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Frattaglie in saldo #44

15 novembre 2019

VASTUM – Orificial Purge

C’era stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui tre quarti dei nuovi gruppi death metal avevano iniziato, per qualche motivo, a eleggere gli Incantation come principali numi tutelari. L’imperativo era suonare lenti e soffocanti, altrimenti non eri nessuno. La faccenda avrebbe finito per annoiare come, prima o poi, tutte le tendenze ma all’inizio mi prese benissimo; mi sembrò un buon contraltare alla, per me insopportabile, moda ipertecnica (sono tra quelli che non reggono gli Spawn of Possession per più di dieci minuti) e vennero fuori due o tre band che spaccavano sul serio, come i Dead Congregation o i californiani Vastum, per il cui secondo album, Patricidal Lust, entrai in fissa per un po’. Il successivo Hole Below mi piacque molto meno: quelle atmosfere lugubri e orrorifiche che mi avevano fatto innamorare di loro erano pressoché svanite. Questo Orificial Purge è altrettanto sotto tono. È venuta a mancare pure quella vena sperimentale che aveva reso il predecessore un minimo interessante e, al netto di qualche guizzo delle chitarre, rimane un solido ma ordinario disco di death metal cadenzato come in questi anni ne sono usciti a centinaia. Peccato. Dal vivo però, distruggono tutto, va detto.

WORMWITCH – Heaven That Dwells Within

La vulgata vuole che sia l’Europa dell’Est il luogo dove i trend vengono replicati con anni di ritardo ma ultimamente anche il Nordamerica non scherza. Ne sono un esempio lampante i Wormwitch, che inizialmente volevo inserire in una multirecensione di Halloween con solo gruppi con la parola “Witch” nel nome insieme ai Witch Vomit e non ricordo chi altro. Poi ho desistito, anche perché i Dead Witches me li ero già giocati. Heaven That Dwells Within suona come una sorta di versione più thrash dei Dissection che passa da momenti pestoni al limite del D-beat a solenni cori paganeggianti per evocare gli Aesir tra i palazzoni di Vancouver. Il gioco regge bene per buona parte del disco (la doppietta iniziale Disciple of the Serpent Star/ Vernal Womb mi aveva fatto saltare dalla sedia e sperare addirittura di avere di fronte materiale da playlist) e, rispetto a un esordio acerbo e incasinato come Strike Mortal Soil, il passo avanti è notevole. In certi momenti si raggiunge un livello di mimesi tale (l’attacco acustico di Dancing in the ashes) che pare davvero di trovarsi davanti a un disco uscito dalla Svezia nella seconda meta degli anni ’90. Se ciò è una cosa che vi fa girare le palle per principio, non vi biasimo troppo.

OBSCURE INFINITY – Into The Vortex Of Obscurity

Proseguiamo con il revival svedese fatto da gente che svedese non è con un mio vecchio gruppo feticcio: gli Obscure Infinity. Into The Vortex Of Obscurity, quarto full dei tedeschi, non è purtroppo la loro prova migliore per quanto sia, paradossalmente, un lavoro un po’ meno derivativo del solito. La formula non è cambiata granché ma nei frangenti più tirati, come l’opener Embrace Obscurity, le reminescenze del vecchio suono di Stoccolma targato Sunlight Studios hanno lasciato spazio a una vena thrash che ricorda le vecchie glorie teutoniche del settore (per quanto contesto e intenti siano diversissimi, in certi riff i Sodom e i Kreator d’antan si sentono), mentre i passaggi più classicamente death metal sembrano guardare più alla scuola inglese che ai vecchi Entombed. Buon disco, per carità, formalmente perfetto e con tutte le cose giuste al posto giusto, come Germania comanda, ma la riduzione della componente melodica, per quanto lieve, è responsabile di qualche calo di tensione. I momenti migliori, infatti, rimangono quelli memori dello swedish black anni ’90, come Grotesque Face, che ricorda i vecchi Unanimated, da sempre tra le loro influenze più dirette. Se non li avete mai sentiti, magari partite dal debutto Dawn Of Winter.

PROFANATICA – Rotten Incarnation Of God

Concludiamo con il ritorno di un nome che più necroculto non si può: i Profanatica, la band maledetta per eccellenza della scena Usa, alla quale dedicai anni or sono un ragiunato speciale al quale vi rimando. Oggi incidono per Season of Mist invece che per la Rotten Scrotum Records di turno ma, per il resto, Paul Ledney e i suoi amici suonano ancora come se fossero nel 1990. È il grado zero del metal estremo: un black/death ignorantissimo fatto di riff minimali al tremolo, batteria monolitica e un gusto per il rallentamento doom che – sara l’età – con gli anni si è accentuato, il tutto condito dalla solita produzione che più grezza non si può e dal consueto contorno di blasfemie da terza media assortite (Sacramental Cum e Tithing Cunt tra i nuovi titoli da tramandare ai posteri). I fan gradiranno ma, personalmente, trovo abbiano fatto di meglio. E il fatto che Rotten Incarnation of God includa anche materiale vecchio (l’ameno singolo Broken Jew risale al 2002) lascia pensare che a ‘sto giro l’ispirazione non fosse proprio eccelsa e Ledney avesse qualche debito di troppo con il padrone di casa o lo spacciatore. Proprio in questi giorni sono in giro per l’Italia. A presto il report della data padana a cura di Roberto. (Ciccio Russo)

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  1. Cattivone permalink
    15 novembre 2019 16:50

    I Profanatica li conobbi proprio grazie a quello speciale, grazie al quale conobbi anche questo portale. O quello o quello sui dischi da palestra, non ricordo.
    Sono talmente belli che ancora oggi non riesco a capacitarmi del fatto che esistano davvero

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