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Avere vent’anni: CONTROL DENIED – The Fragile Art of Existence

20 novembre 2019

Dopo l’uscita di Symbolic, il tour annesso, il licenziamento di tutti i musicisti della formazione numero infinito, Chuck Schuldiner ha sciolto i Death per qualche tempo; l’idea era concentrare gli sforzi in un nuovo progetto di heavy metal classico dal nome Control Denied, inseguendo il sogno lasciato per troppo tempo nel cassetto di reclutare Ronnie James Dio alla voce. Non so perché né quando abbia cambiato idea ma nel 1998, come se nulla fosse successo, esce un altro disco dei Death, The Sound of Perseverance, accolto da una quantità di recensioni adoranti come mai prima, vendite inversamente proporzionali ai magri incassi totalizzati da tutti i precedenti, Schuldiner assurto a santità dopo un live al Dynamo Festival che pareva l’equivalente di Jimi Hendrix a Woodstock dalle parole di chi c’era (io non c’ero).

La macchina era tornata a pieno regime, fino al fulmine a ciel sereno nell’estate 1999: un comunicato stampa emanato chissà quanti mesi prima, arrivato in differita con la snervante lentezza della trasmissione dati pre-Internet, rivela il tumore al cervello in stadio già avanzato che lo sta mangiando vivo. Nei semestri successivi, il web ormai sul pezzo, aggiornamenti sempre più tempestivi sullo stato di salute dell’uomo, sempre più angosciosi: i cicli di radioterapia, nessuna copertura sanitaria, le decine di migliaia di dollari necessari per la rimozione chirurgica che la famiglia Schuldiner non ha e nessuna etichetta-datore di lavoro è tenuta per legge a coprire dunque sticazzi, i concerti benefit che raccolgono spiccioli, l’intervento quando è ormai troppo tardi (e i falsi scoop, anche su riviste italiane, di interviste mai avvenute in cui Schuldiner proclamava di essere “guarito”), il cancro che torna fuori, aggrapparsi alla medicina alternativa per mancanza di alternative, ovviamente la morte prima del tempo. Nel mezzo del calvario esce The Fragile Art of Existence, iniziato prima e completato in piena consapevolezza della malattia; è, a mia memoria, la prima opera di un morente nella storia del metal. Le precedenti morti celebri – Randy Rhoads, Cliff Burton – si erano consumate nell’arco di pochi secondi, per fatalità, sfiga ed errore umano, quando la maggior parte di noi ancora doveva nascere; qui è diverso: avevamo gli anni e anche troppo tempo per capire che qualcosa di terribile stava accadendo, comunque non abbastanza per arrivare preparati.

The Fragile Art of Existence è un disco importante, perfino formativo, perché mette di fronte all’ineluttabilità della fine in un’età in cui la morte è ancora un concetto vago, perlopiù astratto; è però anche un ascolto sgradevole, estenuante, frustrante, che poco o nulla lascia a parte la fatica negli innumerevoli tentativi di farselo piacere, perché testimonia l’agonia dell’autore e in quanto tale non potrà essere meno di un capolavoro. Non è così: i pezzi, inutilmente ingarbugliati, cervellotici e prolissi oltre ogni soglia di umana sopportazione, punteggiati da interminabili assoli orrendi, non portano da nessuna parte; al posto di Ronnie James Dio, alla voce c’è un clone di Warrel Dane ancora più grottesco dell’originale (come se non bastasse e avanzasse quello che già c’era), le linee vocali diventano così i vaneggiamenti di un attore di avanspettacolo completamente sbronzo; manco mezzo riff che rimanga nella memoria; una maratona di angoscia per le sorti dell’autore che non trova la necessaria catarsi nel corrispettivo musicale, affondando già dal primo pezzo nella melma della noia nera.

I testi sono grida d’aiuto che soltanto infermieri e psicoterapeuti (forse, mah) avrebbero gli strumenti cognitivi per maneggiare, il terrore della fine che si avverte vicina offusca la lucidità necessaria per saper dire l’orrore di quanto ognuno sia solo di fronte alla morte, rimarcando semmai l’abisso che separa il vivere dal descrivere. Globalmente il testamento di un uomo malato, un indigeribile casino inevitabilmente influenzato dal corso degli eventi, uno spettacolo agghiacciante dal quale era impossibile distogliere lo sguardo; certo non la migliore testimonianza del talento di Chuck Schuldiner, compositore prima geniale, poi via via sempre più involuto. Passata l’isteria, elaborato il lutto, il tempo ha riaggiustato gli equilibri come sempre; da un punto di vista personale, ai dischi da Scream Bloody Gore a Human torno regolarmente, fino a Symbolic a dipendere dall’umore, a The Sound of Perseverance e The Fragile Art of Existence mai. (Matteo Cortesi)

14 commenti leave one →
  1. Hieiolo permalink
    20 novembre 2019 10:48

    Condivido tutto tranne il giudizio su The fragile art of perseverance, per me un disco monumentale e forse il piu’ originale ed introspettivo di Chuck. Sembra che ultimamente si sia creata una crociata apposta per tirare merda su un disco speciale. Involuzione? No, forse troppo avanti come sempre è stato Chuck, la cui morte mi ha lasciato triste e vuoto come solo la perdita di Cliff aveva fatto. Grazie Chuck, riposa sempre in pace e grazie di tutto quello che hai scritto!

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  2. Arkady permalink
    20 novembre 2019 11:02

    Mio padre è morto di tumore al cervello quasi due anni fa: non auguro a nessuno di vivere i mesi che intercorrono dal venire a sapere della malattia fino a quando tutto finisce. La persona che hai davanti non è più la stessa, vedi un uomo grande e grosso, con anni di esperienza di quello che è il mondo, diventare un bambino per ragionamenti ed azioni, sostanzialmente incapace di fare tutto. Scrivo questo un pò per sfogo un pò perchè davvero non riuscirei mai immaginare un genio della caratura di Chuck in quei giorni. Per fortuna ci ha regalato tanto, ma questo è l’unico album che non ascotlo mai: per me The Sound Of Perseverance rimane il testamento finale.

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  3. Magus79 permalink
    20 novembre 2019 12:41

    Il punto debole del disco secondo me è proprio la voce, vista l’impossibilità di avere Dio, doveva essere proprio warrel dane a cantare sul disco, purtroppo per impegni con i nevermore dovette rifiutare, e così scelse aymar, a mio avviso un cantante abbastanza mediocre, con Dane sicuramente sarebbe stato molto meglio, ma da qui a dire che è una schifezza ce ne passa, però sappiamo che su metal skunk si tende a fare quelli che la sanno più lunga degli altri, se tutti dicessero che è una merda, avreste scritto che è un capolavoro. Stendiamo un velo pietoso sui commenti riguardo a warrel dane e a the sound of persistance

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  4. Silver permalink
    20 novembre 2019 13:04

    Si vabbè….

    L’unico difetto che posso trovare in questo CAPOLAVORO (sempre che difetto si possa definire) è che per apprezzarlo in pieno ho impiegato diversi anni.
    Voce fantastica, versatile e dalle mille sfumature.
    Basso fluido che se la gioca a pari merito con le chitarre.
    Batteria mai noiosa e che in molti punti diventa quasi melodica.
    Chitarre che non hanno bisogno di commenti, basta essere equipaggiati con un paio di orecchie funzionanti.

    Penso che il problema di questo disco è che tutti si aspettassero una nuova opera dei Death, ma per chi non se ne fosse accorto la band si chiama Control Denied… Ulteriore dimostrazione dell’immensa coerenza e passione senza compromessi del nostro Fratello.

    La sola “Expect the unexpected” vale quanto intere discografie di altri gruppi.
    I gusti sono gusti, ci mancherebbe, ma il non riconoscere l’oggettivo valore di questa Opera mi fa pensare a soggettive delusioni personali verso i Death e a quello che “avrebbero” dovuto fare.

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    • Luca permalink
      20 novembre 2019 13:41

      “Expect the unexpected” è una di quelle canzoni che ti salvano la vita.

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  5. Bacc0 permalink
    20 novembre 2019 13:38

    Davvero faccio fatica a capire come si possa muovere anche la più minima critica a the sound of perseverance, comunque de gustibus.
    Questo cercai all’epoca di farmelo piacere in ogni modo, ma effettivamente sembra più un abbozzo che un album compiuto, con l’aggravante di una voce insopportabile. La cosa squallida fu il circo che, anni dopo, i rimanenti membri misero in piedi per cercare di pubblicare un presunto secondo lavoro inedito e lucrare ancora di più sulla carcassa di questo poveraccio. Giusto per dare l’ennesima dimostrazione di quanto la gente faccia schifo.

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  6. El Baluba permalink
    20 novembre 2019 14:47

    Mi dispiace ma non sono per niente d’accordo. E’ un disco monumentale, sara imperfetto in qualche sua forma ma personalmente non cambierei niente di questo disco. I testi li ho compresi solo dopo che persi mia madre della.stessa malattia 6 anni fa, ed ancora oggi quando li rileggo ho i brividi, soprattutto quelli della title-track. Capitolo Aymar, a me la sua prestazione piace, ma non nascondo di aver dovuto ascoltare il disco piu volte prima di accettarla

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  7. Fanta permalink
    20 novembre 2019 18:42

    Un abbraccio ad Arkady. Ti capisco, amico. Sull’articolo invece un grosso BOH, anche se apprezzo molto la competenza e l’eleganza stilistica di Cortesi. Voglio dire, nemmeno a me fa impazzire sto disco ma ho avuto la sensazione che si calcasse la mano nella direzione di voler prendere le distanze dalla mitizzazione e dal pietismo, nei confronti del personaggio Schuldiner. Sortendo però l’effetto paradosso tipico della “formazione reattiva”. Per i curiosi rimando a Google. Saluti

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  8. clacla permalink
    20 novembre 2019 19:04

    per quanto mi riguarda il disco è un capovaloro

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  9. spaccher permalink
    21 novembre 2019 19:52

    Questo, insieme ad individual e human (versione originale, non la rimssterizzata ) sono gli unici album di chuck che non sono mai usciti dalla mia top. Quando uscirono, ero troppo giovane ed iron Maideniano per capirli, ma da quando sono arrivato in doppia cifra con l espertize nel progressive, nel jazz e con i tool, mi son ritrovato, inconsapevolmente, con gli strumenti giusti per capire .
    Ps
    Consiglio a tutti di leggersi la biografia di chuck (ne esiste solo una edita in Italia, quindi non potete sbagliare ) perché aiuta a capire l’uomo in primis, ma forse anche il suo lavoro

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  10. giananb permalink
    29 novembre 2019 18:56

    Mah, sarà pure il classico disco che si ama o si odia, ma io sono il classico stronzo per cui è giusto giusto mediocre.
    Qualche colpo di genio c’è perchè è sempre Chuck, ma nel complesso poca roba..
    Poi non ho mai capito perchè annunciare un disco heavy classico se poi lo suoni tale e quale come nei Death… sarà un limite mio, ma suona proprio sbagliato.
    The sound of perseverance invece capolavoro assoluto

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