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SAOR – Forgotten Paths

10 febbraio 2019

Vi avevamo parlato dei Saor in occasione del precedente Guardians, terzo e probabilmente miglior disco della one-man band dello scozzese Andy Marshall, e della loro calata italiana al Black Winter Fest dello scorso dicembre. Finalmente è uscito Forgotten Paths, quarto album, che arriva quando intorno a loro si è ormai iniziata a creare una certa aspettativa. L’entusiasmo si era già accresciuto grazie a Bròn, il singolo, che prometteva di mantenere le atmosfere del passato ampliando il discorso e rendendolo ancora più “celtico”. Purtroppo però l’album, a meno di cambiare idea col passare degli ascolti, non è al livello del precedente: è un buon lavoro, anche piuttosto originale sotto certi aspetti, ma dei tre lunghissimi pezzi (più outro strumentale) l’episodio migliore rimane proprio Bròn, che aveva illuso un po’ tutti. 

L’immaginario musicato dai Saor è quello dei vasti panorami scozzesi, i verdi altipiani sferzati dal glaciale vento artico che hanno generato leggende di re mitologici ed esseri fatati, e in cui l’arretratezza e la marginalità territoriale hanno reso possibile una generale indeterminatezza della storia passata. Parimenti, la loro musica appare sempre più tendente alla rarefazione, in una vaghezza bucolica quasi onirica, in cui ogni elemento tecnico che potrebbe aiutare a definire meglio la struttura viene soffocato e ottuso alla ricerca dell’evocatività pura. Forgotten Paths conferma e accentua questa tendenza sin dalla prima traccia eponima, in cui la collaborazione con Neige mette in evidenza le moltissime similitudini tra la sensibilità dei due. Sono proprio gli Alcest il nome che viene più spesso in mente ascoltando l’album, anche se i Saor continuano ad essere più mascolini, diciamo così, dei francesi; ma il senso di rarefazione fatata, la tendenza al vagheggiamento evocativo, la contemplazione panteistica sono praticamente identici.

Quello che stonava un po’ nei Saor è sempre stato il cantato di Andy, col suo vocione cavernoso che a volte spezzava l’atmosfera. In Forgotten Paths, in ossequio all’evoluzione del gruppo e ai suoi obiettivi, Andy canta molto meno, lasciando spazio agli strumenti e soprattutto agli ospiti: Neige nel primo pezzo e la cantante scozzese Sophie Rogers in Bròn. Non so come sarà in futuro, ma considerato il contesto avrebbe senso che lui cercasse di modificare il proprio timbro, anche perché nell’altro suo gruppo, i Fuath, usa uno screaming più canonico. Forgotten Paths è comunque un buon disco, da ascoltare nei grigi fine settimana invernali quando fuori il cielo è grigio piombo e neanche il cane vorrebbe mettere il naso fuori dalla porta. Ora peraltro sta per uscire il nuovo Alcest, chissà se ci sarà pure Andy Marshall. (barg)

One Comment leave one →
  1. vito permalink
    10 febbraio 2019 12:17

    confermo,essendoci stato,ricordano proprio quelle cazzo di torbiere scozzesi dove non c’e’ anima viva o morta !

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