Avere vent’anni: VINNIE MOORE – The Maze

Mi è sempre piaciuto molto Vinnie Moore, anche se meno di altri chitarristi venuti fuori nell’epoca dei guitar hero. Non so, forse perché mi ha sempre dato l’idea di essere uno perfettino, misurato, concentrato sull’esecuzione nota per nota di quanto già scritto che non pronto a lasciarsi andare all’improvvisazione, al momento. I primi tre album sono fantastici, sia Mind’s Eye, che poi è proprio il mio preferito, che Time Odissey, entrambi neoclassici, ma anche Meltdown, brutale sterzata di genere, dal neoclassico all’hard rock-blues. Poi lo lasciai perdere qualche anno, giusto il tempo di fargli incidere un altro disco che non ho mai sentito (Out Of Nowhere), per poi portarmi a casa questo The Maze vent’anni fa, ritrovando l’amico ricciolone in ottima forma.

In realtà l’unico problema di questo disco è l’eccessiva durata di certe canzoni. Non so cosa si fosse messo in testa Vinnie all’epoca, ma due pezzi su dieci sono oltre gli otto minuti, un altro paio oltre i sei e nessuno sotto i quattro. Ora: per me questa cosa della lunghezza non è stato un dramma insormontabile di per sé, però a) immagino abbia allontanato molti ascoltatori casuali dall’acquisto dell’album e b) non ha di certo giovato alla struttura dei pezzi, che per forza di cose, lunghi come sono, tendono a ripetersi, sicché verso il quinto minuto di una certa canzone ti ritrovi ad ascoltare di nuovo i primi tre minuti per arrivare ai fatidici otto e rotti, il che se in una canzone di tre o quattro minuti tutto sommato suona ancora fresco, con una da otto non ha certamente lo stesso effetto.

Alla fine The Maze dura la bellezza di un’ora ed è difficile arrivare alla fine del disco tutto d’un fiato, anche per me che di roba strumentale per chitarra pure ne ho ascoltata (e ne ascolto ancora, anche se molto meno di prima) un botto. C’è da dire però che il vecchio Vinnie a volte si lascia proprio prendere la mano, tipo che Time Odissey già durava sessanta minuti, che sono effettivamente un record sia per il genere che l’epoca. Durata a parte non è che si possano muovere altri appunti a The Maze, che oltretutto è in parte un graditissimo ritorno al suono neoclassico dei primi due album, con un po’ più di varietà ed una produzione indubbiamente migliore (non che ci volesse poi molto, gli album della Shrapnel di metà anni ottanta in pratica suonano tutti allo stesso modo e tutti potrebbero suonare meglio).

Il capolavoro del disco è Never Been to Barcelona, che per assurdo è acustica e non elettrica, non c’entra nulla col resto del disco anche a livello stilistico, però è davvero bella ed ispirata. Ma anche il resto dei pezzi se presi un po’ per volta sono assolutamente validi, vedi le varie The Thinking Machine, Eye of the Beholder, King of Kings (fantastica) e così via. Insomma, un ottimo disco che però va preso un pezzo oggi ed uno domani, perché altrimenti è facile che finisca per stufare anche l’orecchio allenato, e sarebbe un peccato visto che di qualità ne ha eccome. Ecco, sapete cosa ascoltare per i prossimi dieci giorni, se non altro. (Cesare Carrozzi)

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