Avere vent’anni: IN FLAMES – Clayman

Recentemente ha fatto molto clamore la notizia che gli In Flames risuoneranno alcuni pezzi del presente Clayman a vent’anni esatti di distanza. Operazioni del genere, purtroppo, sono sempre più frequenti e in certi casi la questione tende pericolosamente a sfiorare la blasfemia: ricordo, tra i primi esempi che mi vengono in mente, l’abominevole Still Hungry dei Twisted Sister e il vergognoso Stormblast MMV dei Dimmu Borgir, operazioni che gridano vendetta al cospetto di Baal. D’altro canto, pur sforzandomi, mi viene in mente un solo caso in cui il rifacimento di sé stessi ha avuto un senso, e cioè The Savage Poetry degli Edguy, di cui abbiamo parlato proprio il mese scorso. La differenza vera con i vari Stormblast, Stay Hungry e compagnia è che Clayman era già un dischettino stupido in primo luogo, e quindi riregistrarne alcuni pezzi non è per niente un atto blasfemo, ma solo un’inutile perdita di tempo.

Già, perché Clayman è la vera anticamera a quello che succederà dopo, con l’uscita di Reroute to Remain e la trasformazione degli In Flames in un gruppo di fighettini con le Adidas. Non lo riascoltavo per intero da vent’anni ed è esattamente come me lo ricordassi: un mappazzone indigesto e stucchevole, che ti dà le stesse identiche sensazioni di cinque Big Mac mangiati di fila con contorno di patatine fritte e Coca-Cola: i primi bocconi (Bullet Ride, Pinball Map) sono anche buoni, o meglio senti che c’è qualcosa di sbagliato ma comunque in qualche modo li percepisci come appetitosi. Dopodiché continui a mandare giù roba finché ti si crea un impasto di schifo nello stomaco che non sale né su né giù, e ti maledici perché non hai preferito farti un’onesta spaghettata aglio olio e peperoncino, o riascoltare per la millesima volta Whoracle.

In Clayman c’è qualcosa di intimamente sbagliato che non sono mai riuscito a definire con precisione. Di sicuro la produzione, che fa schifo, con quei suoni plasticosi, finti, sovraccarichi e che rendono tutto un pastone informe che penalizza le chitarre, vere protagoniste degli In Flames sin da quando Jesper Stromblad li fondò nel 1990 col preciso intento di suonare i riff degli Iron Maiden su una base di death svedese; la cosa grottesca è quindi che Clayman è un disco di chitarre, basato su un continuo rifferama, in cui le chitarre sono però penalizzate. Poi la batteria, perché Daniel Svensson è stata una scelta sbagliatissima per sostituire Gelotte. Ma in cima a tutto direi la voce strozzata di Anders Friden, uno che nella vita tutto doveva fare meno che il cantante. Clayman inaugura la grande stagione della voce di merda negli In Flames, perché prima era solo una voce standard. Avete presente i maialini che scappano quando stanno per essere sgozzati e strillano disperatamente UIIII UIIII UIIII? Questa è la voce di Anders Friden a partire da Clayman, e aggiungiamoci anche quelle stucchevoli partiture sussurrate che non servono a niente se non a far perdere la pazienza a me e far rifiatare lui durante i concerti.

Ma, ancora di più, Clayman è il primo disco in cui gli In Flames si affannano a fare qualcosa di diverso, a prescindere dal risultato, come se volessero sfondare a tutti i costi. E allora ecco il look da scan-rockers come andava a quei tempi, i giubbottini di jeans, i cappellini, le camicione a quadri, le barbe, le Vans, l’atteggiamento da garage band dei poveri, la disperata ricerca di voler essere i fratellini metallici degli Hellacopters e di essere chiamati ai festival alternativi. Il tutto con quella voce del cazzo che strilla di continuo, la produzione ovattata e tutto ciò che aveva reso gli In Flames un gruppo enorme buttato nel cesso. Clayman mi fece salire un nervoso che non avete idea. Delle tredici canzoni presenti salvo solo le prime due e l’eponima (che fatta salva la produzione, la voce etc. sono effettivamente molto carine), oltre a qualche pezzettino sparso qui e lì, perché comunque Jesper Stromblad era un prodigio del riff maideniano e questa cosa non poteva scomparire da un momento all’altro. Per cui che lo risuonassero pure tutto, non frega un cazzo a me e in un mondo perfetto non dovrebbe fregare un cazzo a nessun altro. (barg)

9 commenti

  • Beh, l’hai presa bene.
    Per me rimane un buon disco, ma che non necessitava di una nuova “riedizione aggiornata”. Sono pure operazioni che capisco poco, con la caduta libera del disco fisico, ma pace.
    Faccio pure coming out: a me alcune cose dei “nuovi” In Flames piacciono.

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  • all’epoca non andai matto per Clayman, come dici te ci sono alcune tracce cazzute, ma non mi pigliava più di tanto. Invece, con il tempo sono andato a rivalutarlo, è qualcosa di diverso, per niente superiore a The Jester Race o Whoracle, però ti prende bene. Le canzoni, a parte un paio di filler, sono buone ed il disco scorre piuttosto bene, anche se personalmente preferisco di gran lunga “Reroute To Remain”, che da quanto leggo schifi alla grande. D’altronde, io fino a “Sense Of Purpose” mi prendo tutto di loro, poi sono effettivamente diventati indifendibili…

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  • Non avevano fatto un’operazione simile anche i Manowar con Battle Hymns?

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  • A me Clayman piace un botto e sto rifacimento mi sta facendo salire il porco più di tutte le ultime merde messe insieme

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  • Concordo sulla voce di merda di Friden, che a me è sempre parso Paperino che si incazza mentre cercano di ficcargli un bastone ricurvo su per il culo. Il disco è una ruffianata che si fa anche ascoltare a tratti, ma in vent’anni non credo che mi sia mai venuta voglia di risentirlo sul serio, e immagino così sarà per i prossimi venti. Diciamo che l’ultima cosa almeno passabile che abbiano pubblicato.
    Ebbi poi la sfortuna di sentire il successivo Reroute to sto cazzo e da lì me ne sono rimasto ben alla larga da sta manica di pezzenti qua.

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  • Hai un po’esagerato su clayman. Sono un fan dei primi in flames, ma da clayman in poi non è uno schifo anzi. Gli in flames hanno classe ed hanno cercato di cambiare (per fortuna)

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  • Disco mai capito, né carne né pesce. Preferisco i tre successivi. I precedenti ovviamente non li cito neanche

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