Reinventing the Steel, ovvero il grugnito del maiale morente

Per ogni disco di questa rubrica, sia che ne parli io che qualcun altro, solitamente cerco di fare mente locale, una sorta di tuffo nel passato, per cercare di ricordare il contesto in cui uscì e, soprattutto, cosa facevo io in quel periodo. Alcuni, per tanti motivi, non mi ricordavano assolutamente niente, altri poco, altri molto: Reinventing the Steel rientra di sicuro tra questi ultimi (più o meno).

Ero un giovanotto abbastanza spensierato ai tempi e proprio in occasione dell’uscita di quest’album feci una mezza “figura di merda”. Con degli amici, discutendo, io insistevo sul fatto che sarebbe uscito in estate o addirittura dopo, mentre loro mi rispondevano che non solo fosse già uscito, ma che addirittura facesse bella mostra di sé nella vetrina principale di uno dei negozi di dischi della zona (che tra l’altro oggi non esiste più ed il titolare è anche morto di infarto recentemente) da noi frequentato. Avevano ragione loro. Non so perché, ma  ai tempi mi sembrava che i Pantera non tirassero fuori un album da una vita, nonostante il predecessore risalisse soltanto a quattro anni prima. Lo comprò un amico, non ricordo nemmeno chi, di sicuro qualche stronzo perso nei meandri del tempo che scorre velocissimo e spietato, e me lo feci doppiare su cassetta (gli ultimi vagiti di quel supporto, ormai stramorto e sepolto da secoli). Lo ascoltai abbastanza. Mi fece un po’ cacare all’inizio, ma col tempo me lo feci piacere. Ha due o tre pezzi carini, tipo, ma nel complesso era un mezza porcheria. Ci stava tutto: i Pantera erano finiti e tre anni dopo di sarebbero sciolti.

In quel periodo, ogni sabato, credo intorno alle due del pomeriggio, su Italia Uno andava in onda una trasmissione musicale condotta dalla Casalegno. Non ricordo il nome del programma, ma era ovviamente un’immonda cacata. Lo guardavo perché in sostanza coincideva con l’orario del mio pranzo e poi la Casalegno era una stangona mica da ridere. Il format era più o meno questo (vado a memoria e sono passati vent’anni, quindi potrei anche scrivere qualche puttanata): top dieci dei singoli e/o LP più venduti in Italia durante quella settimana, chiaramente presentati dalla signorina di cui sopra. Si partiva dagli ultimi e si saliva. Spesso davano anche un video di quelli più alti classifica, ma la regola non era fissa: a volte, ad esempio, davano, cazzo ne so, il video del nono classificato e non del quinto, mentre per i primi tre i video erano praticamente una prassi. Reinventing The Steel partì dall’ultima posizione e, settimana dopo settimana, senza mai uscire dalla classifica, arrivò tipo alla seconda, ma non mandarono mai il video del singolo (Revolution is my Name). Nemmeno una volta. Proprio in questo momento sto sentendo in ordine casuale qualche pezzo di questo disco, cosa che non rifacevo praticamente da vent’anni. Che dire? Fa un po’ ridere, ma anche pena. Più che il classico canto del cigno, fu il grugnito del maiale morente.

Non fu un buon anno per il metal, quello, ma io recuperavo quintali di roba ottantiana in quei periodi, quindi non me ne fregava un cazzo. Non sapevo che il peggio doveva anche venire, sia musicalmente che non, né avrei mai immaginato che vent’anni dopo ne avrei scritto “su internet” in un contesto surreale da film americano anni ottanta: nel bel mezzo di una cazzo di pandemia mondiale, in una situazione economica che si prospetta a dir poco catastrofica, segregato in casa e con una masnada di pensieri in testa che mi fanno dormire tre ore a notte nella migliore delle ipotesi. Che ne sarà di noi, cari fratelli e sorelle della medalz? Forse ci rivedremo tra vent’anni o forse no. Voi comunque cercate almeno di morire in piedi. ‘Sto Reinventing the Steel comunque faceva schizzare diarrea dal naso. Guardia alta e spalle contro il muro. (Il Messicano)

One comment

  • Benvenuto nel club, per definire l’ insonnia ascoltatevi il monologo di Titta Di Girolamo. A proposito io i Pantera non li discuto li amo ( dopo questa minchiata finalmente prenderò sonno).

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