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DESERTED FEAR – Drowned By Humanity

17 febbraio 2019

Per motivi di tipo anagrafico è stato impossibile che iniziassi a seguire molte delle band che preferisco fin dalle loro primissime pubblicazioni. Tanto per dirne una, mi sono interessato alle uscite dei Cannibal Corpse quando già il loro cantante era George Fisher. Certe volte, però, è andata esattamente in quel modo, il che in altre parole inizia a tradursi solo ed esclusivamente in concetti come la vecchiaia. Questo non significa che venti o venticinque anni dopo mi possa considerare ancora appassionato di tutti coloro che si sono messi a pubblicare dischi in quell’epoca, attirando la mia attenzione: a volte si verifica uno spiacevole e particolare avvenimento, che è come se ti costringa a gettare tutto ad un tratto la spugna. Tutta la dedizione riposta nel leggere ogni puttanata di Blabbermouth riguardante quel moniker andrà in fumo, magari perché è uscito il disco sbagliato dalla band giusta, ed è così che non ti interesserà più sapere che il bassista ha adottato un cane, o altre cose del genere. Credo che uno di questi tetri eventi sia stato Hate Crew Deathroll, o almeno, è fra i primi che mi vengono in mente. 

Con i tedeschi Deserted Fear sono arrivato tardi, o meglio li conosco e seguo con curiosità dal precedente Dead Shores Rising. Mi scioccò non poco il fatto che venissero considerati alla stregua di un gruppo grosso: sapete, quelle condizioni che si verificano quando i componenti hanno realmente il piglio dell’artista e non del mestierante, e inizia a girare la voce che certi individui esistono e meritano pure un seguito. Tipo quando iniziai a sentir ripetere la parola Vektor un po’ troppo spesso, ignorando inizialmente di che cosa si trattasse. Dead Shores Rising l’ho apprezzato così come avrei apprezzato i primi lavori partoriti dal gruppo: un death metal fortemente europeo, una sorta di Bolt Thrower annacquati e violentati dentro a un cesso dagli Amon Amarth. Non completamente in senso negativo, ma se un gruppo emergente arriva più o meno volontariamente a citare nomi simili, e in particolar modo mi riferisco ai primi piuttosto che ai secondi, dovrà necessariamente farlo a cazzo duro e mai moderando toni o suoni. Quindi, se in Dead Shores Rising si potevano intravedere i primi effetti del trattamento benessere presso il resort Century Media, i Deserted Fear di Drowned By Humanity mi forniscono tutto il necessario per lasciare definitivamente perdere, nonostante l’album sia formalmente perfetto. Perfino la produzione è contro di me, dato che uno degli elementi di spicco della precedente discografia dei tedeschi, è stato in questa seduta scardinato dal lavoro rileccato, standardizzato e patinato di Henrik Udd – lo stesso di At War With Reality – dietro alla consolle dei pericolosissimi Fredman Studios. Che sono un po’ come l’utero di Nola Carveth in Brood – La covata malefica.

C’è molto più degli At The Gates di quanto ne potessimo tracciare in tutta la loro precedente discografia, e i pezzi suonati col freno a mano tirato sono quelli che in qualche modo ottengono la migliore presa: l’accoppiata A Breathing Soul – Sins From The Past ad esempio è piazzata là in fondo, ma funziona molto meglio di quanto sentito in precedenza. Escluso il discreto singolo Welcome To Reality, non esente da un buon tiro, il cui videoclip sembra una di quelle serie DMAX che parlano di pesca allo spada e accese rivalità fra imbarcazioni perdute al largo dell’isola di Martha’s Vineyard (o Amity, secondo Spielberg).

Questione di personalità, ma è abbastanza palese che i Deserted Fear – al quarto timbro del cartellino – non ne abbiano ancora una propria, e che essere stati dentro l’MTV Headbanger’s Ball Tour in compagnia degli Overkill, ad oggi, non significa granchè. (Marco Belardi)

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