Loro cancellano ma noi riscriviamo da capo: COLLE DER FOMENTO – Adversus


Dieci anni sono un sacco di tempo, si fanno bilanci, si riflette sul passato e i mutamenti intercorsi. È un periodo di tempo in cui cambia quello che facciamo, quello che ci piace, cambiano le persone che abbiamo intorno e ovviamente cambiamo anche noi. Cambia tutto. Dieci anni (undici, in realtà) è pure quanto ci ha messo il Colle a far uscire un disco nuovo. Ed è proprio quest’idea del tempo che passa inesorabile, incurante di attese, progetti, aspettative e illusioni ad essere il tema centrale attorno a cui gira tutto il disco.

Adversus è un album di una profondità inconcepibile per il genere, ha una marea di cose da dire e lo fa con una sincerità disarmante. Se il suono è decisamente old school, le tematiche lo pongono in un certo senso all’avanguardia in quanto tra i pochi esempi di cose scritte da gente ormai adulta, perché di quella generazione in giro sono rimasti in pochi e non per tutti è facile uscire dal personaggio. Ma se il rap per definizione deve essere il racconto del reale allora Adversus è esattamente quello che dovrebbe essere: un album fatto da gente di quarant’anni che parla e pensa come le persone di quell’età. Fare i pistoleri tra i palazzi è una roba che si può lasciare tranquillamente ad altri.

C’è continuità ma anche mutazione: il rap nella narrazione del Colle è da sempre elemento di difesa: paracadute, corazza, metallica armatura solida e oggi prende le sembianze di una mempo giapponese. Però attenzione che nella foto interna la maschera da guerra finisce in pezzi. Un dettaglio che rivela aspetti profondi e che per la seconda volta mi porta a fare paralleli scomodi con alcuni intoccabili del punk hardcore americano. La maschera in frantumi mi ha fatto pensare alle note interne di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü, quelle di “Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror”. Quelle che iniziavano con “Sometimes you feel…” e finivano con i ricordi di un bambino perso nella neve.

Adversus è un bagno di consapevolezza, è una secchiata d’acqua fredda. È l’immagine riflessa nello specchio che rende palese l’ovvio e mostra senza filtri i segni del tempo. E’ un brusco risveglio che con la sua brutalità ci aiuta a comprendere che l’unica guerra che ha senso è cercare di preservare la parte migliore di noi stessi e di quello che amiamo. Perché l’omologazione è un processo subdolo e silenzioso. Fin troppo spesso ci troviamo ad inseguire battaglie ridicole, tempo e nervi spesi alla ricerca dall’aumento e del riconoscimento, della pacca sulla spalla e del voto in pagella. Perché la resa è anche giocare ad un gioco che non ti interessa solo perché è quello che fanno tutti gli altri. Ricordarselo ogni tanto può divenire motivo di ispirazione per chi ascolta con le orecchie giuste.

Che cosa hai fatto per tutto questo tempo?

Il Colle Der Fomento 2018 è un film senza effetti speciali, niente slogan, ospitate al microfono limitate (solo Kaos, il più fedele dei compagni) e i riferimenti diretti all’attualità che arrivano solo di striscio. Lo sguardo è rivolto verso l’interno e anche Roma stessa è solo in sottofondo. DJ Craim cuce un tessuto sonoro di umori diversi ed eleganza suprema, cito a caso Penso Diverso (pezzone assoluto) dove la base possiede una ricchezza tale da richiamare addirittura echi di psych 70 oppure il beat pachidermico di Mempo che pare roba uscita da Muggs (detonatore garantito nelle piazze d’Italia da qui a poco).

In tutto questo ovviamente Danno e Masito non dimenticano di rispondere alla domanda di Fat Moe, ci raccontano che in tutto questo tempo non sono andati a letto presto e reclamano il proprio posto in una scena che oggi è florida quanto ridicola. E se qualche sassolino dalla scarpa tocca pure toglierselo, sembra più che altro un generico riferimento ai frati trappisti vari o a tutti quelli che ancora vanno in giro sventolando i soldi del Monopoli. In un contesto in cui tutti fanno a gara a chi piscia più lontano loro non si vergognano a mostrare sconfitte e cicatrici. In quest’ottica l’affermazione di se stessi, la devozione profonda a quello che hanno creato e il preservarla dalle cazzate divengono la stessa cosa. Lo spazio da difendere non è un’esibizione di testosterone quanto una questione di sopravvivenza mentale. Ma quello che resta dentro più di ogni altra cosa sono i momenti più intimi, un’elegia del ricordo che parla per immagini evocative e in esse trova il coraggio di esibire la propria fragilità (vari i riferimenti più o meno espliciti alla vicenda di Primo Brown al quale le rime dedicate sembrano voler riservare un ultimo ulteriore abbraccio, quello più stretto e con gli occhi gonfi di lacrime).

Partendo dal personale, Adversus racconta il viaggio che facciamo tutti; è stato un piacere e un privilegio farne un pezzo insieme. (Stefano Greco)

3 commenti

  • grandi “Colle”! qualcuno ha detto che l’ eredita’ del punk l’ aveva presa l’ hip hop e sono in parte d’ accordo.

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  • Capitan Impallo

    Album indescrivibile, un giorno lo valuteremo probabilmente come una pietra miliare.

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  • sergente kabukiman

    Conosciuti mentre giravo per le periferie di Roma in macchina con un mio amico(battesimo migliore non avrei potuto averlo), non sono molto dentro al genere ma questo disco è splendido, crudo e VERO come dovrebbe essere. Grandissimo gruppo e grandissima recensione.

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