Thorsten il grassone, una saga viking metal – terza parte

PRIMA PARTESECONDA PARTE

Thorsten, quando aprì gli occhi, aveva solo dei vaghissimi flash dei recenti accadimenti. Ricordava l’acqua, tanta acqua che lo sbatteva di qua e di là, poi delle mani di donna che spuntavano all’improvviso a liberarlo dalle catene che lo imprigionavano, una luce, e poi… e poi niente.

Vabbè, ma in fondo che gli importava del passato?

Adesso era spaparanzato in un bellissimo letto a due piazze, che galleggiava in un laghetto, situato in una valle tutta fatta a buchi (un laghetto per buco), circondato da giovani e sorridenti sirene – coi capelli azzurri e la pelle candida – che trasportavano dei vassoi traboccanti mele, pere, polli arrosto, patate bollite e molto altro ancora.

Beato lui!

Thorsten era estasiato: divorava con la bocca ogni portata, e con gli occhi ogni graziosa pesciolina che si avvicinava. Mangiò, mangiò, mangiò finché non si dovette alzare per fare i suoi bisognini.

Delle sirene servizievoli si fecero subito avanti: lo sollevarono e lo portarono ad un Sebbark; un gabinetto mobile, chissà, forse lontano parente dei moderni Sebach. Thorsten entrò, si avvicinò al buco situato al centro del gabinetto e cominciò una cacata che durò… circa sette ore.

Alla fine di quella estenuante “maratona”, si diede una pulita molto sbrigativa, si tirò su i pantaloni e uscì: era buio pesto, e le sirene si erano addormentate, immerse per metà nei vari laghetti disseminati qua e là.

Throsten, che aveva preso lezioni di nuoto quando era piccolo, si tuffò e, a goffe bracciate, cominciò a nuotare in direzione del letto a due piazze di prima. Poi, puntuali come un orologio, tornarono i morsi della fame.

Uhmmm, se solo potessi mangiare un bel budino al lardo, oh sì, quelli nei barattolini che mi regalava la mia nonnina il giorno di Santo Fenrir!” – pensò il grasso vichingo.

Si guardò un po’ intorno: galleggiante in un laghetto non troppo distante, c’era una casina in legno, che aveva tutta l’aria di essere una dispensa. Anche perché c’era scritto, pure bello grande.

Thorsten, con aria furtiva, nuotò silenziosamente verso quella casina. La porta era accostata. Entrò. Le pareti erano fatte di scaffali pieni zeppi di barattolini, tutti uguali.

Thorsten ne prese uno e, senza pensarci due volte, si cacciò il contenuto tutto in bocca.

Ahhhhh, ma che schifo è!?” – gridò il nostro eroe, accasciandosi al suolo e stringendosi la gola, come fa un avvelenato.

All’improvviso, una risata stridula e lo sbattere della porticina della dispensa alle sue spalle lo fecero trasalire. Thorsten si ricordò di una leggenda, riferitagli da una vecchia ubriacona a Krtt, che parlava di sirene dai gusti alimentari un po’ particolari, e che erano solite cantare una filastrocca: “Fatti mandare da Thor, a prendere il sidro!”.

Sì, quella che Thorsten aveva appena mandato giù tutta d’un fiato era cacca umana, e – chissà – forse proprio la sua di quel pomeriggio.

Non fece in tempo a riprendersi dallo spavento e dallo schifo che una sirena sbucò da sotto il pavimento – rompendolo – e gli si parò davanti:

È un vero peccato, Thorsten, potevi diventare il nostro cliente preferito.  Tutta quella cacca, sei un vero portento. Ma ora hai scoperto il nostro segreto, e con esso dovrai morire! Muahahahha!

FINE TERZA PARTE

(Gabriele Traversa)

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