sacramento, ma anche la meno nota Eternal Panther, b-side di quel disco lì. O ancora, le splendide Blues Hour e The Lord Is Out of Control (cantata col vocoder, che ogni tanto ci sta pure bene), tratte da Rave Tapes. Logica che pure nelle molteplici colonne sonore che hanno iniziato a produrre negli ultimi, diciamo, dieci anni, è presentissima, tipo la romantica We’re Not Done a chiosa di Kin (e ci voglio infilare pure What Are They Doing in Heaven Today?, la cover di un vecchio inno cristiano metodista dei primi ‘900 della mai troppo lodata colonna sonora Les Revenants). Se, dunque, mettessimo insieme tutte queste presunte deviazioni dal percorso tracciato ne verrebbe fuori una delle migliori compilation di sempre e se lo facessimo davvero non potremmo non citare anche brani del passato come Hound of Winter dell’EP Earth Division, o Mexican Grand Prix, nonché quelle altre col vocoder, tipo George Square Thatcher Death Party, sempre da Hardcore Will Never Die, but You Will, e Hunted by a Freak/Killing All the Flies dal clamoroso Happy Song for Happy People, passando prima per la tripletta Acid Food/Travel Is Dangerous/I Chose Horses di Mr. Beat. Vi ho dato qualche coordinata, fatevi la vostra playlist e ditemi se non ho ragione.

Ricorrono, infine, i trenta anni dalla pubblicazione di Ionia, il debutto del prolifico gruppo di darkwave a me molto caro e di cui quando ho potuto vi ho parlato, che viene oggi onorato con una nuova stampa in vinile. Gli americani LYCIA iniziano a muovere i primi passi nell’ambito della musica industrial; siamo verso la fine degli anni ’80 e nei sobborghi delle principali città americane e nelle province è in moto un fermento musical-stilistico che ha nell’introspezione, nelle sonorità eteree e nelle tinte scure i suoi principali riferimenti, che a loro volta affondano le radici in una interpretazione portata all’estremo dei movimenti musicali post-punk e new wave di fine anni ’70. Dopo le prime sperimentazioni con un semplice multitraccia e una prima demo (Wake), il tastierista Mike VanPortfleet definisce i canoni di un nuovo modo di fare musica, stabilendone regole assolutamente oniriche e confini totalmente rarefatti, e insieme a Will Welch dà alle stampe il primo album ufficiale avvalendosi del supporto di una giovane Projekt Records, la casa discografica anche in futuro maggiormente rappresentativa di quel genere e dei satelliti intorno a esso orbitanti. Finiranno anche sui radar dei metallari dopo il tour di spalla ai Type O Negative.

Ionia dice proprio tutto circa il sound dei Lycia, adagiandosi su un substrato ambient che ha la funzione di offrire una base pulita da cui partire nell’opera di sovrapposizione di suoni artificiali, percussioni e chitarre dilatate, e di quella voce sussurrata, notturna e sinistra, che è il vero marchio di fabbrica degli americani; non essendo mai predominante, tale base ambient non va ad influire negativamente sulla godibilità dell’album (capite bene che il concetto di godibilità va pure relativizzato ad un genere che di suo non brilla per immediatezza), resettando il difetto che si palesa quando essa diventa troppo predominante, ciò chiaramente è detto in base al mio gusto personale. Non la prova migliore in assoluto di Mike e company (quella è a mio parere Cold), ma neanche un capitolo minore di una discografia centratissima e incredibilmente coerente. (Charles)

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