Guarda come suona veloce John Petrucci

È un po’ che è uscito ‘sto disco ma io ho sempre da fare qualcos’altro e non riesco mai a scrivere, ed è un peccato (almeno per me), perché è un bel dischetto e vale la pena di ascoltarlo, sempre se vi piace il genere chitarrista sbrodolone. Che poi, parliamoci chiaro: la scena degli shredders in pratica non esiste più, almeno non come esisteva negli anni Ottanta e fino al ’95, diciamo. Tranne rare eccezioni, oggi i chitarristi tutt’al più si fanno i video in cameretta, oppure passano il tempo sui gruppi Facebook di questa o quella marca di chitarre/effetti a perdere anni di vita in, fondamentalmente, cazzate.

Per carità, io stesso sono un chitarrista da cameretta (ardente), ma lo sono da tempi non sospetti, cioè da prima di internet e tutto. Per quanto mi riguarda non è mai stata una questione di moda ma di necessità, perché a) lavoro da sempre ed il tempo da dedicare alla chitarra era comunque ritagliato da altro, quindi con orari non facili, ma più che altro: b) qui la gente ti toglie – quasi – la voglia di vivere, figurarsi quella di suonarci assieme. Un manico di cialtroni, pressapochisti, buoni ad un cazzo e con quella sicumera da stronzi col botto che solo il vivere in mezzo alle montagne senza contatti o quasi con l’esterno può donarti. Che poi, pure se ogni tanto esci ma non capisci un cazzo è comunque del tutto inutile, cambi solo aria. Porca puttana che svantaggio, amici del metallo.

Spero nelle nuove generazioni, che non conosco, ma ai miei vent’anni era così, tant’è che i ventenni e più di allora sono quei quarantenni e più di oggi che in effetti non sono mai cresciuti, giusto invecchiati (male). E quindi alla fine ho concluso che era meglio se facevo fatto tutto per cazzi miei e vaffanculo ai concittadini. Peraltro capisco bene anche Petrucci che fa passare tra un disco e l’altro una decina d’anni, perché quando sei preso da altro (nel caso specifico i Dream Theater) è difficile anche raccogliere le idee, figurarsi tirare fuori un disco. E anzi, per lui dev’essere pure “peggio” rispetto a uno che fa un altro mestiere, visto che poi non ripetersi diventa difficile, posto che i Dream Theater con le porzioni strumentali, e/o strumentali tout-court, in pratica ci campano da quando esistono. Cioè non è che chi ascolta i Dream Theater ha cominciato perché LaBrie canta bene. Quello tutt’al più era un ulteriore punto a favore.

Comunque definirei Terminal Velocity come una sorta di miscuglio tra lo Steve Morse più elettrico ed il Vinnie Moore meno neoclassico, definizione che potrebbe tranquillamente applicarsi allo stesso Petrucci, che pure cita Morse tra i suoi riferimenti stilistici (Vinnie Moore non saprei). Il disco è gradevole, ovviamente ben suonato (tra l’altro alla batteria c’è Portnoy ed al basso Dave La Rue, veterano dei Dixie Dregs e di migliaia di dischi di chitarristi assortiti, tra cui appunto Vinnie Moore e ovviamente Steve Morse), ben prodotto ed ha forse l’unico difetto di essere piuttosto prolisso, soprattutto quando persiste nel ripetere certe sezioni dello stesso brano più e più volte, il che penso sia un po’ per fare minutaggio e un po’ perché pure coi Dream Theater spesso funziona così. Il pezzo che mi è piaciuto di più è Out of the Blue, che nella melodia richiama vagamente Tender Surrender di Steve Vai, ma anche The Oddfather e Gemini sono belle, specie quest’ultima che ha un’interessante sezione acustica che spezza un po’ il pezzo in due e contribuisce a donargli una certa varietà. L’ultima Temple of Circadia pure si lascia ascoltare volentieri e ci si sentono echi dei Dream Theater periodo Awake / A Change of Season. Quella che mi è piaciuta meno probabilmente è Happy Song, che è proprio un po’ sciocca tutto sommato. Tirando le somme un buon album: se vi piace il genere, o se siete feticisti dei Dream Theater, ve lo consiglio. (Cesare Carrozzi)

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