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HELMET – Seeing Eye Dog (Work Song)

1 dicembre 2010

Che Page Hamilton sia ancora in giro a suonare è sempre un bene a prescindere, non importa se riesumare il marchio HELMET si sia rivelata una scelta finora catastrofica sul piano delle nuove uscite: Size Matters e Monochrome, incisi e pubblicati uno dopo l’altro nell’arco di diciotto mesi, sono e restano dischi tra i più spaventosamente e irredimibilmente brutti che storia ricordi, ma proprio in senso assoluto, non soltanto se paragonati alla storia pregressa del gruppo. Della vecchia formazione schiacciasassi che lo accompagnava negli anni d’oro non è rimasto nessuno, al contrario, il viavai di braccia convulsivamente alternatesi dietro gli strumenti nell’ultimo lustro e qualcosa ha ben presto assunto i contorni della farsa involontaria (dai relitti metallari Frank Bello e John Tempesta a illustri sconosciuti come Jimmy Thompson e Jon Fuller a spaesati carneadi tipo Jeremy Chatelain e Mike Jost via un tira-e-molla con Chris Traynor durato quasi 15 anni). Eppure Page Hamilton forse più di ogni altro può rivendicare il suo ruolo di faro all’interno della scena NY noise, nonché di principale ariete di sfondamento nelle chart ufficiali un attimo prima dell’avvento dell’uragano grunge. Di più: la sua è una primogenitura che deve rivendicare, in tempi di memoria corta e conseguente parata inarrestabile di reunion dei peggiori, degli incapaci, degli improponibili. Il ritorno degli HELMET è un ritorno necessario nonostante i nuovi dischi e nonostante una line-up che pare assemblata estraendo a sorte e costantemente traballante quanto un tavolo a tre gambe: c’è bisogno dei vecchi pezzi e c’è bisogno che qualcuno continui a portarli in giro per le assi dei palchi più fetidi dei locali meno raccomandabili nel mondo, e non esiste nessuno che possa compiere questa missione a parte Page Hamilton. Lo si è visto praticamente in ogni data degli ultimi tour (come del resto è stato nel 1997, 96, 95…): ogni concerto è una tempesta, la sua chitarra sono il noise newyorkese, e ancora non è stato scritto un brano in grado di eguagliare in violenza pesantezza e cattiveria sprangate in faccia quali sono Repetition, Rude, Shirley MacLaine, Sinatra, In the Meantime, Bad Mood, Unsung e la lista potrebbe andare avanti elencando le scalette dei primi quattro album (più la raccolta Born Annoying) per intero. Ogni nuovo disco in questo senso è soltanto il prezzo da pagare per sapere Page Hamilton, che ha compiuto cinquant’anni lo scorso maggio ma è ancora e di gran lunga più in forma di tutti noi che scriviamo e voi che leggete, di nuovo sul palco. Seeing Eye Dog non costituisce eccezione: non arriva a raggiungere le brutture abissali di Size Matters e Monochrome ed è già un bel passo avanti, ma rimane una robetta assolutamente indegna del nome che porta, senza un pezzo che sia uno e con una produzione che gioca facile ricopiando con furore anastatico il suono delle vecchie cose. Ma senza i pezzi è come sparare alla luna. Con uno sforzo di indulgenza sovrumano e ignorando tutto quel che è successo musicalmente in America dall’89 al ’97 si può arrivare a salvare i riff circolari da carogna free jazz (quale Hamilton è sempre stato) della doppietta iniziale So LongSeeing Eye Dog, e l’incazzosa She’s Lost con strascicante coda finale “alla Unsane” (così come “alla Unsane” è la copertina del disco, una sorta di prologo di quanto accade in Visqueen); ma sono comunque numeri che ormai manco la più sfigata delle band di provincia al primo demo, karaoke puro e del più fiacco (c’è anche una cover dei Beatles di rara tristezza). Ma non importa: il tour è cominciato e presto gli HELMET saranno in Italia (il 3 dicembre a Ravenna e il 4 a Torino), e questo è tutto quel che conta.

5 commenti leave one →
  1. AndrewD permalink
    2 dicembre 2010 12:15

    Senza offese per il recensore ma è un invasato. 456 milioni di parole per dire che il disco è poco meglio di una merda e che dal vivo vale la pena vederli per i classici. Lo stesso ragionamento si può fare per Kiss, Metallica, Anthrax ed un’infinità a seguito. Anche io ho amato gli Helmet, ma cazzo questa recensione è proprio una boiata. Quando vi date questi toni da intellettuali della domenica siete insopportabili.

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