BRUCE SPRINGSTEEN – Letter to You

With George’s death I was the last living member of the mighty Castiles. The last. Living. Member. I thought about it…for a long time. And those meditations ended up being the songs I’ve written for Letter To You. Music just comes. Sometimes, and only sometimes, this is the way it happens”.

Con queste semplici parole Bruce Springsteen presenta il suo nuovo album e ne spiega l’origine e l’ispirazione nel contesto del bel documentario che ne ha accompagnato l’uscita.

Seguendo un percorso che si muove ormai sempre più sui binari dell’introspezione e della narrazione personale, dopo l’autobiografia e il meraviglioso spettacolo di Broadway, Letter to You affonda le sue radici nel passato più remoto, prima della fama e della E-Street Band, quando il nostro era solo un ragazzino alle prese con la sua prima vera band, i Castiles.

E questa “immediatezza”, questa urgenza, tanto creativa quanto a livello di esecuzione, emerge da ogni singolo solco di Letter to You che, senza girarci troppo intorno, è il miglior disco registrato con l’E-Street Band dal 1988.

Escludendo le uscite soliste e le Seeger Sessions, infatti, a parte un paio di episodi più felici (il più che riuscito Wrecking Ball e una buona parte di The Rising, produzione di Brendan O’Brien esclusa), i dischi con l’E-Street band dell’ultimo ventennio non sono stati esattamente indimenticabili. Ma, al di là di un giudizio puramente qualitativo, quello che manca ai dischi da The Rising in poi è la coesione e una visione d’insieme e, in generale, le canzoni più riuscite di questi lavori sono quasi sempre quelle che più si distaccano dal “canone” springsteeniano.

Letter to You è esattamente l’opposto: è una rivincita di quel canone, è un’orgogliosa manifestazione di identità, un disco che pur guardando al passato riesce ad essere contemporaneo (nel contesto del suo autore) nella sua riflessione sul passaggio del tempo e ad avere quella “compattezza” che era mancata nel passato più recente. Una caratteristica a dir poco sorprendente se si considera che due brani in scaletta (le a dir poco splendide If I Was The Priest e Songs For Orphans) sono due “inediti” che facevano parte del primo, mitologico, demo inviato da Springsteen a John Hammond e alla Columbia nel 1972, ed un altro (Janey Needs a Shooter, capolavoro dell’album) è un inedito del 1973. Ma Letter to You non vive di solo passato e i nuovi brani non temono confronti con quelli “ripescati”: dalla tiratissima Burnin’ Train che sembra uscire da The River, all’acustica One Minute You’re Here il disco non finisce mai di sorprendere.

E anche negli episodi più ridondanti (la doppietta The Power of Prayer/House of a Thousand Guitars) l’album non perde mai di intensità e tocca apici davvero impensabili in brani come Ghosts, esaltante manifesto al rock’n’roll e nella commovente I’ll see You in My Dreams che chiude, nel migliore dei modi possibili, un grande ed inatteso (a questi livelli) ritorno di uno dei più importanti protagonisti della storia del rock. Ed è una chiosa che è un po’ una quadratura del cerchio, un messaggio di speranza in questi tempi così incerti: se l’incipit del disco è un’attestazione della propria finitezza (One Minute You’re Here), che porta Springsteen a “raccogliere tutte le proprie paure e i propri dubbi” e a scrivere a cuore aperto al suo pubblico (Letter to You) nella consapevolezza di essere l’ultimo uomo rimasto, sono proprio i fantasmi del passato (Ghosts) a trascinarlo via dal torpore, dalla malinconia e a restituirgli entusiasmo, perché “death is not the end” ed anche se le perdite che segnano le proprie vite sono difficili da superare, i ricordi, le esperienze di cui è disseminata la propria esistenza fanno sì che quelle persone siano ancora vicine (I’ll See You in my Dreams).

E se Danny, Clarence, George e i Castiles non ci sono più, l’unica cosa che resta da fare è aggrapparsi a ciò che si ha, guardare avanti, prendere la Telecaster, salire sul palco e leave no one alive. (L’Azzeccagarbugli)

“I shoulder your Les Paul and finger the fretboard
I make my vows to those who’ve come before
I turn up the volume, let the spirits be my guide
Meet you, brother and sister, on the other side
I’m alive, I can feel the blood shiver in my bones
I’m alive and I’m out here on my own
I’m alive and I’m comin’ home
Yeah, I’m comin’ home”

8 commenti

  • E che gli vuoi dire a Springsteen, è la coerenza fatta persona, sempre uguale a se stesso come la strada che porta a casa dei tuoi. Non mi reputo un fanatico ma ho tutta la sua discografia e ascoltarlo è appunto come tornare a casa.

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  • A me di questo disco piace soprattutto il sound. E’ tipicamente e classicamente E Street Band, ma forse non era mai stato ricreato così bene in studio. Devo tornare a The River per sentire un suono del genere, benchè si affacciasse qua e là anche in alcuni dischi recenti, The Rising su tutti. Detto questo le canzoni in sè non le trovo molto ispirate (parlo ovviamente solo degli inediti, perchè le reinterpretazioni dei 3 pezzi ben conosciuti sono strepitose). Ghosts bella però ed anche la title track. Lunga vita ai ragazzi!

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  • io con Springsteen mi sento sempre un deficiente…credo sia uno dei pochissimi artisti che non riesco a digerire…ho provo diverse volte ad approcciarmi alla sua musica, ma a parte la melodia di “Dancing In The Dark”, che ricordo più che altro per il video con una giovanissima Courtney Cox, non mi rimane nulla. Eppure mi piacerebbe approfondirlo, anche per l’aspetto dei testi…

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    • Ciao, per iniziare “da capo” con Springsteen io sono sempre controcorrente e consiglio “Darkness on The Edge of Town” che, rappresentando una sorta di crocevia nella carriera di Springsteen, incarna ciò che è stato prima e ciò che sarebbe venuto dopo.
      Se ti interessa l’aspetto dei testi e delle tematiche trattate da Springsteen, oltre alla sua autobiografia e alle tantissime raccolte di testi illustrati, io ho una predilezione per “Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni”, di Alessandro Portelli, storiografo esperto della cultura statunitense che ha riletto la produzione del Boss sotto il punto di vista storico e sociologico.
      Per un approccio più immediato, invece, consiglio la semplice visione di Springsteen on Broadway, una delle migliori cose viste negli ultimi anni e che è stato capace di conquistare anche chi non ha mai amato particolarmente Bruce.

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      • Fermi tutti ! Badlands dal vivo è spettacolare, credo di averla vista ed ascoltata in tutte le salse possibili, manca solo che la suoni io con il flauto delle scuole medie. In qualsiasi playlist che metto su ce la infilo.

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      • Chissà se da qualche parte, su un forum di musica, qualcuno si sta chiedendo “Io capisco l’importanza fondamentale degli Hypocrisy per l’evoluzione della musica e delle liriche moderne, ma proprio non riesco a entrarci…”

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      • Aggiungo anche Downbound Train, sempre dal vivo.

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  • ahaha…si lo so la cosa fa ridere, ma vi confesso che con Springsteen è così. Probabilmente devo solo trovare la chiave d’accesso alla sua musica. D’altronde, per fare un esempio, il nostro Vasco mi ha sempre fatto cagare, eppure questa estate mi è capitato di ascoltare un paio di vecchi suoi vecchi lavori tipo “Colpa D’Alfredo” e “Non Siamo Mica Americani”, e devo dire che ci sono molte cose veramente fighe e lui stava bruciato all’inverosimile. Certo, che adesso sia ultrabollito è palese, però mi è piaciuto questa rivalutazione, cmq ora proverò con il concerto su Netflix e con Darkness… e poi vi farò sapere. Grazie per la comprensione

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