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HELMET / LOCAL H / MALCLANGO @ Traffic, Roma – 23.2.2017

28 febbraio 2017

helmet

È davvero impossibile non voler bene a Page Hamilton. La sua musica, la sua attitudine, la sua weltanschauung innovativa e abrasiva ci hanno troppo segnato in gioventù per poter nutrire nei suoi confronti qualcosa meno di un affetto quasi filiale. E pazienza se dall’ultima sua produzione discografica davvero degna di nota siano ormai trascorsi vent’anni. E pazienza pure se continua imperterrito a sporcare lo status leggendario del monicker Helmet immettendo sul mercato musica indegna di quel nome che tanto significa per molti di noi. Matteo Cortesi, che ha sempre ragione, ci aveva visto giusto già ai tempi di Seeing Eye Dog: l’uscita di un nuovo album degli Helmet serve essenzialmente a rimettere in moto la macchina concertistica e a riportare il nostro eroe sui palchi di mezzo mondo. Il resto conta poco.

Certo, bisogna ammettere che il neonato Dead To The World è una roba davvero ai limiti dell’ascoltabile e il primo impulso che ho entrando al Traffic è guardarmi intorno alla ricerca del faccione sorridente di Page, per andargli a chiedere con amorevole sofferenza: “Perché? Perché ci fai questo, fratello? Perché ci obblighi a volerti bene nonostante queste persistenti scatarrate sulla tua storia?”. Per fortuna la mia attenzione è subito sviata da un folto raggruppamento di pubblico assiepato intorno a tre ominidi con la testa scimmiesca che si dimenano in mezzo al locale. Sono i MalClango, formazione romana composta da membri di vari gruppi storici della Capitale (Juggernaut, Inferno, Donkey Breeder) sulla cui carica live si era già espresso entusiasticamente il Greco qualche mese fa.

La triade di primati suona in mezzo alla gente, doppio basso e batteria rivolta verso il palco allestito per i gruppi successivi. La bizzarra disposizione rende lo show ancor più selvaggio e fuori controllo, donandogli un tocco di imprevedibilità sanguigna e ancestrale. Il caso vuole che al culmine della danza tribale mi ritrovi accanto proprio il Greco, reduce da una poco fortunata gita allo Stadio Olimpico per assistere all’incolore (ma, per una volta, indolore) prestazione della sua squadra del cuore. Ci uniamo allo scapocciamento generale, bruscamente interrotto da uno dei roadie degli Helmet che dopo nemmeno mezzora fischia la fine del divertimento. Questa specie di coito interrotto determina il taglio brutale ultimi due pezzi in scaletta, nonostante le accorate proteste degli astanti. Poco male: con l’omonimo debutto discografico in uscita e una manciata di date già confermate all’orizzonte, dei MalClango sentiremo nuovamente parlare molto presto.

Occidentali's Karma To Burn

Occidentali’s Karma To Burn

Nel giro di una manciata di minuti i Local H prendono possesso del palco del Traffic e dei nostri timpani. Conoscevo il duo dell’Illinois giusto per un paio di hit uscite a fine millennio (Bound For The Floor e Fritz’s Corner), ma bastano poche note per capire che in questi anni mi sono davvero perso qualcosa. Scott Lucas, chitarrista, cantante e principale compositore del gruppo, affianca al mastodontico amplificatore già predisposto per Page Hamilton due altre bestiole non di poco conto e la mossa contribuisce ad alzare un bel po’ l’impatto sonoro complessivo. Ryan Harding, dietro le pelli dal 2013, pesta come un dannato e si diletta a poggiare sui piatti della batteria lattine di birra che vanno poi a innaffiare copiosamente il pubblico non appena il livello di violenza dell’esibizione aumenta. Le influenze della scuola noise rock di Chicago si sentono tutte, Shellac in primis, ma il tutto è filtrato da una vena squisitamente grunge che rende l’insieme maledettamente accattivante. L’oretta a loro disposizione scorre via molto veloce e i Local H si portano a casa la palma del miglior concerto di giornata. Anche perché gli Helmet, che li seguono a ruota, non sembrano essere nella loro giornata migliore.

Sarà che le ultime volte che li ho visti celebravano due capisaldi della nostra giovinezza (nel 2012 eseguirono per intero Meantime e nel 2014 riservarono lo stesso trattamento a Betty) e quindi l’aspetto emotivo fagocitava qualunque considerazione squisitamente tecnica. Sarà che a ‘sto giro la scaletta è un po’ troppo sbilanciata sui lavori post reunion e lo show ne risulta inevitabilmente penalizzato. Sarà che a vederli così, Page Hamilton alla destra del palco e tre anonimi giovanotti dall’altra parte, plasticamente distanti dal loro dominus, ho la sgradevole impressione di avere davanti una famigliola yankee in gita nel Vecchio Continente, con lo zio canuto che mostra ai nipotini i luoghi in cui faceva baldoria da ragazzo. Sostituire gente del calibro di Henry Bogdan e John Stanier non è solo un’impresa impossibile: è un delitto di lesa maestà.
Poi però ci sono i pezzi, e che pezzi. Se hai nel repertorio canzoni come Unsung, Bad Mood o Milquetoast, puoi pure farle suonare ai Modà ma difficilmente il risultato sarà diverso da un carnaio di pugni al cielo e gole raschiate che urlano quei versi immortali ammassandosi sotto il palco. Lo spettacolo decolla sul finale, quando vengono appunto sparate le cartucce migliori e anche i più attempati refrattari si gettano nella mischia.

Al termine, come di consueto, Page si ferma a firmare autografi, fare foto e scambiare due chiacchiere con chiunque gli capiti a tiro. Dedica tre minuti a tutti, con un’umiltà a tratti commuovente. Io mi metto in fila e, arrivato il mio turno, gli confesso per l’ennesima volta la mia incondizionata ammirazione. Lui mi abbraccia e mi ringrazia, come se fossi io quello che ha suonato, ha sudato e si è sbattuto sul palco per quasi due ore. Sì, è davvero impossibile non volergli bene.

3 commenti leave one →
  1. Luca permalink
    28 febbraio 2017 12:55

    Non conoscevo i Local H. E… fermi tutti. Oh, non è che sta per tornare il grunge, vero? No, ditemelo che emigro su Saturno. Due volte in una vita sarebbe troppo.

    Mi piace

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