Avere vent’anni: CAVE IN – Jupiter

Tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila la psichedelia e il progressive ricominciano a circolare nel mainstream. Fino ad allora avevano vissuto sottotraccia per una quindicina d’anni buona, prosperando ed ingrassando all’interno delle proprie nicchie di riferimento, le quali continuavano ad esistere grazie a un certo qual silenzio-assenso da parte dell’industria musicale, che con una mano continuava ad incassare i proventi dei capiscuola e con l’altra contribuiva attivamente ad una narrazione popolare, derivata dal punk, secondo la quale il progressive stava alla musica come l’anticristo stava a cristo. Poi ovviamente le narrazioni sono una roba e la musica un’altra, e per tutti gli anni novanta è rimasta attiva una scena trasversale di gruppi che non erano proprio fricchettoni al cento per cento, ma sono comunque riusciti a entrare di soppiatto nel mainstream intrufolandosi da porte che per Ozric Tentacles e compagnia rimanevano ben sbarrate. Che ne so… Kula Shaker, Kyuss, roba così. Comunque alla fine del millennio i tempi erano maturi per il ritorno in pompa magna delle sbrodolate chitarristiche. Uno dei dischi più gettonati del periodo, OK Computer, del 1997, è sostanzialmente un disco dei Pink Floyd aggiornato alla scrittura e alla produzione dei tardi anni novanta. OK Computer era il coronamento di un progetto a lungo periodo dei Radiohead, che all’epoca di Pablo Honey avevano rischiato concretamente di essere scambiati per una one hit wonder: estinguersi come rock band e rinascere come collettivo artistico, sostituire i singoloni anabolizzati e i servizi fotografici vestiti a puntino con artwork astratti, foto sfocate, video concettuali e code di sei minuti alla fine del pezzo. Il modo più semplice di farlo era concentrarsi sulla bontà della musica e copiare tutto il resto da The Wall e Dark Side of the Moon, due cose che ai Jonny Greenwood e soci sono sempre riuscite bene. Il successo del disco sembrò una specie di chiamata alle armi. La gente annusò l’aria e sentì che la psichedelia stava per tornare in forze. C’era ancora qualche pudore a chiamarla col suo nome, certo, ma nello stesso periodo lo stoner rock aveva iniziato a spopolare -decine di migliaia di gruppi in cantina aveva mollato il dark, comprato un fuzz e fatto un paio di grafiche alla Rick Griffin. Nel giro di un paio d’anni diventò pensabile che i Motorpsycho uscissero con un disco come Let Them Eat Cake, con la scena freak scandinava in stato di grazia (35007, Soundtrack Of Our Lives, Fireside e simili). E nel 2000 il disco rock più chiacchierato e à la page sarà senza dubbio Relationship Of Command dei texani At The Drive-In, gente che (a dispetto di una massiccia cura di steroidi somministrata da Ross Robinson alle canzoni del disco) girava già coi pantaloni a zampa d’elefante e stava per formare i mai troppo temuti Mars Volta. Il terreno, insomma, era fertile. Nonostante tutto questo, continuo a pensare che il più bel disco di rock psichedelico uscito a cavallo tra novanta e duemila porti sulla copertina il nome di un gruppo che con tutta questa evoluzione non c’entrava assolutamente un cazzo.

I Cave In sono un gruppo di pischelli formatosi intorno al ’95 a Boston, un po’ sull’onda del successo cittadino dei Converge. Il loro primo disco vero e finito si chiama Until Your Heart Stops e di base contiene musica abbastanza simile a quella dei vari Botch e Dillinger Escape Plan -metal destrutturato e suonato con un piglio da gruppo freejazz de noantri. Come molte opere prime alterna momenti di intensità devastante e cadute di tono imbarazzanti, e nel loro caso si completa con un quantitativo abbastanza notevole di variazioni sul tema che nel periodo in cui uscivano sembravano più che altro smargiassate per fare gli splendidi (code strumentali, aperture melodiche a cazzo, eccetera). Il fatto che sia uscito in tempi non sospetti, e che almeno metà del disco sia di una cattiveria spaventosa, fa segnare il nome del gruppo a tante persone. Il potenziale di sviluppo c’è tutto, basta pensare alle condizioni a cui il disco è stato registrato: il cantante esce sbattendo la porta pochi giorni prima di entrare in studio, il chitarrista Steve Brodsky si mette davanti al microfono, il bassista Caleb Scofield è entrato da pochissimo tempo. C’è da aspettarsi un seguito al primo disco a stretto giro, molto più compatto e sobrio, che imponga definitivamente i Cave In come gruppo tra i più cattivi in circolazione. Il momento è propizio. Il fatto è che il gruppo non ne ha mezza, e a conti fatti sta ancora cercando se stesso: diventa evidente quando iniziano a provare qualcosa di nuovo, durante un tour con Converge e Dillinger Escape Plan: jam session di ispirazione vagamente progressive, tante aperture melodiche, qualche linea vocale. Dalle jam usciranno parti confuse, che il gruppo cucirà assieme in maniera un po’ casereccia fino a farle diventare canzoni. La prima testimonianza discografica del materiale è Creative Eclipses, un ridicolo EP di pop sperimentale a mezza via (canzoni powerpop disordinate un po’ alla Jawbox ma senza essere i Jawbox, sperimentazioni ambient dei chitarristi ma senza essere sperimentatori né tantomeno ambient), roba che fa presagire veramente il peggio e che fortunatamente ascolterò qualche anno dopo l’uscita. E poi il gruppo si ritrova all’improvviso con otto canzoni pronte, che verranno registrate e mixate in una settimana scarsa. Titolo del disco: Jupiter. Mandano il disco all’etichetta che ha fatto uscire tutta la roba del gruppo, Hydra Head, che di base è una persona sola -un tale di nome Aaron Turner, trasferitosi a Boston più o meno nel periodo in cui i Cave In si stavano formando. Turner è un metallaro non-integralista col cuore peloso, ha già dischi dei Piebald in roster, per dire. Il disco gli piace abbastanza da convincerlo non solo a pubblicarlo, ma anche da metter su un pochino di promozione a modo. Fregandosene, ovviamente, del fatto che la musica sembra fatta apposta per far girare le palle a chiunque abbia manifestato anche solo un blando interesse per i Cave In.

Oggi a dir la verità questa cosa non sembra poi un granché, ed è anche difficile spiegare come mai allora lo fosse, voglio dire, è passata dell’acqua sotto i ponti e c’è più musica in giro, e le persone sono esposte a cose più diverse e le ciucciano in modi diversi. Il fatto è che nel 2000, se eri un gruppo e facevi musica pesante, cambiar genere non era usuale. Era consentito evolversi, cambiare un pochino suoni, aggiungere qualche elemento, cambiar modo di lavorare, usare un produttore diverso e nei casi più estremi cambiare cantante, ma il fatto di passare dal metal pestone al pop psichedelico nel giro di nessun disco era una cosa che poteva essere fraintesa. Voglio dire, sono andato a vedere gli Ulver dal vivo la prima volta che han suonato in Italia e c’era gente delusa perché non avevano fatto nemmeno un pezzo black metal, ed era il cazzo di duemilaedieci. Per dire. Questo per dire che fino alla fine di Napster era ancora in atto una specie di blocco mentale, o pregiudizio che dir si voglia, secondo cui cambiar genere era tendenzialmente una cosa molto negativa. Il fatto è che alcuni pregiudizi sono appunto modo di semplificare la realtà e trarne un briciolo di utilità, e all’atto pratico non trovo particolarmente spiritose le cose black metal dei Liturgy uscite dopo che i Liturgy avevano smesso di fare black metal. Dal punto di vista puramente musicale non si può far tesoro delle esperienze e tirar fuori una regola fissa che ti permetta di vivere meglio, ma il fatto che oggi ci sia meno integralismo di genere ci permette solo in parte di spiegare la mentalità di un tempo.

Ma in fondo la “mentalità di un tempo” è una delle principali chiavi di lettura di Jupiter. Da un punto di vista strettamente musicale è probabile che Jupiter non sia un disco in grado di astrarsi al di fuori del suo tempo. rimane più che altro la testimonianza di un qui ed ora che da una parte era molto particolare, e dall’altra sembrava -per la prima volta nella storia del rock, a parte forse i primi ottanta- niente di che. Personalmente, ad esempio, posso senz’altro dire che, limitandoci ai miei dischi da isola deserta, Jupiter è l’ultimo che ho recuperato alla vecchia maniera. Per “alla vecchia maniera” si intende che leggi una recensione, vai al negozio di dischi e lo compri senza averne ascoltato nemmeno una nota. Muoversi in un ecosistema con queste caratteristiche, con il capitale di cui dispongono a quell’età le persone come me, prevede di acquisire un certo numero di skill assolutamente non negoziabili. Per prima cosa serve una certa capacità di leggere le recensioni dei dischi, entrare nella testa di chi le ha scritte e capire se ha gusti simili ai tuoi. Serve una certa fiducia, anche, o più esattamente la capacità di capire se mente o dice la verità. Il negoziante può darti molto aiuto, ma instaurare un rapporto personale con quello che ti vende i dischi è una cosa che per molti altri aspetti è pericolosa -continua ad esserlo anche oggi. Tutto questo contribuisce a favorire un certo tipo di rapporto con la musica, molto personale e difficile da comunicare all’esterno. Continuo, ancor oggi, a comprare qualche disco alla vecchia maniera, e molti dei dischi che preferisco sono quelli che compro a scatola chiusa, ma comprare dischi a 40 anni non è un’esperienza nemmeno lontanamente paragonabile a quello che era comprare dischi a 20 anni (se volete vi spiego perché ma immagino che non ci sia bisogno di farlo).

Qualunque recensione di Jupiter uscita all’epoca cita i Radiohead, o fa giri di parole per non citarli. La citazione può avere, di caso in caso, un’accezione positiva o negativa. La maggior parte delle recensioni di Jupiter furono estremamente positive, ma non mancarono le critiche -Pitchfork, che all’epoca si chiamava ancora Pitchforkmedia, lo stroncò brutalmente. Non credo che l’influenza dei Radiohead sia davvero così evidente in Jupiter, se non per il merito incontestabile di aver creato con OK Computer un contesto in cui pescare a piene mani dall’immaginario di Pink Floyd e compagnia era tornato d’improvviso ad esser figo. Ma è un modo come un altro di vedere le cose. Personalmente preferisco considerare i Cave In di Jupiter una reincarnazione di quei gruppi che aravano il confine tra noise/hardcore e rock americano, di cui oggi s’è persa quasi del tutto traccia: Quicksand, Handsome, gli Helmet da Betty in poi, Orange 9mm, Love 666, Jawbox eccetera. Ma si può tirare senza troppi problemi qualche parentela con l’emocore più rumoroso, e ovviamente con la new school di quegli anni, che comunque il gruppo continuerà a bazzicare anche dopo la svolta. In molti all’epoca tendevano a metterli accanto agli At The Drive-In, nel senso lato di un rock molto melodico e con molto potenziale uscito negli stessi mesi. Oppure si può considerarli cloni dei Radiohead. In realtà non ho voglia di fare la critica artistica di Jupiter: nella mia opinione personale è un disco molto bello, a cui sono molto legato, al di là dei suoi (molti) limiti oggettivi, dati perlopiù dal fatto che sia acerbo e in divenire. Nel mio modo di concepire la musica i limiti del disco fanno parte del suo fascino. Se qualcuno ascoltasse Jupiter per la prima volta nel 2020 probabilmente non riuscirebbe a inquadrarlo davvero all’interno del periodo storico in cui è uscito. O forse sì, non lo so.

Comunque di Jupiter e dei Cave In s’innamorarono in tanti, e questo è un fatto: compresero l’atteggiamento alla base del disco, intuirono il potenziale delle canzoni e iniziarono a passarselo. Il tam tam degli appassionati attirò l’interesse delle multinazionali, che in quel periodo cercavano ancora gruppi forti con le chitarre da passare su MTV. La band si ritrovò di punto in bianco a firmare un contratto con RCA per il disco successivo. Da qui in poi inizia una storia diversa -una storia molto triste, e decisamente già sentita: il gruppo indie che ci prova sul mercato emerso e smette di esistere. La musica degli anni duemila aveva già cambiato faccia: le nuove speranze del rock erano ragazzetti anoressici col look anni sessanta e l’articolo davanti al nome, e in termini di look i Cave In erano indistinguibili dal tizio che viene a leggerti il contatore del gas. Probabilmente non ce l’avrebbero fatta nemmeno con gli occhi azzurri e i jeans attillati. Il loro ritorno su HydraHead, nel frattempo divenuta etichetta di riferimento per la musica pesa, fu ridicolo: un disco inascoltabile di emometal per buzzurri alla Poison The Well (Perfect Pitch Black) e lo scioglimento a stretto giro, nel totale disingeresse del pubblico. È una storia da cui non c’è molto da imparare: potevano farcela e non ce l’hanno fatta. Tutto quel che è andato bene alla band, nella sua prima incarnazione, è racchiuso in tre dischi, il migliore dei quali si chiama Jupiter. Il gruppo è ripartito nel 2009, rallentando di molto il passo e alternandosi a una selva infinita di side-project e collaborazioni d’alto bordo. I dischi che hanno registrato dopo la reunion sono bellissimi, ma non quanto Jupiter. La formazione è rimasta la stessa che ha registrato il primo disco: Stephen Brodsky, chitarra e voce; Adam Mc Grath, chitarra; JR Conners, batteria; Caleb Scofield, basso. Scofield è morto nel 2018, in un incidente d’auto. Aveva 39 anni. Da allora al suo posto suona Nate Newton. (Francesco Farabegoli)

3 commenti

  • Disco bellissimo. Sono d’accordo quasi su tutto, a parte l’opinione su “Until….” che trovo ottimo – anche se distante da Jupiter -, ma io adoro i botch e quindi sono schierato e a parte la questione sui Poison the Well, che menano come fabbri e non sono certo un gruppetto emosalcazzo qualunque.

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  • Bella recensione sui generis, e anche la mentalità di un tempo… personalmente riuscivo davvero a entrae in sintonia con il recensore e a leggere tra le righe di dello che scrivevano, scoprire dei dischi così non ha prezzo.

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  • mi pareva che questo post fosse simile a un pezzo di Bastonate e infatti

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