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Satan / Screamer / Ram @Traffic, Roma, 24.02.2018

26 febbraio 2019

Sono tante le band che, non avendo raccolto in gioventù quanto sapevano di meritere, sono tornate in campo intorno ai cinquant’anni – quando i bilanci della propria vita si tracciano con il tristo mietitore che inizia ad affilare la falce –  per cercare di riprendersi quello che ritenevano loro. Alcune volte si tratta di musicisti che avevano effettivamente ancora parecchio da dire e non ci sono riusciti, a causa del destino cinico e baro o di scelte maldestre, sia creative che di carriera. Ed è decisamente il caso dei Satan, leggenda della Nwobhm che, subito dopo essersi accaparrata prima degli altri uno dei moniker più icastici della piazza e registrare un classico immortale del genere come Court in the Act, classe 1983, decise di mutare cantante (nel frattempo quello originale, Brian Ross, era passato ai Blitzkrieg, nei quali milita ancora) e ragione sociale in Blind Fury, incidendo nel 1985 il pur ottimo Out of Reach. Il motivo ufficiale del cambio di nome fu, se non erro, il non voler essere confusi con Venom e compagnia. Ma ormai il pubblico li conosceva come Satan e Court in the Act, con quelle ritmiche tonanti ai limiti del thrash, era passato subito agli annali come una pietra miliare. Per cui, due anni dopo, arriva il ripensamento. Esce Suspended Sentence, con dietro il microfono un tizio che si chiamava, ehm, Michael Jackson. Il disco non è male ma non riscuote il successo del precedente. Arriva quindi un nuovo cambio di moniker. È il momento dei Pariah, autori di uno speed/thrash niente male. La formazione è la stessa, Michael Jackson incluso. Tre Lp e poi l’oblio.

Nel 2011 arriva la reunion a nome Satan e torna Brian Ross. La line-up è la stessa di Court in the Act. L’idea è fare qualche data in giro per i festival ma, come accade spesso, da cosa nasce cosa e nel 2013 esce un nuovo disco a nome Satan, Life Sentence, un ritorno col botto che riprende il discorso dove era stato lasciato vent’anni prima con una cazzimma e una convinzione che non si aspettava nessuno. I vecchi leoni mordono ancora, i pezzi sono uno più bello dell’altro e i lavori successivi, Atom by Atom del 2015 e l’ancora migliore Cruel Magic, che ho colpevolmente tralasciato di recensire lo scorso anno, dimostrano che lo stato di salute creativa degli inglesi rimane eccellente. Perdersi la data romana del loro tour europeo era quindi fuori questione.

L’apertura è affidata a due gruppi svedesi: i RAM, che non arrivo in tempo per gustarmi (ma il Masticatore, che da vero Manowar è andato e venuto con la macchina dalla sua nuova residenza perugina, mi assicura che hanno spaccato), e gli SCREAMER, che non conoscevo affatto e mi sono piaciuti tantissimo. Heavy metal incontaminato e revivalista, tra nostalgie priestiane e un vigore che guarda al power thrash americano. Se avete presente i conterranei Enforcer, siamo più o meno da quelle parti. Quel genere di musica che, un po’ come la pasta al forno, non si capisce come possa non piacere, suonata con grinta adrenalinica e piglio aggressivo. E infatti i presenti, ancora in numero moderato, rispondono come si deve, scapocciando e intonando i ritornelli che il cantante Andreas Wikstrom, dotato di una carismatica panza da birra che quasi rivaleggia con quella ancor più importante di Ross, ci insegna sul momento. Non ho ancora preso una birra e vorrei provvedere ma resto inchiodato sul posto.

Durante il cambio palco, mi fumo una sigaretta con il Masticatore che mi aggiorna sulle sue nuove avventure in terra umbra e sulla shitstorm che ha da poco investito su 4chan il malcapitato Ron Perlman. Dopodiché prendiamo un po’ in giro El Greco che liscerà clamorosamente il concerto dei Colle der Fomento perché per lo stesso giorno gli hanno regalato un biglietto per Antonello Venditti. Ma, mentre cazzeggiamo amabilmente, si odono provenire dalla sala le note dell’intro. È il momento di rientrare e farsi travolgere dalla doppietta d’apertura costituita da Trial by Fire e Blades of Steel, i due brani iniziali di Court in the Act. Qualche problemino per il bassista Graeme English, il cui approccio tutt’altro che da “terza chitarra” è tra i segni distintivi del suono del quintetto di Newcastle, ma viene subito risolto e dalla terza traccia, The Doomsday Clock, dall’ultimo lavoro in studio, procederà tutto alla perfezione.

I brani nuovi non sfigurano per nulla accanto ai vecchi classici e la bellissima 2025 ribadisce il concetto subito dopo. Si tratta di una canzone ispirata ai viaggi nel tempo e Brian ne approfitta per esprimere tutta la sua passione per il Doctor Who e tutto il suo disappunto per la scelta di affidare, nell’ultima serie, il ruolo a una donna. Momento di altissimo nerdismo. “Non è che sono sessista, credo nelle pari opportunità, ma quella non è il Doctor Who, è come se James Bond si presentasse dicendo: salve, sono Jane Bond“, dice. Non possiamo che sottoscrivere, ultimamente si sta un po’ esagerando su questo fronte. Accorgendosi che, a differenza di quanto poteva accadere negli anni ’80, il pubblico italiano odierno capisce abbastanza l’inglese, il cantante ci regala qualche altro aneddoto. Scopriamo così che, per qualche bizzarro motivo, la successiva The Devil’s Infantry gli è costata delle minacce di morte. Forse c’entrano i soliti cristiani fondamentalisti, dato che già il moniker non aiuta, ma lo stesso Ross specifica di essere cristiano lui stesso (sua moglie invece, ci spiega, è una sacerdotessa Wicca che ha ispirato il titolo dell’ultimo album). Insieme a The Fall of Persephone, è uno dei due soli estratti da Atom by Atom, segno che la band stessa è conscia si tratti del disco meno interessante della reunion. Nessun pezzo, invece, da Suspended Sentence, dove, del resto, Brian non c’era.

La prestazione del gruppo è energica e professionale, da veterani collaudati che ritrovano l’entusiasmo giovanile complici i lunghi anni lontani dai palchi. È l’ultima data del tour, e si vede che si sono divertiti e avrebbero avuto voglia di stare in giro un altro po’. In chiusura vengono recuperate due chicche per intenditori: Heads Will Roll Kiss of Death, che componevano i due lati del 7 pollici dell’82. Veniamo congedati con la cupa e orrorifica Alone in the Dock, che Brian ci spiega essere il suo brano preferito. Speriamo di ribeccarli presto. (Ciccio Russo)

Scaletta:

Intro/ Trial by Fire
Blades of Steel
The Doomsday Clock
2025
The Devil’s Infantry
Into the Mouth of Eternity
Break Free
Ophidian
Siege Mentality
Cruel Magic
Incantations
Legions Hellbound
The Fall of Persephone
Testimony

Heads Will Roll
Kiss of Death
Alone in the Dock

2 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    28 febbraio 2019 10:10

    bellissimo, peccato non aver presenziato! Ora però vogliamo il report di Greco su Venditti

    Piace a 1 persona

    • El Greco permalink
      1 marzo 2019 10:53

      tocca stare attenti però che i nostri lettori più TRVE poi provano INDINNIAZIONE

      Mi piace

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