Thorsten il grassone, una saga viking metal – prima parte

Chi si è mangiato il mio maialetto?
Chi ha rubato le mie scorte di pane dalla dispensa?”
Chi si è spolpato gli arrosticini?
Perché i Queen piacciono a tutti?”
Dov’è sparito il mio tritacarne?”;
Ma… ma la mia torta di lardo?”

Nel villaggio vichingo di Krtt, tanti erano gli interrogativi, ma la risposta era sempre la stessa: “Thorsten il grassone, è stato Thorsten il grassone!”.

Già, Thorsten. Ma Thorsten non era solo un grassone (e un mangione): era un gran maleducato, un gran ladro e un gran furbone.

Cercava sempre di farsi ben volere dagli altri abitanti del villaggio, coi suoi modi apparentemente innocui e gentili; conquistava la loro fiducia, si faceva ospitare e, quando nessuno se lo aspettava, rubava le scorte dalla dispensa, mangiava e sputava pezzi di cibo ovunque, cacava in salotto e, per festeggiare la riuscita della sua impresa, sghignazzava e scorreggiava all’unisono, mentre se la dava a gambe per le brulle strade del villaggio.

Thorsten era proprio un vichingo burlone e con il cervello e l’animo di un cucciolo di pochi mesi; non lo faceva apposta, era proprio così di suo. Non ne voleva proprio sapere di imparare le buone maniere, e l’astio nei suoi confronti cresceva.

Scusate, non lo farò più” – faceva puntualmente Thorsten, con aria da grasso cane bastonato, quando un abitante del villaggio, più incazzoso della media, lo minacciava con l’ascia bipenne. Ma poi, una volta ricevuto il perdono, passava ad un altro vicino, e la giostra ricominciava.

Ma, con sommo dolore del nostro protagonista, i confini del villaggio erano quelli, e i cittadini non si moltiplicano come le teste dell’Idra; perciò, presto, Thorsten si ritrovò senza niente da mangiare e senza vicini da depredare.

In più si era attirato le antipatie di tutti, e cominciò a soffrire, oltre alla fame, anche la solitudine (senza contare che la sua casa era una grotta buia e isolata alle porte del villaggio, a cui nessuno si avvicinava mai, nemmeno i giocatori di ruolo, per paura di contrarre antiche malattie debellate da tempo).

Quando Thorsten si accorse che la sua pancia stava diminuendo (seppur di qualche millimetro) e che aveva cominciato, per la tristezza e la solitudine, ad ascoltare le musiche di alcuni tristi menestrelli col ciuffo calato sul viso, decise che era il momento di andarsene: radunò i pochi avanzi che gli erano rimasti in un fazzoletto, scatarrò sullo zerbino della grotta in segno di addio, e partì, per chissà dove.

Cammina e cammina, incontrò, lungo un sentiero di montagna, un venditore ambulante di salsicce. Era un folletto con l’aria allegra, mingherlino e alto come una cacata di cavallo.

Thorsten, alla vista di quel profumoso ben di Dio, si arrestò, con gli occhi che brillavano e la bocca che cominciava a salivare copiosamente.

Il folletto dall’aria allegra se ne accorse, e, forse pensando che quell’omone simile a un orco ce l’avesse con lui, prima si rabbuiò e poi scappò, saltando di albero in albero, lasciandosi dietro la brace accesa, con tante succose salsicce a rosolare in bella vista.

A Thorsten sembrò di avere la felicità eterna davanti agli occhi. E in più, stavolta, non doveva nemmeno rubare.

Si stava avvicinando alla griglia fumante e profumata quando una freccia nera, proveniente dalla boscaglia, gli sibilò di fianco, andando a conficcarsi dritta dritta in una delle salsicce. La freccia teneva sulla punta una pergamena, con su scritto un curioso messaggio: “La carne rossa: poca e massimo una volta a settimana. Astenersi assolutamente obesi e diabetici. Firmato: Collettivo Elfi Nutrizionisti Militanti

No, non era per Thorsten se il folletto se l’era data a gambe.

Il grasso vichingo si voltò a destra e sinistra, spaventato, senza capire. Poi un colpo, secco, alla nuca. Una bastonata… e tutto fu buio. (Gabriele Traversa)

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