Il nuovo TRANSATLANTIC, ovvero il paradiso dei riccardoni

Per quei pochi al mondo che non conoscono il significato del termine riccardone (frutto, onore al merito, del genio del grandissimo utente del forum del Mucchio Selvaggio Karmarider), preciso che con questa parola si identifica l’ascoltatore di band/artisti contraddistinti da un’innegabile perizia tecnica e, soprattutto, da un sound cristallino e pulito, il più possibile vicino alla perfezione (quale metro di paragone, solitamente, si usa non a caso The Dark Side of The Moon).

Solitamente ossessionato da uno o più strumenti che tenta di suonare con risultati altalenanti, magari fondando anche una cover band dei propri beniamini (avete fatto caso al numero di band tributo ai Pink Floyd che esistono in Italia? Ecco), il riccardone patologico arriva anche a porre in secondo piano le canzoni e a concentrarsi solo su tecnica e suono, arrivando a prediligere indigeribili mattoni.

Quindi, per intenderci, un disco come Symbolic dei Death farà storcere il naso al riccardone doc, perché troppo sporco, mentre un album a caso dei Toto (band nell’iperuranio di questa categoria) lo farà sciogliere al primo pattern di Jeff Porcaro e, di fronte alla perizia e alla pulizia di un Mark Knopfler, non potrà che esclamare “senti che tocco!”.

Jeff Porcaro, uno dei gran visir dei riccardoni che, come è noto, hanno spesso origini italo-americane
Insomma, vi dovreste essere fatti un’idea e, allo stesso tempo, dovreste aver capito qual è il genere di riferimento (anche se non esclusivo) del “riccardone doc”: il progressive. Non esiste, infatti, genere capace di unire meglio l’abilità tecnica alla pulizia del suono. Il vostro affezionatissimo avvocato del diavolo, pur non potendo essere considerato uno di loro in quanto ascoltatore di grandi quantità di musica con i rutti, di musica del demonio e di altri generi che non oso evocare sulle stesse pagine in cui si tributa il genio del Turillone nazionale, è comunque un grande appassionato di progressive, settore che nel corso degli anni ha approfondito in lungo e in largo, anche acquistando immani fetecchie alle quali non poteva resistere in quanto side project di musicisti molto amati.

Perché questa è una delle grandi caratteristiche dei musicisti riccardoni: hanno TANTI progetti. E in più, ogni tanto, diversi rappresentanti delle migliori realtà riccardone si uniscono tra loro per dare vita ad un “supergruppo”. Ed è proprio di quest’ultima categoria che voglio parlarvi oggi, ovvero dei Transatlantic e del loro ultimo lavoro, The Absolute Universe.

La copertina della versione estesa del disco. Ma esiste anche la versione breve (The Breath of Life) e ovviamente la supermegalimited edition con le due versioni, il bluray, i vinili e una canotta sudata di Mike Portnoy

Siamo nell’iperuranio dei riccardoni e delle superband: parliamo di Neal Morse degli Spock’s Beard, Roine Stolt dei Flower Kings, Pete Trewavas dei Marillion e Mike Portnoy, ex Dream Theater e tra i più amati batteristi al mondo (insomma, daje, Mike Portnoy!), alle prese con una band la cui proposta ripercorre in lungo e in largo la storia del progressive anni ’70, non disdegnando momenti più squisitamente pop di matrice beatlesiana. Insomma, un mix tra Yes, Genesis, ELP, Pink Floyd e Beatles suonato in modo straordinario e, ovviamente, pulitissimo.

Se i primi album, per quanto più che gradevoli, lasciavano intravedere in modo evidente la natura di progetto secondario per tutti i componenti del gruppo, poco più di un divertissement con alcuni pezzi davvero riusciti (come la suite che apriva il primo lavoro), col passare degli anni e dei dischi i Transatlantic, pur non nascondendo i propri riferimenti, hanno smesso di essere un supergruppo e sono diventati una band con una sua personalità.

The Absolute Universe, senza girarci troppo intorno, è probabilmente il miglior lavoro dei Transatlantic, che stavolta sono riusciti – pur sempre con qualche sbavatura – a scrivere un album perfettamente equilibrato tra le componenti più melodiche ed immediate e quelle più… riccardone, non annoiando mai l’ascoltatore anche grazie all’ormai collaudata e riuscita strategia di non avere – quasi – un cantante principale. Nei Transatlantic cantano tutti, anche Mike Portnoy, e onde evitare risultati imbarazzanti la musica si adegua alle caratteristiche del cantante, creando, ovviamente, estrema varietà nella proposta, ma senza perdere in compattezza e coesione.

Ed è proprio questo il maggior pregio di The Absolute Universe: riuscire ad essere estremamente vario e al tempo stesso suonare come un’unica, lunghissima composizione. Per la cronaca esistono due versioni del disco: Forevermore, che dura 90 minuti, e The Breath of Life di 64 minuti: personalmente mi sento di consigliare la versione “integrale”, anche se il lavoro fatto sulla versione “condensata” è comunque interessante.

Inutile citare dei brani in particolare, perché dall’Overture alla conclusiva Love Made a Way non ci sono davvero mai cali e, pur non inventandosi nulla di nuovo, i Transatlantic mantengono sempre alto (molto alto) il livello qualitativo e l’attenzione dell’ascoltatore, sia quando si sconfina in territori più sinfonici, sia nei momenti più classicamente rock.

Se amate il progressive rock classico e non avete pregiudizi verso un certo tipo di approccio alla musica (e siete disposti a soprassedere su alcuni – davvero sparuti – momenti eccessivamente melassosi), il nuovo Transatlantic è davvero un ottimo lavoro. E se siete davvero riccardoni, il 2021 è il vostro anno: fra un mese, a distanza di 22 anni (!) dal precedente, esce il terzo album dei Liquid Tension Experiment, l’altro supergruppo di Mike Portnoy, Jordan Rudess, John Petrucci e Tony Levin. (L’Azzeccagarbugli)

6 commenti

  • Menomale che hai spiegato il neoligismo perché gugol mi dava una pizzeria “Riccardone”quindi ho pensato ad una musica da asporto. I nomi citati nel post non li ho mai digeriti, mi spiace per i puristi che affollano il nostro social club.

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  • Io pure non conoscevo il termine preciso, ma mi faceva pensare a dei chitarristi coi boccoli e la panza, pieni di catenine, con le camicie bianche con colletti e polsini di pizzo e altri accessori da culattoni settecenteschi…..tipo il look di Malmsteen….non ci sono andato molto vicino. A parte gli scherzi, un minimo di sporcizia del suono secondo me è (o dovrebbe essere) insito nel rock. Gente come i Toto faccio davvero fatica a capire cosa vogliano esprimere, al di là di una perfezione formale.

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  • Beh è facile perdersi nel riccardonesimo, specie tra i metallari più cresciutelli, però poi spesso si torna volentieri alla musica del dimonio e della perdizione. Quando poi si comincia a invecchiare sul serio, tendenzialmente si perde la pazienza. Io per esempio dico: “si, bello”, ma l’anteprima qui sopra mi basta e avanza, mica me lo compro…

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  • Riccardone ellisse perfetta,definizione confetta! Anch’io sto con lo sporco. Di puliti mi piacciono i Rush ( ma non tutti i dischi). Symbolic e i Death sono il top , yes. Di puliti mi vengono in mente : Waitsneik, Magnum, Joe Bonamassa. Dream Theater is for bois in the birreria che bevono trenta coche e vestono le magliette con i lupi, le donne nude, i serpenti, la neve e i boschi ecc .. e suonano con le bacchette da batterista sui tavoloni, mangiando le patatine con il ketchup. Pantera is for MEN. Friedman solista is for bois. Megadeth is for MEN. RIcordiamoci che i primi rockers pugnalavano la membrana dei coni dei diffusori per distorcere e incattivire il suono. La distorsione deve essere distorta (Hendrix) e non pulita, se no non è rock. Ne deriva l’attitudine

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  • Mai sentito prima il termine Riccardone.
    Decisamente non è roba per me, ma raramente ci ho trovato canzoni interessanti con un senso. Negli altri casi la tollero a piccole dosi.

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  • Quindi, se ho capito bene, Carrozzi è il Gran Visir dei Riccardoni

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