Avere vent’anni: THE HAUNTED – Made Me Do It

Tra i miei dischi di ingresso al metal, uno dei pochi che ho vissuto in diretta. Cercherò comunque di essere obiettivo. Non è nemmeno un disco per cui bisogna fare chissà che elucubrazioni. Il problema è che segue un esordio decisamente solido. No, peggio: il problema, come sapete tutti, è che agli Haunted si chiedeva di raccogliere il testimone di una delle band più colossali siano mai esistite (chiunque sia su queste pagine non può non concordare, o non sarebbe qui, altrimenti).

Non ricordo esattamente se sono arrivato prima a Made Me Do It, a With Fear I Kiss the Burning Darkness, The Jester Race, The Gallery o altro (questione di settimane, comunque). Ricordo che però in quel periodo, vent’anni fa esatti, ero abbastanza spiazzato. Perché ok, era più duro del thrash che già un po’ conoscevo (quindi era “death”), ma anche più comprensibile per me dei video dei Morbid Angel o dei Berzerker che giravano su Sgrang (quindi era “melodico”). Però cosa fosse esattamente questo famoso “death melodico svedese” non è che ce l’avessi ancora chiarissimo e non riuscivo a spiegarlo al mio compagno di banco. Chissà se ci riuscirei oggi. Il fatto è che non è che riuscissi già a trovare un minimo comun denominatore tre l’abisso degli At The Gates, gli sviluppi prog dei Dark Tranquillity e gli scenari evocativi dei primi In Flames.

Made Me Do It era un tassello ancora diverso: diretto, sfacciato, ruffiano e irruente. Non è bello forse nemmeno la metà dei dischi citati in precedenza, ma era tutto quello che un sedicenne di allora, che non aveva vissuto in diretta gli illustri precursori, poteva sperare esplodesse nel suo stereo. Ovvio, meglio di una porcata come Primitive. Per questo, al contrario di chi magari era già cresciuto a pane e Blinded by Fear, io in questo caso il bicchiere lo vedo mezzo pieno ancora oggi.

Volendo spalare merda per sport, si potrebbe dire che “è troppo melodico”, che “senza Dolving e Erlandsson non è la stessa cosa”. E invece no, per niente, questo disco è un passo avanti deciso (credo l’ultimo) rispetto al bel precedente, tutti i pezzi sono perfettamente riconoscibili, filler non ce ne sono, mentre di killer ce n’è diversi. Marco Aro e Per Möller Jensen entrano in squadra con personalità decisa. Il primo mettendoci tutta la sua mole da picchiatore di periferia, alternando urla hardcore agghiaccianti e parti melodiche forse non esaltanti, ma nemmeno da buttare. Il secondo gettando benzina sul fuoco dei pezzi più veloci e trovando sempre bei groove nei cambi di tempo e nei rallentamenti. Insomma, entrambi supportano a dovere quella terribile macchina da riff che ancora smalto non ne aveva perso gran che. E che anzi ancora sciorinava pezzi pazzeschi, costruiti ammodino e che solo a tratti abusava dei fraseggi saltellanti (giuro che non ho trovato una definizione tecnica più adeguata) che li hanno poi resi un trademark universale. A proposito, dato che ci siamo, spendiamo anche due parole su questi due fratelli Vanzina del Gothenburg sound, ovvero i simpaticissimi Anders e Jonas Bjorler.

Provate a indovinare se è il gemello buono o quello cattivo

Che la mia adolescenza, e di conseguenza molto del resto, sia stata tanto segnata dalla musica scritta da questi due evidenti sociopatici dovrebbe darmi da riflettere. Più ancora il fatto che quelli che plasmarono il suono dei primi abissali At The Gates e lo trasformarono poi in quello di un capolavoro immortale, sono gli stessi che vivacchiano (almeno uno dei due) con degli Haunted che a me sembrano trasformati in una band metal-core qualsiasi e nel frattempo, con cinismo imprenditoriale esemplare, hanno rispolverato il vessillo storico senza avere in realtà più nulla da dire, di significativo o non. Fa un po’ specie, a pensarci, ma le opere non vanno giudicate dal creatore, mai. E nemmeno contestualizzate all’infinito, semmai vissute e valutate per quello che lasciano. Ecco che quindi torniamo a parlare di Made Me Do It per quello che è.

Ci risparmiamo il track-by-track che siamo in chiusura, ok, ma un disco che inizia con Dark Intentions/Bury Your Dead e finisce con quell’ecatombe furiosa che è Victim Iced non merita affatto accuse di rammollimento, commercialità o qualche -ismo a caso. E non sono affatto le uniche fucilate qua dentro. Anzi, la maggior parte dei brani lo è, anche quelli più meditati ma incazzatissimi come Leech. Vent’anni fa esplodevano nelle orecchie di un sedicenne che non aveva ancora un gran background estremo, ma che si trovava a gridare sottovoce “CAN’T TAKE THE FUCKING PAIN” tra sé e Sé durante inutili assemblee di istituto. Ed hanno contribuito a cambiargli al vita. In meglio.

Ma sì, al diavolo gli equilibrismi formali da bicchiere mezzo vuoto/pieno. Questo disco mi fomenta ancora, da vent’anni, come al primo ascolto. (Lorenzo Centini)

3 commenti

  • Sgrang, mi è scesa una lacrimuccia.

    Piace a 2 people

  • Che strano, a me è sempre sembrato un tentativo di tenere vive le sonorità thrash in una chiave più estrema, necessaria ai tempi nuovi; i riff mi sembrano spesso di stampo thrash e anche la ritmica è più vicina al tupa tupa che al blast beat e alle mitragliate di doppia cassa. Io continuo a sentirci un preludio delle sonorità di Tempo Of The Damned, per capirci. Comunque resta un gran disco, che ha segnato molti che all’epoca erano adolescenti ai primi ascolti.

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  • Il death melodico svedese è:
    2/6 Iron Maiden
    2/6 Carcass periodo Heartwork
    1/6 Nihilist
    1/6 Grotesque
    Una fettina sottile di thrash metal europeo
    Nel caso dei primi The Hunted aggiungere più fettine di thrash metal europeo.

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