Avere vent’anni: ENSIFERUM – st

Scoprii l’esistenza degli Ensiferum all’epoca di Victory Songs. Ero ancora un ragazzino che poteva permettersi di perdere la maggior parte del suo tempo a girare per forum alla ricerca di gruppi (per me) nuovi. In quel periodo ero in fissa con il folk metal (fissa che tutto sommato non se ne è mai andata completamente) e avevo già avuto modo di incappare in Cruachan e Falkenbach, giusto per citarne due. Ciò che sentii nel terzo album dei finlandesi mi piacque molto e mi spinse a recuperare anche gli altri loro lavori, scoprendo che Victory Songs non poteva rivaleggiare neanche lontanamente con il debutto omonimo.

Probabilmente la grande trovata degli Ensiferum fu quella di rinnovare almeno in parte la base sulla quale inserire gli elementi più tendenti al folk. Se fino a quel momento chi suonava folk metal partiva per la maggior parte da una base black metal, i finlandesi presero invece una miscela che avevano in casa da qualche anno, ovvero quella sorta di melodic death metal misto a power metal che aveva fatto la fortuna dei primi Children of Bodom. Chiaramente (e per fortuna) lo stile degli Ensiferum era molto più diretto, edulcorato e scevro di tutti quegli elementi boriosi che facevano accostare i loro connazionali al metal neoclassico e alla formazione d’accompagnamento del guitar hero di turno. Fatto sta che, indipendentemente dalla simpatia o dall’antipatia che vi genera il personaggio, se non ci fosse stato il recentemente scomparso Alexi Laiho questo stile, che per un certo periodo a cavallo tra i due millenni ispirò molti gruppi soprattutto in Finlandia ma anche altrove, non esisterebbe. E questo gli va riconosciuto, che vi piaccia o meno: sia ad Alexi Laiho per aver creato questa formula; sia agli Ensiferum, per averla resa (almeno dal mio punto di vista) ancora più efficace e per aver pubblicato un debutto che quasi chiunque avrebbe potuto solo sognarsi – in particolar modo all’inizio del nuovo millennio, periodo in cui tutti sappiamo che il metal ha cominciato una netta fase calante.

L’influenza della scena finlandese mi è parsa fin troppo chiara quando ho ascoltato la demo del 1997 di Old Man, molto più black metal nello stile – vena che nel prodotto finale è rimasta solo nell’ultima traccia Goblin’s Dance. Come disse Maurizio Sarri, la differenza tra un giocatore di Serie A e uno di Serie C è molto sottile e bastano pochi dettagli per far decollare una carriera piuttosto che un’altra (basti pensare alla parabola di Jamie Vardy, gran giocatore rimasto relegato a categorie minori fino a un’età generalmente considerata tarda). Fuor di metafora, mi è venuto da pensare che anche la differenza tra un album black e uno power può essere molto sottile: bastano pochi arrangiamenti e alcuni ritocchi in fase di missaggio che la faccia di un lavoro musicale come Ensiferum può cambiare totalmente. E forse per fortuna che è diventato così, altrimenti probabilmente non avrebbe la stessa importanza e sarebbe “soltanto” uno dei tanti album folk a base black metal che negli anni sono usciti.

In quel caso probabilmente non continuerei tutt’oggi ad ascoltare canzoni come Token of Time in ogni momento, anche e soprattutto in macchina; Eternal Wait non mi avrebbe dato quella sensazione di triste epicità che ho fatto fatica a trovare altrove; e Abandoned non mi avrebbe accompagnato nei momenti di maggiore autocommiserazione della mia adolescenza. E la grandezza di Ensiferum sta anche qua: va oltre la sua dimensione e non è solo un album folk buono per ruttare al cielo in una sagra di paese mentre si è satolli di birra, ma è un’opera adatta ad ogni situazione e contesto. (Edoardo Giardina)

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