Dalla Svezia con clangore: AMBUSH – Infidel

Il problema dell’ultimo degli Enforcer non è l’ammorbidimento. Anzi, come aveva giustamente sottolineato il Carrozzi, Zenith era pure uno snodo logico nella parabola evolutiva di una band che si ispirava alle vecchie glorie degli anni ’80. Il problema è che quel disco non era ‘sto granché. Agli svedesi va comunque il merito di aver dato la stura in patria a un piccolo movimento speed metal passatista che ha prodotto qualche discreta banda.

Numerosi gli epigoni con i quali possiamo consolarci, quindi: dagli Screamer (che mi fecero una buona impressione di spalla ai Satan), ai Katana (che prendono il nome proprio da un pezzo degli Enforcer), dagli Air Raid ai concittadini e compagni d’etichetta (la sempre ottima High Roller) Ambush. Infidel è il loro terzo disco e segue di cinque anni il precedente Desecrator. Un lustro nel quale il gruppo di Växjö è riuscito a fare pace con quello che era stato, allo stesso tempo, il suo tallone d’Achille e la caratteristica che lo rendeva interessante, ovvero il pescare da più generi classici e non necessariamente conciliabili: il thrash e lo speed metal da una parte, l’hair metal e il vecchio hard rock dall’altra. Componenti che sono ora amalgamate come si deve in un sound molto più compatto e coerente, che ha smussato le asperità e gli estremi residui. La vena street/glam, per esempio, si è ulteriormente assottigliata ma resiste ringalluzzita da un’iniezione supplementare di testosterone.

La prima cosa che salta all’orecchio è l’impressionante maturazione del cantante Oskar Jakobsson. I suoi compagni vanno al sodo il più possibile e spetta a lui guidare i giochi, senza mai strafare. Sentitevi il singolone Hellbiter. L’ho sottoposto a Piero e lui ha sentenziato che gli sono venuti in mente i vecchi Dokken. Non è affatto un riferimento peregrino, così come non lo sarebbero, sentendo certi riff scarni e serrati, i vecchi Triumph.

L’impianto delle chitarre, nel complesso, è ancora più priestiano del solito ma l’approccio, complice una produzione piuttosto moderna, non è quello del vecchio nostalgico scoreggione ma quello del giovane che è arrivato ai mostri sacri passando per gli Hammerfall (Leave Them to Die) e il power anni ’90 con la cassa dritta (The Demon Within, la notevolissima The Iron Helm of War), seppure con qualche assolo neoclassico in meno e qualche coro cafone in più. Infidel sembra quindi fatto per piacere a tutti, dal ragazzino che ha scoperto i Judas Priest con Firepower al reduce che si divertirà a scoprire gli innocenti furtarelli ai danni dei suddetti mostri sacri. E mi sa proprio che ci riuscirà.

A Silent Killer parla di tutt’altro ma, fossi negli Ambush, proverei a spacciarla come instant song sul coronavirus. Se gli Axxis (già, sono tornati anche loro) ci hanno appena fatto sopra un Ep, magari a livello di marketing è una cosa che funziona. (Ciccio Russo)

One comment

  • Secondo me Zenith contiene dei pezzi clamorosi come “one thousand years of darkness” e “forever we worship the dark”. Comunque io piango con “regrets” quindi magari non faccio testo…

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