Avere vent’anni: KALMAH – Swamplord

Coloro che già erano stati oggetto del Gioco passavano sugli spalti e potevano sedersi in mezzo al pubblico, pronti a battere le mani all’illuminarsi del cartellone digitale e a deridere i nuovi malcapitati. Generalmente, questi ultimi avevano i capelli unti e l’acne in volto, ma anche tante buone intenzioni messe faccia a faccia con un primo ostacolo: ciò poteva assomigliare a una sorta di sadica selezione naturale, sebbene la carneficina in atto avesse più cose da spartire col mero concetto di spettacolo.

Il regolamento era semplice e conciso: sul palco troneggiavano alcune urne trasparenti piene di palline, e una valletta veniva incaricata di mescolarne il contenuto ed estrarre. L’altra valletta, al suo fianco, avrebbe aperto l’involucro e letto il contenuto. Pronunciando la sentenza, inasprendo di fatto il Gioco.

Le urne erano tre. La prima generava automaticamente un filone musicale, la seconda pure. Nel caso in cui fossero stati estratti power metal e black metal, i malcapitati sarebbero stati imprigionati da cotale mescolanza mentre la terza urna avrebbe decretato un elemento a sorpresa che poteva avere a che fare con luoghi, ambienti e tematiche. Il partecipante al Gioco era un gruppo musicale emergente, e, con gli occhi colmi d’Orrore, osservava il modo in cui avrebbe dovuto debuttare su disco e il modo in cui avrebbe dovuto porsi, l’argomento che avrebbe oltremisura popolato le future liriche. Quel giorno gli spalti erano belli pieni di sguardi curiosi e allo stesso tempo perfidi.

In mezzo ai fortunati rideva di buon gusto un giovane finlandese, Alexi, con l’eyeliner pesante e una decina di monili metallici appesi al collo e alle dita. Era ancora da stabilire se si trattasse di un autentico guitar hero o d’un coglione che passava troppo tempo allo specchio, ma la cosa certa è che quel giorno si sarebbe parlato poco di lui: di questo certamente se ne dispiacque. I Kalmah, da Oulu, setacciavano gli occhi gelidi d’una giovane bionda connazionale trovando solo indifferenza. E lei cominciò a girare, e girare, e girare ancora mentre il suo sorriso si faceva man mano più beffardo. Il pubblico starnazzava, e, in mezzo all’inumana calca, c’era pure quel Petri Lindroos a cui presto sarebbe toccata la medesima sorte coi Norther.

La ragazza, sobriamente vestita in una mascolina accoppiata fra pantalone lungo nero e camicia che sottintendeva l’avvento d’un qualche Reich, estrasse la pallina e la passò all’altra incaricata. La dicitura fu presto declamata al popolo: Death metal melodico. I Kalmah sorrisero poiché gli era appena stato concessa un’enorme libertà artistica! Death metal melodico non significava un beneamato cazzo e potevi metterci dentro i riff black alla Dissection, folk alla In Flames, la voglia di suicidarti degli At the Gates e qualunque altra cosa ti passasse per la testa. “Grazie, biondissima testa di cazzo!”, nel pensarlo sorrisero e si strinsero la mano gli uni con gli altri mentre Alexi, sugli spalti, applaudiva e lanciava loro noccioline proprio come si farebbe allo zoo.

Si spostarono verso la seconda urna, dove l’Inquisizione su tacchi riprese a girare nervosamente. Stavolta lo fece per un tempo triplicato rispetto alla precedente estrazione, come per generare suspense o per scongiurare il ripetersi d’un grossolano favoritismo che già era accaduto. Gli Organizzatori questo non potevano permetterselo! Uscì una nuova pallina, stavolta di colore più scuro, e fu presto letto quel che il suo interno diceva: power metal.

Andava tutto sommato bene, i Children of Bodom stavano riscuotendo un enorme successo e si trattava solamente di diversificare la futura proposta dalla loro. All’epoca li presero tutti per il culo, quando, con la terza urna, il Gioco costrinse Alexi Laiho ad ambientare i loro album “in un lago”, ma in risposta i giovani finlandesi clienti di Kiko fecero un qualcosa di geniale: ne trassero un marchio di fabbrica, cosa di cui, specie a quell’età, ben pochi elementi sono capaci. Magari la terza urna avrebbe rivelato “fantasy” o “satanismo”, oppure “montagna”, e si sarebbe trattato di giocare sul consumato ma confortante filo dei cliché. “Dai, bionda, giraci quella cazzo di terza urna.”

E lei glielo mise nel culo una volta per tutte. Estrasse la parola PALUDE e gliela lesse in viso, come se li stesse sfidando.

I Kalmah furono eternamente costretti a smerdarsi di fango a ogni photo session e girare nei luoghi finlandesi più invasi dalla torba, e da rimasugli d’animali decomposti che ancora non avevano trovato la loro definitiva forma nel più proficuo petrolio. Non ci parlarono d’altro che di codeste cazzo di paludi, e, ormai folli seppur in gioventù, giunsero al punto di dedicare una canzone al luccio, predatore acquatico della famiglia degli Esocidi che caccia la minutaglia nei pressi del sottoriva. Il Gioco aveva vinto ancora, ma i Kalmah, almeno il primo album, lo fecero davvero bene. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Non sono affatto d’accordo. Swamplord mi piace, ma molto meglio fecero dopo. Molto, molto meglio. Io ascoltavo in loop Seventh Swamphony, che trovo mostruoso (2013), me ne innamorai perdutamente. L’ultimo pezzo, The Trapper, lo ascoltavo 3-4 volte di fila, rapito. E’ un album immenso, privo di difetti, vario, ben suonato, grandi riff.
    12 Gauge pure superiore al debut, Th black waltz molto superiore.
    Sono insomma di opinione esattamente opposta. L’ultimo, Palo, è invece opaco.

    Piace a 2 people

    • The Trapper è un inno generazionale e Seventh Swamphony è un gran disco, grazie per averlo ricordato.

      Piace a 1 persona

    • Per me sono dei dischi che non esistono, kalmah = teorema degli ulver. Il primo ha tre/quattro pezzi fenomenali, me li ricordo ancora a distanza di vent’anni come se avessi rimesso su il cd ieri. Dopo si sono messi a sedere, così come gli ensiferum… Ciò non toglie che abbiano inciso roba piacevole

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