Avere vent’anni: DAFT PUNK – Discovery

Parlare di Discovery a vent’anni dalla sua uscita presenta diversi livelli di difficoltà. In primis a livello di contesto. Quando l’ho visto inserito nella lista dei potenziali dischi da recensire (vergata a mano da Trainspotting sulla pelle di una giovane vergine sacrificata al demonio), ho avuto un sussulto ma sono stato rassicurato di poterne scrivere liberamente. Perché – lo dico ultroneamente a beneficio di chi è vissuto su Marte fino a ora – i Daft Punk con il metal o con il rock non c’entrano assolutamente nulla.

Secondariamente a livello “emotivo”: è di poche settimane il sorprendente annuncio dello scioglimento del duo francese, avvenuto senza comunicati, senza dischi o tour di addio, ma solo con un video (laconicamente intitolato Epilogue) del finale dello splendido Electroma, secondo film dei Daft Punk, che si conclude con l’immagine che vedete qui sotto e con il mantra conclusivo di Touch (If Love is the answer you hold).

Infine, lo è anche a livello personale, perché i Daft Punk hanno accompagnato diverse fasi della mia vita. In assoluto penso che insieme ai Prodigy siano il primo gruppo che mi ha avvicinato all’elettronica, ma è stata la doppietta micidiale dell’esordio dei francesi (Da Funk e Around the World) ad avermi fatto capire, da ragazzino, che la musica elettronica non era solo la merda che veniva sparata in discoteca o negli stabilimenti balneari, ma che c’era ben altro.

Ora, parliamoci chiaro, se siete arrivati fin qui schifati e innervositi da certe affermazioni, oppure se ritenete che la musica non composta/suonata con gli strumenti non sia “musica”, potete anche fermarvi qui. Se invece state continuando a leggere, per parlare di una band del genere si potrebbe iniziare con la sintesi efficace del Guardian all’indomani dell’annuncio dello scioglimento del duo: i Daft Punk sono stati il più grande ed influente gruppo pop del ventunesimo secolo. Si tratta di un’affermazione azzardata, ma corretta. In primis sotto un profilo musicale: i Daft Punk si sono appropriati di tutte le declinazioni del pop nella sua variante elettronica, passando dall’house alle derive kraftwerkiane di Human After All e arrivando ad un ibrido (riuscito) tra disco music anni ’70 e soft rock anni ’80. Secondariamente (ma neanche troppo) sotto il profilo dell’impatto nella cultura popolare, a partire dall’immagine del gruppo, dai video che sono entrati nell’immaginario collettivo, alle canzoni che, semplicemente, hanno scandito e segnato gli ultimi 25 anni.

Considerate qualunque caratteristica che dovrebbe avere una band pop: i Daft Punk le avevano tutte. E se parliamo strettamente di pop, Discovery è senza dubbio alcuno la più fulgida dimostrazione del genio del gruppo.

 

Non so neanche dire se si tratti del loro disco migliore (sceglierne uno è sempre difficile, personalmente sono sempre stato legato al terzo, snobbatissimo, album), ma senz’altro è quello più rappresentativo di tutte le anime dei Daft Punk. Abbiamo il singolo pop perfetto, Digital Love, quello che a pochi gruppi riesce una volta nella vita (a differenza dei francesi) e che è forse il brano che è più figlio dei suoi anni e che ti catapulta in quell’”isola felice” degli anni a cavallo tra la fine dei ’90 e l’inizio dei 2000. Contiene Aerodynamic, il pezzo con l’assolo di chitarra più tamarro e quasi vanhaleniano di sempre (no, non è vero, ma, ehi, ho trovato un minimo appiglio al rock!) e che ti si piazza in testa sin dal primo ascolto. È un disco che può contare su uno dei ritornelli più campionati e citati di tutti i tempi, ovvero Harder, Better, Faster, Stronger. E siamo solo ai primi quattro pezzi.

Perché sarebbe davvero possibile fermarsi a descrivere ogni singola canzone del disco con toni entusiastici, dalla moroderiana Verdis Quo (perché ovviamente un disco come Random Access Memory non nasce dal nulla, ma ha le sue radici affondate nel resto della discografia del gruppo), alla cassa dritta di Superheroes, alla conclusiva Too Long (che nella sua versione su Alive 2007 mashata con Steam Machine è qualcosa di irripetibile). Si potrebbe fare questo discorso su ogni fottutissimo brano, così come sul film che accompagna l’album, il bellissimo e coloratissimo Interstella 5555, diretto e creato da Leiji Matsumoto, insomma non proprio dall’ultimo degli stronzi.

Perché il pregio assoluto riscontrabile in un disco come Discovery (oltre quello di far muovere il culo a un morto e, per i pochi che coglieranno, di far piangere in un angolo Thom Yorke) è quello di farti stare bene. Non solo allegro, ma proprio bene. E non è una cosa da poco ed è soprattutto un concetto che emerge paltealmente sin dall’incipit del disco (sì, non me ne ero dimenticato).

Una sensazione immediatamente percepibile da quell’inno martellante e ossessivo chiamato One More Time che ha animato tante sere d’estate al mare durante la mia adolescenza, anche quando la giornata era andata storta, si avvicinava settembre, la mattina aveva piovuto, ti avevano trascinato in discoteca controvoglia a sentire quella musica di merda e la tipa che ti piaceva ti aveva fatto capire che non avevi speranze. Quando stavi mezzo rincoglionito seduto su qualche gradino del Castello di Sangineto iniziando a scorgere le primi luci dell’alba, la gente iniziava ad uscire e si pensava al cornetto della colazione e partivano quelle tre note. Ecco, proprio in quel momento lì, non te ne fregava niente di niente, né di quello che non era andato in passato, né delle fragilità che ti avrebbero atteso nel futuro più o meno prossimo.

In quei cinque minuti non pensavi ad altro, in quei cinque minuti stavi bene.

E anche oggi, quando metto su uno dei dischi che più ho ascoltato in vita mia, mi si stampa un sorriso sul volto e sto davvero bene. (L’Azzeccagarbugli)

Music’s got me feeling so free
We’re gonna celebrate
Celebrate and dance so free
One more time.

7 commenti

  • Ho sinceramente gioito del loro scioglimento. Pessimi. E non perchè non fanno metal.

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  • Capisco tutto, la maturità, i gusti personali, il bisogno di cromosoma X e tutto quanto. Ma accorgersi “da ragazzino” che “la musica elettronica non era solo la merda che veniva sparata in discoteca o negli stabilimenti balneari, ma che c’era ben altro”, ecco, questo no. Da ragazzini si è manichei, specialmente sulla musica, specialmente ai tempi della nostra adolescenza. Da ragazzini si professa il “se non è suonato con la chitarra, fa schifo” e, ancor più, il caro vecchio “if you’re not into metal, you are not my friend”.
    Da un quasi-collega ultratrentenne posso aspettarmi un giudizio del genere, da un ragazzino no. Perché per i ragazzini, quei ragazzini, l’unica alba vista sorgere dentro un castello non poteva che essere una DAWN OF VICTORY.
    Damnatio ad metalla per il te ragazzino.

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    • Ahahaha, commento straordinario. Guarda, posso dire che sono “ortodosso” in poche cose nella mia vita e nella musica ha sempre ascoltato di tutto (a parte il reggae, il reggae no, Dio che palle). Però posso dirti che anche all’epoca gridavo GLORIA GLORIA PERPETUA. Come faccio, con somma soddisfazione, anche oggi a 36 anni compiuti già da un po’.

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    • Sono stato pochi anni fa insieme all’eccelso avvocato al concerto dei Rhapsody a Bologna (di cui esiste anche un imbarazzante video mentre cantiamo Dawn of Victory), ma questo è uno dei più gloriosi commenti negli 11 anni di Metal Skunk. Sei un eroe.

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  • anche io ho avuto il mio passato manicheo del tipo no guitar, no party, eppure probabilmente con questo disco, ho iniziato ad avvicinarmi all’elettronica, ora sto sotto con la Dark Synthwave e spesso mi rilasso con la Vaporwave o come cazzo si chiama. Non ho mai ascoltato per intero nessun altro loro album, eccetto che questo e mi piace dall’inizio alla fine (forse Random Access Memory). Stupendo il film animato di Matsumoto.

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  • sottoscrivo il “pessimi”, a farmi passare il manicheismo e apprezzare l’elettronica per me furono gente come i depeche mode o jm jarre, ma credo sia anche per motivi generazionali.

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