Pubblicità ingannevoli: WITCHCRAFT – Black Metal

In quest’anno bisesto, bastardo, balordo e funesto, chissà quanti sentissero il bisogno di un disco dimesso e mesto come quest’ultimo dei Witchcraft. Che a dire il vero un disco dei Witchcraft non è, essendo totalmente scritto e interpretato in acustico dal solo Magnus Pelander, credo. O comunque è a tutti gli effetti un suo disco solista, séguito più dell’Ep del 2010 (A Sinner’s Child su Svart Records) che dell’album Time del 2016, pubblicato dalla Nuclear Blast. Questo perché, al contrario di quest’ultimo, non gioca alcuna carta di arrangiamenti più complessi ed ambiziosi, anzi, riduce tutto all’osso. Poi, per aumentare il disorientamento del fan medio, quel titolo lì che sembra una burla e forse, a conti fatti, lo è. Ci ritorniamo. In redazione, dove pure gli estimatori del pingue svedese non mancano, deve essere stato accolto alla stregua della sigla dei Puffi alla sua uscita nel maggio scorso, così tocca a me ora parlarvene.

Sapete, per essere assunto a Metal Skunk ho dovuto mentire sul curriculum ed ho dovuto nascondere alcuni gusti personali poco grim and frostbitten. In casa ho anche nascosto bene i dischi di Nick Drake e Bonnie “Prince” Billy, non si sa mai che debba ospitare qualche collega per una birra o una dissertazione sul thrash brasiliano e che questi si soffermi sulla mia collezione di cd. Che poi, anzi, in quanto a grimness ed a frostbitteness, certi abissi per chitarra acustica possono far torcere le budella anche meglio di molte produzioni metallare, se dietro c’è un’anima in pena per davvero. Ed ecco che quindi quelli di Drake e del “Principe” non sono nomi spesi a caso. Anzi, all’inizio, ascoltando Black Metal mi erano proprio venuti in mente Pink Moon, I See a Darkness e persino Nebraska (Springsteen, per chi non…). Ma Black Metal ha la sua specificità.

Disco depressissimo, dicevo. Parliamo prima della musica in sé, poi di quello che secondo me rappresenta. Detto onestamente, finita questa recensione non so quante volte tornerò su questa musica, a parte forse un brano o due. Non perché non sia bello, anzi, semmai perché è una bella prova di resistenza, per quanto breve, un disco di cupezza profondissima, intenso, e che in certi tratti si confronta senza troppa reverenza coi tre modelli riportati qui sopra in quanto a bellezza poetica (e chissà con quanti altri dischi di cantautori magnifici che voi consocerete ma io no). Beh, forse non proprio, dato che sono riferimenti piuttosto elevati, ma non certo per colpa di Pelander, che anzi è un songwriter di razza sin dai tempi dell’esordio e la classe c’è tutta, in tutti i pezzi. E non è che in precedenza musiche e testi dei Witchcraft fossero esempi di presa bene. Questa volta però, che sotto il monicker Witchcraft c’è in realtà solo il buon Magnus con la sua chitarra, si va oltre, con un tono confidenziale e disperato totalmente spoglio delle varie suggestioni psych, hard o “medievaleggianti” del passato. Ed il risultato è quasi irriconoscibile, soprattutto se paragonato al sound costruito negli ultimi due album ufficiali con lo stesso moniker. Con pochissimi suoni oltre alla chitarra acustica (qualche nota di piano al più), nessuna percussione o strumento elettrico, è la voce a nudo, più dolorosa che mai, a farla da padrona. E testi disperatissimi. Potreste anche ascoltarlo sentendo l’istinto di dovervi dare una grattata dove sapete voi, che non si sa mai. Comunque bello.

Notare come inizi ad assomigliare in maniera preoccupante a Riccardo Cocciante

Non so nulla della storia discografica di Black Metal e dei contratti che ci sono dietro, per cui è probabile che mi sbagli, ma immagino ci fosse un accordo da onorare per un terzo disco a nome Witchcraft con la Nuclear Blast e che, dato che le cose coi due precedenti non fossero andate come aspettato e che la band si è sfaldata ripetutamente, questo disco sancirà forse un addio consenziente da ambo le parti. Da parte di Pelander, a me sembra anche come un bel fanculo (pensate, appunto, al titolo), sussurrato piuttosto che gridato. Non dico nei confronti della casa discografica, anzi, ma magari di tutta la scena rock/metal, noi compresi, perché no: che valore diamo davvero nella vita reale alla musica ormai, anche a quella che amiamo? E agli sforzi dei singoli artisti che legittimamente provano, se non ad avere successo come le vecchie rock star, almeno a camparci dignitosamente? E se ci pensate, con la crisi del mercato degli ultimi anni, con artisti e case discografiche che navigano a vista, ci saranno sempre meno contratti per la pubblicazione di più dischi, firmati in anticipo prima di registrare anche una nota. E come conseguenza scomparirà anche quella categoria a volte divertente di album fatti svogliatamente a fine contratto o con esclusivo intento polemico. Però, anziché fare un disco di mazurke senza senso o di canzonette rock tirate via, Black Metal è un’operazione a cuore aperto. E qui arrivo al punto. E cioè il sospetto che non sia solo scelta artistica, ma anche il crollo personale (con risultati comunque alti) di un uomo stanco e provato. Ricapitoliamo un secondo.

La convinzione è tutto

Venti anni fa, più o meno esatti, si forma una band di ragazzini svedesi di provincia guidati da questo buffo bardo proveniente dai Norssken, dai lunghi capelli ricci e dall’abbigliamento tra l’hippie ed il personaggio di una fiaba medievale. L’intento è fare un tributo a Bobby Liebling e Roky Erickson, niente di meno. Tutta gente che sta(va) benissimo, poi. Quattro anni dopo esordiscono col botto e nel corso di tre dischi su Rise Above, mica pizza e fichi, sconvolgono il mondo del doom, ma non solo, perché in totale controtendenza tornano a suonare analogici e a ricreare appunto il sound dei Pentagram, con punte di psichedelia 13th Floor Elevators, soprattutto per quanto riguarda la voce (e poi, ovviamente, quintalate di Black Sabbath, ma questo penso sia inutile precisarlo). Proprio all’epoca del terzo disco mi capitò di vederli dal vivo a Roma. I Witchcraft furono fantastici quella sera, giusto il tempo di far riscaldare le valvole e poi magia pura. Ma Pelander aveva qualcosa che non mi quadrava, era meno avvenente che in foto. Anzi, piuttosto sovrappeso, si muoveva buffo con dei balletti ai limiti del ridicolo. Poi qualcosa è cambiato, radicalmente, nel difficile equilibrio della band.

Il passaggio dalla Rise Above alla Nuclear Blast è stato particolarmente traumatico. I dischi, Legend e Nucleus, son rimasti più che buoni, ma il suono caldo e magico dei Witchcraft si è uniformato allo standard heavy/stoner, tanto che dalla produzione non li distingueremmo da un qualunque album di ragazzini cloni degli Sleep pompati a puntino. L’intento facilmente intuibile era quello di allargare il pubblico della band, fino a quel momento comunque relegata a culto per qualche romanticone vintage come noi o per i più occulti doomster in circolo, ma non certo un nome da piazzare almeno a metà cartellone di un festival medio. Anche a livello di scrittura, c’è meno ortodossia filologica, ma anche meno personalità. Pelander in persona, tolta la chitarra a tracolla, ha iniziato ad interpretare un diverso ruolo rispetto al cantastorie oscuro che era precedentemente e si è trasformato, in versione ciccio pasticcio, nel più improbabile frontman di sempre.

Robert Plant scansati proprio

Ed eccolo poi tornare con Black Metal, in solitaria dopo aver cambiato tutti i musicisti un paio di volte, e con un’altra trasformazione niente male, ma in direzione opposta, anche se certo non un ritorno alla vecchia formula. E l’impressione, come dicevo, è proprio quella di un artista intento a leccarsi le ferite e, forse, a non scoprire le sue carte. Perché magari Black Metal è lo sfogo istintivo e sarcastico di un musicista stanco, oppure davvero una parentesi rapida per nascondere un nuovo cambio di pelle e, mi piacerebbe, un ritorno alla capacità di far davvero sognare, senza sentire il bisogno di sfogare la propria frustrazione e ricominciare a cesellare musica senza l’ansia di essere per forza al passo coi tempi. Spero proprio sia così, qualsiasi sia la nuova strada. Perché non vorrei proprio che ce lo perdessimo per strada, sulle orme di un Erickson, di un Liebling o qualcun altro di questi perdenti di classe magnificamente drammatici. Nel frattempo, lasciamolo fiduciosi per i fatti suoi. (Lorenzo Centini)

 

One comment

  • Sergente Kabukiman

    Legend ha ottimi pezzi ma affossati da dei suoni terribili per una band simile, mentre nucleus ha un paio di filler, ma di contro ha almeno 2-3 pezzi tra i migliori della band. Questo EP credo dipenda dal fatto che i witchcraft ormai sono unicamente Magnus e può fare quello che vuole(altrimenti anche il primo EP solista sarebbe uscito a nome della band principale, o almeno così credo) e quindi si, lasciamo i turnisti a casa e facciamo un disco registrato in salotto con soltanto la chitarra acustica. Più che altro dispiace vedere come una band di simile valore non sia veramente esplosa, neanche in una scena musicale che lei stessa ha aiutato a crescere in termini di popolarità, venendo surclassata da band con mooolto meno talento. Dispiace dirlo, ma mi sa che il treno dei witchcraft è passato ormai.

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