La finestra sul porcile: Lo Squartatore (The Ripper)

Le storie di serial killer acquistano il loro fascino anche in funzione del luogo in cui sono ambientate, si sa. Le terrificanti vicende di Richard Ramirez, Andrew Cunanan o del Grim Sleeper sono inscindibili dai vialoni attorniati da altissime palme ed il sole della Florida e della California, o dalle pericolosissime strade di South Central a Los Angeles. Gli spaventosi atti commessi da questi signori sembrerebbero non coniugarsi perfettamente con un clima mite o caldo, con muscolosi surfisti e belle ragazze in costume da bagno o in tenuta estiva quasi tutto l’anno che pattinano sui lungomare, o persino con la “normale” criminalità di strada fatta di spaccio, rapine e sparatorie.

La vecchia Inghilterra invece sì che aggiunge sempre quel brivido in più ad ogni storia di efferati omicidi e psicopatia. Pensate a Whitechapel nel 1888.

Una delle vicende più allucinanti del secolo scorso fu invece ambientata in un luogo magari meno misero dell’East End vittoriano, ma altrettanto lugubre: il Nord dell’Inghilterra. Visto che siamo su Metal Skunk, ricordiamoci che l’area geografica è ESATTAMENTE quella da cui provengono My Dying Bride e Paradise Lost. Giusto per rendersi conto di cosa si parla.

Tra il 1975 ed il 1980 il terrore di uscire di notte era più o meno quello che anche noi sperimentavamo negli anni del Mostro di Firenze, con la differenza che Peter Sutcliffe, il mostro di cui si parla oggi, fece tredici vittime riconosciute, e almeno altre sette aggressioni classificate come tentati omicidi, nel giro di quei soli cinque anni. Una macchina di morte sempre al lavoro che agiva però esclusivamente per gratificazione personale, senza essere stata mandata da nessuno, al contrario di quanto sostenuto dalle teorie giudiziarie più in voga riguardo al Mostro di Firenze.

Le città post industriali del West Yorkshire, dopo un decennio di prosperità, quello degli anni Sessanta, erano ridotte ad uno scenario di decadenza che ancora oggi porta coloro che vivono nel sud di quel paese a considerare inferiori i “northeners”. Gli ingredienti ci sono tutti per una riedizione di Jack lo Squartatore. Ed infatti lo Squartatore dello Yorkshire fu anche informalmente noto come “Jack”.

Questa fu una vicenda che gettò grandissimo discredito sulle forze dell’ordine e i metodi investigativi dell’epoca. Tanto che il Constabulary (più o meno l’equivalente della nostra questura) dello Yorkshire dell’Ovest, alla fine di questa spinosa e dolorosa vicenda, necessitò di una profonda epurazione e riforma. Una vicenda comunque fatta di uomini, in quanto tali fallibili per definizione.

Le persone che hanno condotto le indagini in quegli anni hanno gravi responsabilità, questo è innegabile. Ricordiamoci però che i mezzi dell’epoca non erano certo quelli di oggi, in cui, se uno fa una scorreggia, questa può essere imbottigliata subito dopo e analizzata in laboratorio per ottenere nome, cognome, stato civile e ammontare del conto in banca di chi ha perpetrato l’orrendo atto in un ascensore nell’ora di punta. Sicuramente i tempi della risoluzione del caso furono ulteriormente allungati per l’abbandono o la sottovalutazione delle piste esistenti, per l’incasinamento e il frazionamento dei dati contenuti nei database dell’epoca (ricordiamo che i computer vennero introdotti nei Constabulary inglesi soltanto nel 1986) e soprattutto per l’incaponirsi su una pista totalmente fasulla da parte del titolare dell’inchiesta, George Oldfield, il quale ci rimise pure la salute pochi anni dopo la fine dell’incubo. Lascia abbastanza sconcertati soprattutto la disorganizzazione, che mai portò a considerare questo camionista di Bradford, uomo apparentemente normale, come serio sospettato, anche dopo essere stato interrogato ben NOVE volte in seguito al sinistro coincidere delle sue fattezze e caratteristiche con gli indizi e gli identikit esistenti.

George Oldfield, titolare dell’inchiesta

Tuttavia ciò che distingue maggiormente questo nuovo documentario di Netflix, diffuso proprio nei giorni in cui Peter Sutcliffe moriva di Covid all’ospedale di Durham, dal precedente Manhunt: The Search for the Yorkshire Ripper, oltre ai potenti mezzi odierni, è un’attitudine neofemminista un tanto al chilo che ormai se non ce la infili dappertutto non ti si prende più in considerazione. Riconosciuti gli errori degli investigatori, come si fa a colpevolizzarli se decisero inizialmente di seguire la pista cosidetta “a luci rosse”, visto che le prime vittime (e non si parla delle precedenti aggressioni ma degli omicidi veri e propri) erano tutte note prostitute che frequentavano locali quantomeno equivoci? Voglio dire, come si fa a sostenere che l’assunzione iniziale che Sutcliffe cercasse le proprie vittime esclusivamente tra le lavoratrici del sesso a pagamento fosse completamente sbagliata? Risulta chiaro che egli preferisse agire in quei consessi in quanto le vittime erano meno tutelate e più esposte al rischio.

Ma qual è l’errore nel sostenere che una donna che frequenta determinati locali nel cuore della notte e accetta passaggi da sconosciuti, ricevendo somme di denaro in cambio, ipoteticamente, di quel tipo di prestazioni (una delle piste fu quella delle famose cinque sterline nuove di zecca), mentre i tre figli minorenni aspettano a casa, sia una prostituta che cerca di mantenere la famiglia in un contesto sociale totalmente disastrato? Va bene l’indignazione per il fatto che poi nessuna donna fu più al sicuro in seguito, e che Sutcliffe ad un certo punto prese di mira qualunque persona di sesso femminile trovasse a camminare sola nella notte, ma cosa c’entra il colpevolizzare ulteriormente degli investigatori che cercavano disperatamente di porre fine a questa situazione semplicemente considerando, giustamente, alcuni fatti e trascurandone, erroneamente, altri? Il fatto che Sutcliffe fosse stato visto ben trenta e passa volte nei quartieri a luci rosse di Leeds portò infatti alla sua identificazione. Il fatto che egli non fu mai considerato seriamente è ben altra questione. Infine ricordiamoci che venne arrestato, per puro caso e in una città diversa dal suo abituale scenario, proprio perché si appartò con una prostituta.

Peter Sutcliffe, l’omicida

Non ci vengano a fare la morale da due soldi sul fatto che bollare alcune delle vittime come prostitute, oltre ad essere sessista e cazzate del genere, abbia impedito di evitare gli efferati omicidi commessi anche in altri contesti medioborghesi. Soltanto in un disperato periodo di politicamente corretto come quello che stiamo vivendo, che sconfina dapprima nel ridicolo e poi nel tragico, si potrebbe fondare una tesi documentaristica del genere su un rapporto di polizia che giustamente tiene conto del fatto che l’ambiente in cui la maggior parte dei fatti si svolgono è indiscutibilmente uno scenario di prostituzione in cui le vittime, pace all’anima loro, sono appunto vittime che hanno trovato la loro tragica e terribile fine in un contesto che non può essere addolcito, se si ha cura della verità e dei fatti come realmente sono accaduti. È una distorsione dei fatti utile come le proteste dell’epoca contro le forze dell’ordine che di certo non stabilirono il coprifuoco per le donne sole per divertimento o sessismo, ma semplicemente per evitare che una situazione che era già totalmente fuori controllo degenerasse ulteriormente.

Il documentario in sé è godibile, basterebbe non prendere troppo sul serio gli ovvii e forzatissimi pipponi neofemministi che tirano ulteriore merda su un’inchiesta che fu già disgraziatissima ai tempi e su cui è facilissimo sparare ancora di più col senno di poi, a ben quarant’anni di distanza. (Piero Tola)

3 commenti

  • sono molto interessato a questi documentari di Netflix. Ho visto sia quello di Ted Bundy (un po’ lento ma fatto bene), Making A Murder (veramente un capolavoro) o quello relativo a Maddie, la ragazzina inglese scomparsa in quel posto di mare del Portogallo (anche questo fatto molto bene), e sicuramente vedrò anche questo. Sono curioso anche di vedere quello su San Patrignano, che sta generando diverse discussioni sulla stampa nazionale.

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    • Making a Murder e’ inquietante, nel senso che fa paura vedere come la giustizia sia amministrata in certi paesi. Quello su Maddie onestamente l’ho mollato a meta’ che stava diventando un po’ palloso. Ti consoglio vivamente The Staircase.

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  • Bravo! L’introduzione iniziale mi ha preso subito. Il documentario in sé mi ispira meno, ma comunque sembra essere ricco di immagini e registrazioni dell’epoca.
    I pipponi ci toccano e ci toccheranno sempre e comunque, almeno nel mainstream. Non ero ancora uscito (sano) dalla disgustosa retorica del “sogno” e del “farcela” degli anni 90 e 2000 ed ecco che dobbiamo autocongratularci/assolverci/masturbarci/flagellarci con il nuovo tema del decennio.

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