Avere vent’anni: BOTCH – We Are the Romans

Esistono capolavori irripetibili nonostante l’accanimento ed esistono capolavori che nessuno ha mai pensato di provare a ripetere; a fine 1999 dove per l’ultima volta nella storia della musica le barriere tra generi non esistono e tutto è possibile, a pochi mesi di distanza escono il primo e il secondo. Da una parte Calculating Infinity, che ancora legioni di inerti contabili dello strumento si ostinano a tentare di replicare (inclusi gli stessi autori fino a nemmeno due anni fa); dall’altra We Are the Romans, che chi conosce o scopre per la prima volta si limita a contemplare muto e grato, come muti e grati bisogna stare di fronte al dono della bellezza quando si manifesta. Per entrambi i dischi le premesse sono comuni: pochi e scollegati l’uno dall’altro i punti di riferimento precedenti, a mancare fino a quel momento sguardo, visione d’insieme, capacità di sintesi. Diametralmente opposta invece la gestione del dopo: i Dillinger Escape Plan li ha fermati dopo troppi dischi soltanto la fatica fisica, i Botch dopo soli due dischi la tolleranza inesistente verso le innumerevoli dinamiche tossiche e altrettanto tossiche diramazioni che regolavano la “scena”, che oggi da un pezzo sono la “scena”. Tempo un tour mondiale insieme e, là dove i Dillinger veleggiavano verso la gloria per diritto acquisito, i Botch si erano già sciolti per non tornare a suonare insieme mai più. Come Calculating Infinity, We Are the Romans è un meccanismo a orologeria; la differenza sta nell’arrivare a coglierne le chiavi di lettura. Qui è, letteralmente, impossibile: il suo segreto rimane indecifrabile, impenetrabile, del tutto immune a qualsiasi scadente tentativo di imitazione e col cazzo che ci arrivi a comprenderne anche solo una parte, al primo come al milionesimo ascolto è uguale.

Il disprezzo verso i propri simili e i meschini meccanismi mentali che governano le azioni di ognuno è il motore principale alla base dell’esistenza del gruppo, il motivo per cui il precedente American Nervoso si chiama così e suona in quel modo e contiene pezzi intitolati Dead for a minute, Rejection spoken softly o Spitting black; erano le prove generali. Qui, tutto si eleva a stato dell’arte. Esplode in faccia al primo secondo e tanti saluti a ogni appiglio conosciuto: non è hardcore, non è mathcore, non è l’allora già agonizzante metalcore (Rorschach, Integrity, Bloodlet, Shai Hulud, Earth Crisis – la roba che è venuta dopo con lo stesso nome non è nemmeno lo stesso sport) né alcuno degli strani beveroni ascrivibili a una qualche definizione composta con immancabile suffisso –core che stanno per invadere ogni pertugio dell’esistente; è tutto questo messo insieme e oltre, prima e meglio. Dove gli altri dischi – qualsiasi altro disco – avevano una struttura, qui salta tutto: niente strofe, nessun ritornello, la voce segue un tracciato imperscrutabile, tono e umore dalle parti degli orwelliani due minuti d’odio che qui diventano cinquantadue.

I testi, solo apparentemente un flusso di coscienza, in realtà l’esatto contrario: frasi che diventano sentenze lapidarie dove ogni parola è calibrata al millimetro, con precisione sovrumana, fino a rasentare (e spesso superare) il concetto di perfezione stilistica; a leggerli senza la musica sotto è ancora più facile vedere incarnarsi la grande letteratura americana, la vera poesia americana, e anche qui diventa una questione di appartenenza, di scelte, capire da quale parte della barricata sia giusto stare – nello specifico Wallace Stevens, il più grande di tutti, fanculo Walt Whitman. I titoli, ognuno un’opera d’arte/travaso di bile/scherno crudele di per sé, scandiscono i capitoli di un viaggio di formazione nella psiche che sa essere cruciale senza ostentare, suggerendo piuttosto, comune denominatore il fastidio a tutto campo: Ai nostri amici nel Grande Nord, Mondrian era un bugiardo, Transizioni da Persona a Oggetto (omaggio dichiarato a Ballard del terminale La Mostra delle Atrocità), C. Thomas Howell in ‘Soul Man’ – per chi ricorda, un atroce Q-movie in cui un bianco si finge nero per non pagare la retta ad Harvard – l’unico dissing di cui si conosce il destinatario (un gruppo hardcore con cui avevano scazzato per chissà quale motivo), Voglio essere un sex symbol alle mie condizioni.

A ogni step una visione più ampia e particolareggiata di un quadro generale che era, è e resta inimitato, irripetuto. Fino alla conclusione (che poi conclusione non è): Man the ramparts, ad oggi e per sempre il pezzo più epico, colossale, apocalittico di sempre, capace di ridurre in briciole letteralmente chiunque, dai Mastodon e risibili epigoni allora ai blocchi di partenza, ai Bathory di Hammerheart, ai Manowar dei dischi belli e via a scendere, fino a ridisegnare dalle origini il suono che, se state leggendo queste righe, è la colonna sonora della vostra vita come della mia. Chiude sul serio un “remix” di Thank God for the working bees del disco precedente, nella pratica uno sclero elettronico tra drum’n’bass e dark ambient con la presa a male che precede il burnout di un tecnico informatico con litri di caffè in circolo e centinaia di server in crash da ripristinare contemporaneamente: per restituirci al mondo più incasinati e disconnessi di prima, di nuovo al via nell’infinito numerato urlante tabellone dell’esistenza, ma questa volta con in tasca la carta per uscire di prigione. Funziona ogni volta che riparte il primo pezzo, l’unico problema è che finito il disco tutto torna come era prima. (Matteo Cortesi)

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